TRAUMA

L’IMMAGINAZIONE NELLA PSICOTERAPIA DEL TRAUMA

Il terapeuta chiede al paziente:

Di pensare ad un evento traumatico vissuto nel passato che ancora ha un impatto doloroso e limitante sulla vita quotidiana. 

1. Concentrarsi su un’immagine rappresentativa o dell’episodio nella sua interezza o nella sua parte più disturbante. 

2. Identificare un’affermazione che esprima una convinzione negativa o un’autovalutazione disadattiva associata  all’immagine.

3. Riferire ciò che sente a livello viscerale, corporeo.

 Una cognizione che rappresenta l’interpretazione che il paziente ha di se stesso nel momento attuale non una mera descrizione

Le cognizioni negative 

Quali sono le convinzioni auto svalutanti che possiede su se stesso in relazione all’ evento traumatico? 

Le cognizioni negative comprendono informazioni del tipo “sono cattivo, non valgo nulla, sono in capace di avere successo..”.

Vengono definite come un’autovalutazione che le persone fanno nel momento presente.

Quando il paziente richiama alla mente il ricordo di un trauma , il terapeuta potrà verificare il livello di disturbo sperimentato attualmente dall’individuo.

Se il paziente continua a vedersi in modo inadeguato , dimostra che il ricordo non è stato risolto.

Tali valutazioni sono gli obiettivi primari della terapia. Se un paziente ha difficoltà a verbalizzare una cognizione negativa può rivelarsi utile suggerirgli alcuni esempi che, secondo l’esperienza clinica, sembrano adattarsi bene al suo caso.

Ecco alcuni esempi: 

“non valgo nulla.. c’è qualcosa di sbagliato in me… sono una persona cattiva… sono sporca.. non sono degno damore… sono in pericolo.. sono impotente… non ho il controllo… non posso avere successo”. 

Le cognizioni Positive

La fase successiva sarà dedicata all’identificazione della cognizione positiva.

Con l’attribuzione di un punteggio da uno a sette da completamente falso a completamento del vero

Il punteggio sulla scala dovrebbe essere assegnato in base a quanto il paziente percepisca la cognizione positiva come vera e credibile non alla sua verità oggettiva.

Lo scopo dell’identificazione di una cognizione positiva desiderata è stabilire un punto di arrivo per la terapia, stimolare l’attivazione delle reti neuronali alternative adeguate e offrire al paziente una condizione di base per valutare i progressi fatti.

Ovviamente rappresentare una cognizione “positiva ma falsa” sarà inadeguata per un efficace rielaborazione con la terapia.

Al momento di sviluppare la cognizione positiva è bene insegnare al paziente a fare un’affermazione su di sé e che comporti un controllo interno.

I pazienti propongono spesso affermazioni relative a fenomeni che vanno aldilà del proprio controllo. È bene fornire ai pazienti degli esempi adeguati, mostrando come è impossibile assicurarsi della veridicità di asserzioni come “i miei figli devono stare sempre bene”. Oppure “Mi amerà per sempre “non è una cognizione positiva perché non è possibile un controllo sui pensieri e sulle azioni degli altri.

Cognizioni positive adeguate per esempio: “Sono in grado di gestire questa situazione, posso fidarmi di me stesso, posso agire in modo responsabile“. Infatti offrono al paziente una ridefinizione delle proprie capacità.

Per il raggiungimento di un senso di valore personale di equilibrio indipendentemente dalle forze esterne, senza rifugiarsi  nella razionalizzazione o in false speranze per il futuro.

Le cognizioni positive che possono essere ragionevolmente identificati sono affermazioni: “è una cosa che appartiene al passato, ho fatto del mio meglio, ora ho la possibilità di scegliere.” 

“Posso imparare da quello che è successo”, in questi casi il paziente si riconosce un livello adeguato di rischio e di responsabilità per i propri comportamenti passati e l’enfasi è posta sulle azioni presenti e future.

Aiutare i pazienti a identificare una cognizione positiva costituisce una fase importante della terapia. La capacità di sviluppare una prospettiva alternativa rispetto al trauma, esprimendo in un linguaggio ragionevole, offre una speranza di fuga dal dolore dall’autodenigrazione.

Se un paziente presenta difficoltà a verbalizzare una cognizione positiva è bene applicare  una delle seguenti affermazioni: ho fatto del mio meglio e qualcosa che appartiene al passato, ho imparato da ciò che è successo, al controllo, sono degno damore, sono una brava persona, ora la passività di scegliere, posso avere successo, sono in grado di affrontare la situazione, ora sono al sicuro.  

L’obiettivo della terapia: aiutare l’individuo a raggiungere una ridefinizione di sé in termini positivi.

