Ansia e Covid : come affrontare lo stress da pandemia

L’ ANSIA come affrontarla

Non serve a nulla lamentarsi o combatterla: l’ansia tornerà sempre più forte. 

Occorre invece dargli spazio, perché è un farmaco: il suo scopo è farci crescere e diventare noi stessi

L’ansia ci paralizza perché vuole liberarci dalle nostre credenze o meglio è la nostra anima che la produce.  Da diverso tempo ci chiama e ci tormenta per essere ascoltata e invece  passiamo il tempo a lamentarci e a soffrire. 

Infatti pensiamo che tutto dipenda da noi :“soffriamo perché siamo estremamente responsabile di ogni cosa..  soffro per la pandemia…perché non so prendere decisioni, soffro perché i miei genitori mi hanno dato tutto… io me ne frego, soffro perché butto via i migliori anni e così via….”

 Un ego sovrabbondante e pervasivo è il protagonista solitario di questo monologo, come sul palcoscenico stiamo recitando il copione del dolore. Occupando tutto lo spazio, non si vede nient’altro che il proprio IO.

 Se pensi che la guarigione possa arrivare senza  ridurre il peso sovrabbondante del Io nella propria vita, siamo  fuori strada. 

Non decidiamo noi quando  l’ansia prende il sopravvento, o quando mandarla via, non decidiamo nulla. 

Se un disagio arriva c’è un senso che è simboleggiato perfettamente dal dolore percepito per esempio al petto o alla gola, che si aggiunge ad altri disturbi preesistenti. 

L’oppressione che sembra bloccarti il respiro è l’ennesimo tentativo della tua anima di farti orientare lo sguardo dall’esterno  al mondo interiore, dal modo in cui pensiamo di doverci comportare a quello che dovremmo fare davvero. 

 Quando l’anima è stanca, alza la sua intensità. Se non basta l’agitazione dell’ansia a scuoterci, si passa direttamente al corpo. Ecco emergere le sensazione di oppressione, effettivamente c’è qualcuno che ci opprime e siamo proprio noi o meglio il nostro Io

  • Occorre smettere di lamentarsi,  concentrandosi sul dolore quando arriva e mettersi in attesa. 
  • Lasciamo fare l’ansia: all’apparenza è un demone, ma a uno sguardo più profondo è un angelo che vuole ancora salvarci. 

Esercizio: quando sentiamo che l’ansia diventa un gran peso sul petto, come se qualcuno ci schiacciasse, 

  • sdraiamoci su un letto, 
  • chiudiamo gli occhi, e immaginiamo due grandi mani che schiacciano.
  •  Non resistere, non opporti, quel peso sta sgretolando le difese.
  •  Immagina che da dentro di noi, come compressa da secoli di prigionia, possa uscire  un aria pura, benefica rigenerante. 
  • Immaginiamoci nell’atto di respirarla profondamente, poi nutrendoci come se fosse latte materno.

Quando le decisioni creano angoscia

Occorre guardare i propri lati oscuri e le decisioni arriveranno da sole

I primi colloqui sono fondamentali per valutare le motivazione personali. Spesso i pazienti  vengono  in terapia con l’idea di farsi aiutare a non soffrire, a superare un problema, ma senza cambiare niente del proprio atteggiamento mentale e quindi della loro vita. “Desiderare il nuovo, ma non voler cambiare nulla.. Bramare una relazione appagante, ma subire  le lusinghe della vita comoda accanto al ragazzo o al marito che pensi di non amare più… Voler prendere in mano la propria vita, ma non sopportare lidea di deludere i propri genitori.”

 Non siamo la persona che crediamo e nemmeno quella che vorremmo essere. Proviamo invece a dirci che credevamo di non poter rimanere accanto una persona che non amiamo più, invece ci accorgiamo che lo sappiamo fare. Magari credevamo anche di non poterci innamorare di un altro, invece è accaduto.

 Non si tratta di tragedie, in verità ogni volta che scopriamo un lato nuovo di noi, è una buona giornata, anche se quello che scopriamo non ci piace.

 I lati “ombra” direbbe Jung, sono indispensabili per trovare la vera luce, cioè la direzione che dobbiamo imprimere alla nostra vita. Occorre entrare nelle tenebre, come fece Dante nella Divina Commedia, per ritrovarci e rinascere, quando siamo in crisi. Il Sommo poeta iniziò la sua grande opera perché stava perdendo la fede e per un uomo del suo tempo era un enorme problema.

