RELAZIONI TOSSICHE

Motivi per soffrire, la realtà ce ne offre ogni giorno: lavori sottopagati, capi tirannici, partner inadeguati e amici assenti al momento del bisogno. Tutte ottime ragioni per stare male.

Dalla prospettiva dello psicoterapeuta, solo fino a un certo punto.

Le persone che vengono nel mio studio hanno sempre veri motivi per recriminare. La vita  non è stata loro amica. Spesso è stata decisamente ostile.

Certamente, un terapeuta non può aggiustarla ma può, gettare le basi per un futuro più libero, nei limiti di ciò che l’ambiente può offrire, per poter di nuovo sperare, progettare e creare.

Per riuscirci occorre accompagnare le persone fino a un certo punto preciso: all’acquisizione di una consapevolezza. 

 L’ostacolo più importante lo portiamo con noi. Anche se vengono offerti tutti gli strumenti più potenti che la psicoterapia moderna mette a disposizioni, magari utilizzati bene inizialmente, ma poi l’avversario interno tornerà a farsi sentire e senza grandi difficoltà riprenderà il sopravvento.

Convinzioni su di sé infondate.

Questo avversario interno si chiama schema interpersonale maladattivo.

Di cosa si tratta,  come  causa sofferenze e problemi che vanno oltre l’impatto della realtà?

Mi spiego con alcuni esempi. Valeria una manager di 29 anni mi racconta che:” ha dei rapporti con il capo anche se lei non è innamorata. Esploriamo le memorie remote ed emergono elementi importanti: ha perso il padre in adolescenza, dopo una lunga malattia. La madre diceva spesso che doveva farlo stare tranquillo, perché altrimenti avrebbe sofferto“.

Valeria interpreta la scarsa disponibilità del padre e i richiami della madre come: “io non sono amabile, la sofferenza dell’altro è causata da me stessa. Se lo faccio soffrire, mi abbandonerà.

Per proteggersi dall’abbandono, la ragazza ha sviluppato la tendenza ad essere compiacente, condiscendente, fino al punto da perdere il contatto con i propri desideri e la propria volontà. Questo modo di pensare si è cristallizzato. Valeria si rende conto che non lo applica soltanto al suo capo, ma in tutte le relazioni con persone per lei importanti che mostrano sofferenza. Fa di tutto per  accontentarli anche facendo cose a lei sgradite: non vuole che la abbandonino, altrimenti sarebbe la conferma di non essere amabile.

Nel corso della terapia, in pochi mesi è riuscita a prendere distanza da queste idee, capisce che l’idea dannosa di essere non amabile è un suo pensiero, non la realtà, riesce a mettere distanza tra sé e il capo. Valeria si è quindi resa conto che soffriva a causa di uno schema che prediceva come le sue relazioni interpersonali sarebbero andate a finire.

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