Dopo aver elaborato il materiale disfunzionale più antico, la fase successiva del trattamento, si focalizzerà sull’associazione intenzionale della cognizione positiva alle informazioni che prima erano disturbanti.

Si lavorerà per incorporare la cognizione positiva all’interno delle reti mnestiche, contenenti il materiale da modificare. Quando l’informazione verrà elaborata,  riattivata, emergerà a livello cosciente in associazione alle cognizioni positive dominanti.

Tali connessioni, permetteranno a tutte le informazioni relative a risultati positivi di associare il materiale precedentemente traumatico.

ATTACCO DI PANICO IN AUTOSTRADA

PAURA DI GUIDARE IN AUTOSTRADA

Nella vita capita di imboccare strade che non ci convincono, ma andiamo avanti reprimendo la nostra contrarietà.

Così ci resta solo il malessere, per esprimere il dissenso.

Credo che il problema di attacchi di panico mentre si guida, si alimentano proprio dall’incapacità di dar voce alle proprie perplessità: sul lavoro, nel rapporto col proprio compagno, su se stessi.

L’autostrada, con il suo tragitto lineare e le carreggiate ben delimitate e senza vie d’uscite, ha proprio l’aspetto di quei percorsi obbligatori che ci auto-imponiamo. Mentre in città si può cambiare direzione facilmente . Il problema del panico non sono le strade, ma gli obblighi che abbiamo imposto alla propria vita.

Un colloquio con un psicoterapeuta potrebbe essere d’aiuto

RELAZIONI TOSSICHE

Motivi per soffrire, la realtà ce ne offre ogni giorno: lavori sottopagati, capi tirannici, partner inadeguati e amici assenti al momento del bisogno. Tutte ottime ragioni per stare male.

Dalla prospettiva dello psicoterapeuta, solo fino a un certo punto.

Le persone che vengono nel mio studio hanno sempre veri motivi per recriminare. La vita  non è stata loro amica. Spesso è stata decisamente ostile.

Certamente, un terapeuta non può aggiustarla ma può, gettare le basi per un futuro più libero, nei limiti di ciò che l’ambiente può offrire, per poter di nuovo sperare, progettare e creare.

Per riuscirci occorre accompagnare le persone fino a un certo punto preciso: all’acquisizione di una consapevolezza. 

 L’ostacolo più importante lo portiamo con noi. Anche se vengono offerti tutti gli strumenti più potenti che la psicoterapia moderna mette a disposizioni, magari utilizzati bene inizialmente, ma poi l’avversario interno tornerà a farsi sentire e senza grandi difficoltà riprenderà il sopravvento.

Convinzioni su di sé infondate.

Questo avversario interno si chiama schema interpersonale maladattivo.

Di cosa si tratta,  come  causa sofferenze e problemi che vanno oltre l’impatto della realtà?

Mi spiego con alcuni esempi. Valeria una manager di 29 anni mi racconta che:” ha dei rapporti con il capo anche se lei non è innamorata. Esploriamo le memorie remote ed emergono elementi importanti: ha perso il padre in adolescenza, dopo una lunga malattia. La madre diceva spesso che doveva farlo stare tranquillo, perché altrimenti avrebbe sofferto“.

Valeria interpreta la scarsa disponibilità del padre e i richiami della madre come: “io non sono amabile, la sofferenza dell’altro è causata da me stessa. Se lo faccio soffrire, mi abbandonerà.

Per proteggersi dall’abbandono, la ragazza ha sviluppato la tendenza ad essere compiacente, condiscendente, fino al punto da perdere il contatto con i propri desideri e la propria volontà. Questo modo di pensare si è cristallizzato. Valeria si rende conto che non lo applica soltanto al suo capo, ma in tutte le relazioni con persone per lei importanti che mostrano sofferenza. Fa di tutto per  accontentarli anche facendo cose a lei sgradite: non vuole che la abbandonino, altrimenti sarebbe la conferma di non essere amabile.

Nel corso della terapia, in pochi mesi è riuscita a prendere distanza da queste idee, capisce che l’idea dannosa di essere non amabile è un suo pensiero, non la realtà, riesce a mettere distanza tra sé e il capo. Valeria si è quindi resa conto che soffriva a causa di uno schema che prediceva come le sue relazioni interpersonali sarebbero andate a finire.

ACT : Processo terapeutico per creare una vita significativa.

L’ACT un intervento psicoterapeutico, ideato da Steven Hayes (2006). 

Alla radice, l’ACT è una terapia comportamentale: si tratta di agire. Ma non si tratta di un’azione qualsiasi. 

In primo luogo, riguarda un’azione guidata dai valori:

  •  Per che cosa vogliamo vivere la nostra vita? 
  • Quali sono i desideri più profondi rispetto a chi vogliamo essere ?
  • Che cosa vogliamo fare durante il nostro breve tempo su questa terra? 