 Occorre chiederci quale fede stiamo perdendo?

Forse stiamo perdendo la fede nell’immagine che vogliamo dare al mondo: di una persona perbene, che ha una relazione stabile, che non fa soffrire nessuno, orgoglio di mamma e papà. Si tratta di una visione infantile di se stessi, che ammette solo le presunte qualità e nega i difetti. 

Qualsiasi visione manichea ci sta ingabbiando e ci rende incapaci di qualunque decisione. Rischia di farci perdere tutto ed è forse questo ad angosciarci maggiormente.

 La soluzione non sta nella decisione. 

  • Si tratta di contemplare le infinite contraddizioni che albergano nel nostro animo lasciandole esattamente così come sono. 
  • Non c’è da scegliere, da migliorare, da diventare più forti, sicuri. 
  • Occorre osservare con occhio aperto il mondo interno, la selva scura di Dante… Attendere che le parti che ci compongono, ora in lotta, smettano di guardarsi in cagnesco e comincino a parlarsi.
  •  Non si può farlo se continuiamo a pensare di dover scegliere la prima strada del bivio o la seconda. 
  • Se ci fermiamo e contempliamo, tutto andrà posto da sé.

GUARIRE L’ATTACCAMENTO INSICURO CON LE IMMAGINI.

GUARIRE L’ATTACCAMENTO INSICURO IN PSICOTERAPIA

CON L’AIUTO DI FIGURE GENITORIALI IDEALI IMMAGINATE

I trattamenti più efficaci per l’attaccamento insicuro includono il riconoscimento del ruolo essenziale svolto dalla sensazione percepita in uno stato di sintonizzazione empatica con gli altri significativi.

In Psicoterapia, la sintonizzazione serve per esprimere e rispecchiare modi di essere con lo scopo di aiutare i pazienti a sentirsi protetti e accuditi, visti e riconosciuti, valorizzati e apprezzati .

Nonostante tale intervento possa risultare molto utile, esistono dei limiti pratici a questa modalità di trattamento.

Le persone con uno stile di attaccamento insicuro presentano dei modelli operativi interni associati a una relazione in qualche modo problematica con i propri genitori durante l’infanzia.

Una relazione adulta, nuova e positiva, con uno Psicoterapeuta costituisce senza dubbio un elemento benefico, ma difficilmente potrà sostituirsi o cambiare efficacemente il modello operativo interno problematico.

Uno strumento complementare rispetto alla funzione del terapeuta è la “figura di attaccamento positiva” :

  • Consiste nell’utilizzo di immagini come le“figure genitoriali ideali” , finalizzato al raggiungimento di un attaccamento sicuro.
  • nel contesto di una relazione terapeutica , immagina di tornare bambino,
  • di provare le stesse sensazioni dell’infanzia, e di interagire con genitori immaginari che incarnano tutti quei modi di essere e di comportarsi percepiti come “giusti” attraverso i suoi occhi di bambino,
  • il modello operativo interno originale e problematico, potrà essere sostituito da un modello relazionale nuovo, positivo, centrato sull’attaccamento sicuro.

Questo approccio è in linea e integra i principi e le implicazioni della teoria polivagale, del riconsolidamento della memoria e delle Psicoterapie relazionali orientate al corpo.

Quando è utile la terapia EMDR?

La terapia EMDR

La terapia EMDR è un approccio terapeutico per il trattamento del trauma.

Secondo il modello di elaborazione adattiva dell’informazione, che guida l’approccio EMDR, i sintomi presentati dal cliente hanno origine da esperienze dolorose che vengono immagazzinate, in modo maladattivo, nel cervello, senza che siano state pienamente elaborate e integrate all’interno della rete più ampia della memoria (Shapiro, 1995, 2001, 2018).

La terapia EMDR è un metodo suddiviso in otto fasi che implica l’elaborazione dei ricordi del passato all’origine dei problemi manifestati nel presente, nonché dei trigger che attivano il cliente nel presente.

Questo metodo implica, inoltre, la creazione di un modello futuro di comportamento adattivo.

L’EMDR può essere utilizzata non soltanto per trattare i traumi più gravi, ma anche per trattare quei ricordi onnipresenti “apparentemente piccoli” ma piuttosto impattanti (per es. lo sguardo arrabbiato di una madre, la richiesta di aiuto ignorata da un padre).