L’individuazione di questi valori fondamentali consente:

  1. di guidare, motivare ed ispirare il cambiamento comportamentale. 
  2. In secondo luogo, riguarda l’azione consapevole,
  3. l’azione da intraprendere con piena consapevolezza,
  4. aperti all’esperienza e pienamente coinvolti nel qui ed ora. 

L’ACT prende il nome da uno dei suoi messaggi fondamentali:

accettare ciò che è fuori dal controllo personale ed impegnarsi nell’intraprendere azioni che arricchiscono la propria vita. 

Lo scopo è quello di aiutare a creare una vita ricca, piena e significativa, accettando il dolore inevitabile .

I sei processi fondamentali nell’ACT sono: 

  1. il contatto con il momento presente (essere qui adesso), 
  2. la defusione (osservare il proprio pensare)
  3. l’accettazione (aprirsi),
  4. il sé come contesto (pura consapevolezza), 
  5. i valori (sapere ciò che è importante
  6. e l’azione impegnata (fare ciò che conta) (Hayes et al., 2006). 

Tali passi non sono da considerarsi come processi separati.

Insieme portano alla Flessibilità Psicologica: piena consapevolezza e apertura all’esperienza, intraprendendo azioni guidate dai valori.

Allo sviluppo di tale abilità, ne consegue un graduale miglioramento della qualità di vita, è in grado di rispondere molto più efficacemente ai problemi e alle sfide che la vita porta inevitabilmente con sé (Harris, 2016).

Il protocollo ACT, nel perseguire gli scopi sopra citati, si avvale prevalentemente di tecniche esperienziali:

  1. esercizi di mindfulness,
  2. metafore
  3. richiede impegno e allenamento costante nella vita quotidiana.

Il protocollo basato sull’ACT si è dimostrato efficace nell’incoraggiare i pazienti ad accettare la realtà e compiere azioni in linea con i propri valori, piuttosto che rafforzare strategie di evitamento della sofferenza (Mathew et all, 2020). Tali evidenze, possono avere importanti implicazioni per la cura di pazienti con componenti di ansia, depressione e timore di recidiva nelle patologie oncologiche. Possono trarre benefici dal modello ACT.

Quando l’ansia diventa una normalità.

Impariamo a riconoscerla: ci aiuterà a riportarci in asse. 

Esiste un tipo di ansia sottile, cronica, che si confonde con il normale umore. Non viene quasi mai considerata ma è presente nella vita di molte persone .

  1. Ansia costante, fastidiosa, cronica, che vive sotto traccia per lungo tempo e apparentemente senza un motivo. 
  2. Un’ansia insidiosa, che sfugge alle classificazioni e alle diagnosi, innanzitutto perché chi la vive sembra essere abituato alla sua presenza e quindi non si allarma e non la segnala al medico. 
  3. Come se facesse parte della sua vita, quasi invisibile, eccetto in alcuni momenti nei quali di colpo si rende conto che invece esiste, ed è una presenza davvero scomoda. 

Facciamo un esempio: ” stai facendo la spesa in un market dove c’è poca gente e non hai alcuna fretta, in uno stato in apparenza tranquillità .Mentre aspetti alla cassa, ti accorgi allimprovviso di essere in ansia: la muscolatura è tesa,  sembra che debba cadere qualcosa che devi fare in fretta  o che qualcuno ti stia aspettando, anche se non è così. Non è un attacco dansia vero proprio, bensì uno stato dansia di cui ti rendi conto in quel momento. Altra scena sei con familiari o amici in una situazione conviviale tranquilla, in assoluta serenità. Ma un certo punto ti accorgi di una tensione interna, come una preoccupazione, come se ci fossero chissà quali problemi da affrontare, anche se in realtà non è così.

Consideriamo, che quest’ansia non arriva all’improvviso, ma è già presente. Se sei impegnato non la senti, mentre se sei in disimpegno, te ne accorgi. Implica una costante tensione emotiva di medio bassa intensità, che non ha bisogno di crisi acute per far sentire il suo messaggio. 

  • Sta segnalando un malessere, un fastidio.
  • Percepisci la fatica anche quando non dovresti farne, ti fa sentire preoccupato anche quando non lo sei. 
  • Sembra mandare in scena una sorta di scomodità, una postura psichica inadatta, un atteggiamento mentale sbagliato. 
  • Come se non riuscissi a stare nel presente, goderti il momento e rilassarti. 

Ritrova il tuo presente.

Come se ci fosse una discrepanza tra ciò che sei e ciò che riesci a essere, la tensione psicofisica esprime questa difficoltà posturale. 

  • Quest’ansia indica la modalità con cui stai affrontando la quotidianità, ti fa essere teso, scomodo, insicuro. 
  • Ti impedisce di essere a tuo agio lì dove ti trovi. Questo perché non sei concentrato
  • Sei troppo avanti col pensiero, proteso verso obiettivi futuri, in costante atteggiamento anticipatorio. Oppure sei troppo indietro, la rincorsa di parti di te che stai cronicamente trascurando, in costante atteggiamento di recupero. 
  • Ti manca, quindi un baricentro temporale: o troppo avanti o troppo indietro, ma il più delle volte tutte e due. Ciò che lasci indietro  andando troppo avanti, ma non riesce ad andare bene avanti perché ci sono cose rimaste indietro. 
  • Quindi un circolo vizioso che deve essere spezzato. Il baricentro va riportato nel presente. 

Scopriamo così che questa forma dansia un motivo ce lha, ed è anche molto raffinato: esprime un disequilibrio sottile, non spettacolare, ma proprio per questo difficile da vedere. Possiamo dire che senza questa tensione, forse non ci accorgeremo di nulla.

 Riscopri cosa conta per te

Quest’ansia scomoda, perciò è frutto della sapienza del sistema nervoso, che coglie la situazione interiore e di conseguenza, tende i muscoli come se il corpo fosse tirato un po’ avanti e un pò indietro. Dando come risultato una rigidità posturale che bene imita la controversa dinamica psichica.

  1. L’ascolto attento del sintomo, ancora una volta, ci aiuta a capire quello che sta succedendo e a impostare un orientamento terapeutico, rivolto verso un miglioramento della qualità della vita soprattutto della vita mentale.
  2. Dobbiamo fare un’attenta ricognizione della nostra scala di priorità e dell’attribuzione di significato agli eventi, perché evidente che esista ormai da tempo, un certo disordine. 
  3. Scopriremo, con una certa sorpresa, che nel nucleo più profondo di questo sintomo c’è una richiesta ancora più importante, quello di fare uno scatto nello sviluppo della personalità. 
  4. Percepire meglio cosa siamo e cosa non siamo.
  5.  Godere non solo dei momenti ufficialmente belli, ma anche del semplice esistere, dei momenti anonimi. Proprio come fare la spesa, rilassarsi con gli amici stare senza far niente. Un’ansia preziosa che, se risolta, si trasforma in gioia di vivere. 
Autostima

L’Autostima, terapia breve per superare le insicurezze

Nessuno può farti più male di quello che fai tu a  te stesso”. Gandhi.

Mai come negli ultimi tempi gli insoddisfatti di sé stessi crescono, l’insicurezza sembra un’epidemia, che sta producendo più vittime del coronavirus.

Aumentano il numero di persone che convivono ogni giorno con la sensazione di non essere adeguate.

Un timore di essere giudicati inadeguati rispetto agli standard sempre più elevati che la società impone. Può riguardare ogni ambito della vita: lavoro, vita privata, relazioni sociale.

Anche se spesso il giudice più severo si rivela quello interiore: che continua a ricordarci, che comunque non è mai abbastanza, che malgrado tuti gli sforzi effettuati non sarete mai attraenti e capaci e poco interessanti.

Per tamponare la fragile autostima ci si nasconde spesso e volentieri dietro le bugie, facilmente smascherabili, che finiscono inevitabilmente per danneggiare se stessi e i propri rapporti . Altre volte assecondiamo gli altri in una sorte di sottomissione relazionale. Pur di essere accettati anche se non siamo d’accordo rispondiamo a qualunque cosa ci viene richiesto. Per timore di deludere gli altri si finisce intrappolati nel bisogno di compiacere l’altro per essere costantemente benvoluti e apprezzati.

La paura di non essere all’altezza può spingerci alla fallimentare ricerca della perfezione. Una fatica inutile. Lo sforzo di perfezione rischia di trascinarci nella grande imperfezione o per eccesso di rigidità o per perdita del controllo.

La tanto agognata pietra filosofale chiamata autostima, non si eredita, ma si costruisce.

Come sosteneva Albert Einstein, “la misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario. Si è sconfitti solo quando ci si arrende. Il percorso per diventare capaci implica provare, carriere e rialzarsi.”

  1. La propria sicurezza, viene guadagna sul campo, dimostrando a se stessi che siamo in grado di agire concretamente.

2. Bisogna evitare gli obiettivi impossibili.

3. Accettare che qualunque abilità complessa va acquisita a piccoli passi.

4. Per saltare in alto bisogna prima allenarsi e saper tollerare le frustrazioni.

5. Nessuno può sostituirsi al nostro posto. La responsabilità di affrontare le prove che la vita ci pone è personale.

6. Se deleghiamo a qualcun altro, ci priviamo di un’importante opportunità di crescita, oltre a incrementare le nostre insicurezze

7.Spesso il bisogno di fare bene, ci irrigidisce nella ricerca di una perfezione irrealistica e stagnante.

8.Occorre tenere a mente che non si può piacere a tutti, vista l’enorme varietà dei gusti, valori, opinioni e abitudini che caratterizza il genere umano.

Le relazioni sono come un tango: per creare relazioni costruttive occorre stabilire rapporti reciproci nel dare e ricevere. Possiamo piacere agli altri solo se corriamo il rischio di mostrarci per quello che siamo, con le nostre debolezze, senza fingere, con i nostri pregi difetti.

Come superare i momenti più critici.

Superare i momenti critici e vivere pienamente il presente

Nella società occidentale del benessere , specialmente in questo periodo di epidemia da “Covid-19″ sembra impossibile raggiungere un controllo sulla realtà e sui nostri pensieri, come il famoso “andrà tutto bene” .

  1. Immagina per un momento che quasi tutto ciò che credi su come raggiungere la felicità è in realtà inesatto o falso. Immagina che siano proprio queste  convinzioni a farci sentire infelici.
  2. Se in realtà fossero proprio i nostri sforzi per riconquistare la felicità a impedirci di ottenerla?
  3. Se scoprissimo che quasi tutte le persone che conosciamo si trovano sulla stessa barca?

Non sto ponendo queste domande soltanto per attirare l’attenzione, ma molte ricerche scientifiche lo dimostrano.

  • Conduciamo la nostra esistenza affidandoci a molte convinzioni inutili e inesatte a proposito della felicità, idee ampiamente accettate solamente perché tutti sanno che è così.  Tali convinzioni sembrano assolutamente sensate, ed è per questo che li ritroviamo in quasi tutti i libri di auto-aiuto. Purtroppo, però, queste idee fuorvianti creano un circolo vizioso. Questa trappola psicologica è nascosta così bene che nulla ci fa sospettare di esserci dentro.
  • Si può imparare a riconoscere la trappola della felicità e cosa ancora più importante, si può scoprire come uscirne.
  • Siamo prigionieri, un circolo vizioso che ci spinge a dedicare il nostro tempo, la nostra energia, la nostra vita, in una battaglia persa in partenza: quella contro i pensieri e le emozioni negative. Che poi è una battaglia contro la realtà e contro la stessa natura dell’essere umano.
  • Perennemente in lotta e destinati alla sconfitta, dato che il controllo che abbiamo sui nostri pensieri ed emozioni è in realtà infinitamente minore di quanto la nostra cultura voglia farci credere, come abbiamo potuto sperimentare difronte a un virus sconosciuto. E’ inevitabile ritrovarsi spossati, frustrati e delusi di sé e della propria esistenza.
  • Occorre un percorso per prendere coscienza dei meccanismi mentali che ci tengono prigionieri, destinati a perseguire chimere impossibili: essenzialmente in ricerca di emozioni e pensieri positivi pensando di  recuperare la nostra libertà di scegliere di agire come riteniamo meglio per noi.
  • E’ possibile applicando i principi della ACT (Acceptence and Commitment Therapy), di Russ Harris un approccio terapeutico che ha solide base scientifiche, con l’obiettivo di sviluppare la flessibilità psicologica che ci consente di superare i momenti critici e di vivere pienamente il presente muovendosi nella direzione tracciata dai propri valori. 

Gestire la sofferenza veleggiando tra le onde della vita

GESTIRE LA SOFFERENZA

IMPARARE A VELEGGIARE TRA LE ONDE DELLA VITA

E’ possibile gestire il dolore e la sofferenza ?

Quando la realtà ci crolla addosso può farlo in modi diversi. A volte accade  con una tale violenza che pare annientarci: è il caso della morte  di una persona  amata, di una malattia grave, un incidente inaspettato, la disabilità di un figlio, la perdita di lavoro.

Altre volte invece, la realtà ci colpisce in modo meno devastante ma altrettanto diretto:

  • come quando ci sentiamo sopraffatti dall’invidia  verso qualcuno che ha  quello che desidereremmo avere,
  • dalla solitudine nei momenti in cui misuriamo la distanza fra noi e gli altri,
  • dal risentimento tutte le volte che ci sentiamo trattati ingiustamente, dalla frustrazione per aver fallito un certo traguardo.

Spesso non si è preparati a gestire il dolore soprattutto se imprevisto.

Una psicoterapia scientificamente dimostrata che si chiama ACT di Russ Harris Acceptance and commitment Therapy, finalizzata ad imparare a resistere agli urti della vita, trovando un modo appagante di vivere la realtà anche quando esiste uno scarto difficile da colmare tra la realtà e i propri desideri.

Utilizzando  i principi dell’ACT significa:

  • Conquistare la calma nonostante il caos o la sofferenza
  • Orientarsi nelle tempeste emotive
  • Aumentare il senso di connessione con noi stessi e con gli altri
  • Utilizzare le proprie emozioni dolorose per coltivare tolleranza e saggezza
  • Guarire dalle ferite e diventare più forti

Tra le Tecniche utilizzate:

  1. defusione
  2. neutralizzazione

Defusione significa separarci dai nostri pensieri, vederli per quello che sono veramente e lasciare che siano così come sono.

Ci sono tre principali tipi di strategie per praticare la defusione:

  1. notare,
  2. dare un nome
  3. neutralizzare.

Neutralizzare i propri pensieri significa porli in un nuovo contesto nel quale è possibile facilmente riconoscere che sono nient’altro che parole e immagini, neutralizzando efficacemente il potere che hanno su di noi.

Le tecniche di neutralizzazione implicano generalmente l’accentuazione o degli aspetti visivi (cioè vederli) dei pensieri o dei loro aspetti uditivi (cioè sentirli) o di entrambi.

Ricordando che lo scopo della defusione non  è sbarazzarsi dei pensieri indesiderati né ridurre le emozioni sgradevoli.

Lo scopo è quello di permetterci di coinvolgerci pienamente nella vita anziché perdersi o farsi bistrattare dai propri pensieri. Quando pratichiamo la defusione dai pensieri inutili, spesso scopriamo che di lì a poco scompaiono o che le nostre emozioni sgradevoli si riducono rapidamente; ma questi risultati sono dei bonus extra, non l’obiettivo principale.

Cambiare: quando il cambiamento è difficile

IL CAMBIAMENTO

La maggior parte degli psicologi, ritiene che il cervello sia costituito da due sistemi indipendenti che lavorano in parallelo. Il lato emotivo, la parte istintiva, che prova dolore piacere, poi c’è il lato nazionale,  la parte che giudica e analizza, quella che guarda al futuro.

L’umanità è sempre stata consapevole della tensione fra di essi.

  • Platone scriveva: la parte razionale  tiene le redini di un cavallo ribelle.
  • Freud descrisse: “Es” egoista, il “Super io”, il coscienzioso “IO” che deve mediare tra i due.
  • Gli economisti comportamentali hanno definito le due istanze del sè come pianificatore e esecutore.

UTILIZZIAMO LA GUIDA per descrivere la parte razionale e l’ELEFANTE per descrivere il nostro lato emotivo

In sella all’elefante, la guida tiene le redini sembra esercitare il comando ma il suo controllo è precario, perché molto piccola in confronto agli elefanti. Molti di noi hanno fin troppa familiarità con la situazione in cui l’elefante ha la meglio sulla guida. La debolezza degli elefanti, il nostro lato emotivo istintivo, è chiara: l’elefante è pigro e incostante, spesso alla ricerca della gratificazione immediata invece di quella a lungo termine.

Quando gli sforzi per il cambiamento falliscono, di solito è colpa dell’ elefante, dato che spesso il cambiamento richiede sacrifici a breve termine per ottenere risultati nel lungo periodo.

Spesso i cambiamenti falliscono perché la guida non sa tenere l’elefante sulla strada abbastanza lungo per raggiungere la destinazione. Anche l’elefante a enormi punti di forza. L’emotività e il suo territorio d’elezione: l’amore, la compassione, l’empatia, la lealtà. Per chi vuole realizzare un cambiamento: è l’elefante quello che ottieni risultati. Per progredire verso un obiettivo, è necessaria l’energia e la tenacia dell’elefante.

La principale debolezza della guida: la tendenza a perdere tempo a pensare troppo. La sua analisi verte quasi sempre sugli elementi problematici, anziché sulle eccellenze. Se volete cambiare le cose, dovete fare appello a entrambi. La guida si occupa della pianificazione e della direzione, l’elefante fornisce energia.

Quindi, se in azienda riuscite a comunicare con le guide ma non con gli elefanti, il vostro team sarà competente ma non motivato. Se raggiungete i loro elefanti ma non la guida, avrete dipendenti motivati ma che non sanno dove andare. Quando guide e gli elefanti sono in disaccordo sulla direzione da prendere, sorge un problema. La guida può averla vinta temporaneamente, sentire le origini con forza e obbliga l’elefante alla sottomissione. Ma la guida non può rimanere a lungo in un tiro alla fune contro un animale enorme: presto o tardi esaurirà le energie.

Per modificare i comportamenti:

  • Indirizzare la guida: quella che sembra resistenza è spesso una mancanza di chiarezza. Quindi è importante dare istruzioni chiare e non equivoche.
  • Motivare l’elefante. Quella che sembra pigrizia è spesso stanchezza. E’ essenziale coinvolgere il lato emotivo delle persone. La guida non riesce ad imporsi con la forza molto a lungo.
  • Tracciare il percorso. Quello che sembra un problema di persone è spesso un problema di situazione. Dando forma al percorso aumenterete la probabilità di un cambiamento, qualunque cosa accada alla guida e all’elefante (effetto scodelle più piccole per il popcorn al cinema)

Come far scattare un cambiamento

Ciascuno ha un lato emotivo, l’elefante, e un lato razionale la Guida, dovete parlare ad entrambi. Spianare la strada perché abbiano successo. In breve, dovete fare tre cose:

  1. Indirizzare la guida.
  • Trovare le eccellenze. Indagate su ciò che funziona e clonatelo.
  • Sceneggiate le mosse decisive Non pensare alle grandi cose, pensate a comportamenti specifici.
  • Indicate la destinazione. Il cambiamento è più facile se sapete dove state andando e perché ne vale la pena.

2.    Motivare l’elefante.

  • Trovare il sentimento. Sapere qualcosa non basta a scatenare il cambiamento. Fate in modo che la gente provi un’emozione.
  • Minimizzare il cambiamento. Fate a pezzetti il cambiamento finché non smettete di far paura all’elefante.
  • Far crescere le persone. Coltivate un senso di identità e instillate una mentalità di crescita.

3. Tracciare il percorso.

  • Ottimizzare l’ambiente. Quando la situazione cambia, cambia il comportamento. Quindi voi dovete cambiare la situazione.
  • Costruire abitudine. Quando il comportamento è abituale, è gratis: non stanca la guida. Cercate modi per incentivare le buone abitudini.
  • Radunare il greggio. Il comportamento è contagioso: aiutatelo a propagarsi

Superare gli ostacoli

 

Problema: Cambierò domani

Consigli: minimizzate il cambiamento per poter cominciare oggi.

Se non potete cominciare oggi, fissata una stimolazione per domani.

Problema: la gente mi dice sempre non funzionerà.

Consigli: trovate un’eccellenza mi dimostri che può funzionare. C’è situazione che sia un fallimento al 100%. Come un terapista centrato sulla soluzione, cercate gli istanti di successo.

Potete creare a tavolino un successo che aiuti la vostra squadra cambiare mentalità?

Problema: so cosa dovrei fare, ma non lo sto facendo.

Consigli: saperlo non basta. Avete un problema di elefante.

Pensate al salvataggio in cinque minuti. Iniziare in piccolo può aiutarmi a superare la paura. Qual è la cosa più semplice che potete fare, in questo istante, che rappresenterebbe un piccolo passo verso l’obiettivo?

Cercate soluzioni del percorso. Come potete ottimizzare l’ambiente in modo da essere costretti a cambiare?

Il comportamento è contagioso. Coinvolgete altre persone in modo da rinforzarvi a vicenda.

 

Problema: le persone erano entusiaste ad inizio, ma poi abbiamo avuto momenti difficili e abbiamo perso l’energia.

Consigli: concentratevi sulla costruzione di abitudini. Quando create abitudine, ottenete il nuovo comportamento gratis, ed è meno probabile una ricaduta.

Motivate l’elefante rammentando alle persone quanto hanno ottenuto.

Insegnate la mentalità di crescita. Ogni successo passa attraverso momenti difficili. Ricordate di  non lasciarsi prendersi dal panico quando il gioco si fa duro. Non date l’elefante una scusa per arrendersi.

Iniziate a sviluppare la mentalità di crescita. Il progresso non è sempre facile: il successo richiede alcuni fallimenti lungo la strada. Non buttatevi giù a ogni cosa che va storta.

Problema: Tutti sembrano d’accordo che dobbiamo cambiare, ma poi non succede niente.

Consigli: ricordate, quella che somiglia a resistenza spesso è mancanza di chiarezza.

Non dimenticate il percorso. Ci sono ostacoli che potete rimuovere?

Potete trovare eccellenza che serve da modello per il comportamento desiderato

 

 

Le Emozioni: esistono strategie utili per gestirle?

Esistono strategie utili per gestire le emozioni?

Nella terapia l’attenzione è rivolta alle emozioni, che vengono accettate , validate e comprese.

Con lo scopo primario di condividere una visione della sofferenza, come sensata e innocua,  che riflette valori importanti, che non deve essere per forza tenuto a bada.

  • Non è un difetto ma fa parte della natura umana. Incoraggiare l’espressione delle emozioni e validarle è un aspetto imprescindibile della relazione terapeutica, per ricondurli  ai valori personali importanti.
  • Le emozioni vengono considerate come una ricca fonte informazioni sui bisogni del paziente.

Il terapeuta incoraggia la flessibilità e l’ampliamento degli stati emotivi e riformula quelli conflittuali interni in varietà e ricchezza dell’esperienza. Affrontare le proprie emozioni in seduta permette di sperimentare la diminuzione di intensità. Il paziente ne comprenderà l’inoffensività e transitorietà.

Il clinico  riconosce l’impatto delle credenze emozionali del paziente sul modo di considerare la presenza e lo invita alla condivisione, superando alcuni approcci problematici.

  • Condividere le emozioni
  • Evitare eccessivo affidamento sulla razionalità e sul problem solving
  • Superare il timore di essere una persona  irrazionale
  • Concedere  il tempo necessario per esprimere le proprie emozioni
  • Esaminare la varietà di emozioni alla base di un vissuto
  • Passare il messaggio che l’obiettivo della terapia è affrontare anche l’emozioni dolorose
  •  Le emozioni dolorose non rappresentano il problema da eliminare

Elicitare  le emozioni non  significa limitarsi a chiedere al paziente come si sente, ma implica anche indagare le sensazioni fisiche, i ricordi le immagini che evocano i suoi stati d’animo. Osservare espressioni non verbale del volte del corpo, l’intonazione della sua voce e le pause. I momenti in cui le sue emozioni appaiono bloccate o incoerenti con l’argomento trattato.

Esprimere emozioni e  il proprio disagio emotivo rappresenta infatti il primo e decisivo passo verso il trattamento.

 

Nel modello degli schemi emozionali, il nucleo problematico non è rappresentato tanto dalle emozioni stesse, quanto dall’utilizzo di strategie disfunzionali quali  l’ evitamento, la fuga, i comportamenti autolesivi  e l’ uso di sostanze.

Approcci utilizzati per lavorare in terapia con le emozioni .

  • Identificare l’emozione del paziente come punto chiave della terapia
  • Impegnarsi a rispettarle
  • Indagare un’ampia gamma di emozioni
  • Prendere atto di come la terapia cognitiva possa facilmente sembra invalidante
  • Collegare le emozioni dolorose a valori sovraordinati
  • Universalizzare le emozioni
  • Far presente come, nonostante un’emozione possa sembrare senza fine, essa svanirà inevitabile con il passare del tempo
  • Validare la presenza di emozioni ambivalenti e fare in modo di creare spazio sufficiente per ognuna di esse.
  • Suggerire che altre emozioni possono essere un obiettivo legittimo ma non necessariamente prioritarie

Le sedute di terapia  possono essere il momento ideale per concentrarsi sulle emozioni e sui pensieri , facendo di notare come obiettivo della terapia consista nell’aiutarlo a gestirle.

 La cosa più importante, è  come può rendere la propria vita più piena, più significativa e più gratificante.

Imparare a convivere con i propri emozioni, riconoscerle  nella vita di ogni giorno e abbandonare le strategie disfunzionali (evitamento) per raggiungere obiettivi significativi per vivere in accordo con i propri valori. Rappresentano aspetti importanti non solo della terapia stessa, ma anche soprattutto per una vita completa.

La maggior tolleranza delle emozioni sgradevoli permette di creare relazioni più strette,  prendere decisioni che si percepiscono giuste per sé, stabilire le proprie priorità.

  • Spesso pensiamo che emozione dolorosa che proviamo sia anche l’unica, perché ci concentriamo completamente su di essa. Occorre pensare alle proprie emozioni come all’insieme delle note di cui può disporre un musicista ora l’insieme dei colori che utilizza il pittore. 
  •  E provare a prendere in considerazione altre emozioni, non necessariamente connesse a ciò che  è capitato , possiamo esaminare se ci sono alti aspetti  rilevanti nella  propria vita Ad esempio,  la consapevolezza che  certe cose sono importanti e hanno valore. 
  • A volte ci concentriamo sulle emozioni o sull’esperienza che giudichiamo al momento importante e vi rimaniamo intrappolati, perdendo di vista altre emozioni, esperienze e altre possibilità.

È come andare in un grande museo rimanendo al giorno fermi a guardare solo un quadro, che nemmeno ci piace. Ci sono molte altre bellissime opere d’arte da vedere. Provare a pensare: Cos’altro dovrei provare? Dove altro potrei guardare? Ogni esperienza è un’opportunità per sperimentare un’emozione diversa, E ogni emozione offre nuove opportunità.

L’approccio degli schemi emozionali propone che è possibile, a dispetto della presenza di emozioni problematiche, possono fare tutto ciò che ritengono importante: parlare in pubblico anche se ansiosi, trattare genitori con gentilezza anche se arrabbiati con loro, lavorare con i colleghi anche se non hanno completa fiducia in loro.