Questi ricordi sono alla base di svariate credenze negative: “non sono abbastanza”, “non merito di essere amato/a”, “sono impotente” o “non sono al sicuro” sono soltanto alcuni esempi.

Il trauma (l’abuso o la trascuratezza subìto/a) non è l’unico aspetto da trattare: anche l’attaccamento traumatico nei confronti della figura abusante deve essere adeguatamente trattato.

L’EMDR può essere utilizzata sia per il trattamento dell’attaccamento traumatico.

L’attaccamento disorganizzato ha luogo quando il caregiver è sia una fonte di sicurezza che di terrore; questa forma di attaccamento è all’origine del trauma complesso e dei disturbi dissociativi (Brown and Elliot, 2018).

TRAUMA

L’IMMAGINAZIONE NELLA PSICOTERAPIA DEL TRAUMA

Il terapeuta chiede al paziente:

Di pensare ad un evento traumatico vissuto nel passato che ancora ha un impatto doloroso e limitante sulla vita quotidiana. 

1. Concentrarsi su un’immagine rappresentativa o dell’episodio nella sua interezza o nella sua parte più disturbante. 

2. Identificare un’affermazione che esprima una convinzione negativa o un’autovalutazione disadattiva associata  all’immagine.

3. Riferire ciò che sente a livello viscerale, corporeo.

 Una cognizione che rappresenta l’interpretazione che il paziente ha di se stesso nel momento attuale non una mera descrizione

Le cognizioni negative 

Quali sono le convinzioni auto svalutanti che possiede su se stesso in relazione all’ evento traumatico? 

Le cognizioni negative comprendono informazioni del tipo “sono cattivo, non valgo nulla, sono in capace di avere successo..”.

Vengono definite come un’autovalutazione che le persone fanno nel momento presente.

Quando il paziente richiama alla mente il ricordo di un trauma , il terapeuta potrà verificare il livello di disturbo sperimentato attualmente dall’individuo.

Se il paziente continua a vedersi in modo inadeguato , dimostra che il ricordo non è stato risolto.

Tali valutazioni sono gli obiettivi primari della terapia. Se un paziente ha difficoltà a verbalizzare una cognizione negativa può rivelarsi utile suggerirgli alcuni esempi che, secondo l’esperienza clinica, sembrano adattarsi bene al suo caso.

Ecco alcuni esempi: 

“non valgo nulla.. c’è qualcosa di sbagliato in me… sono una persona cattiva… sono sporca.. non sono degno damore… sono in pericolo.. sono impotente… non ho il controllo… non posso avere successo”. 

Le cognizioni Positive

La fase successiva sarà dedicata all’identificazione della cognizione positiva.

Con l’attribuzione di un punteggio da uno a sette da completamente falso a completamento del vero

Il punteggio sulla scala dovrebbe essere assegnato in base a quanto il paziente percepisca la cognizione positiva come vera e credibile non alla sua verità oggettiva.

Lo scopo dell’identificazione di una cognizione positiva desiderata è stabilire un punto di arrivo per la terapia, stimolare l’attivazione delle reti neuronali alternative adeguate e offrire al paziente una condizione di base per valutare i progressi fatti.

Ovviamente rappresentare una cognizione “positiva ma falsa” sarà inadeguata per un efficace rielaborazione con la terapia.

Al momento di sviluppare la cognizione positiva è bene insegnare al paziente a fare un’affermazione su di sé e che comporti un controllo interno.

I pazienti propongono spesso affermazioni relative a fenomeni che vanno aldilà del proprio controllo. È bene fornire ai pazienti degli esempi adeguati, mostrando come è impossibile assicurarsi della veridicità di asserzioni come “i miei figli devono stare sempre bene”. Oppure “Mi amerà per sempre “non è una cognizione positiva perché non è possibile un controllo sui pensieri e sulle azioni degli altri.

Cognizioni positive adeguate per esempio: “Sono in grado di gestire questa situazione, posso fidarmi di me stesso, posso agire in modo responsabile“. Infatti offrono al paziente una ridefinizione delle proprie capacità.

Per il raggiungimento di un senso di valore personale di equilibrio indipendentemente dalle forze esterne, senza rifugiarsi  nella razionalizzazione o in false speranze per il futuro.

Le cognizioni positive che possono essere ragionevolmente identificati sono affermazioni: “è una cosa che appartiene al passato, ho fatto del mio meglio, ora ho la possibilità di scegliere.” 

“Posso imparare da quello che è successo”, in questi casi il paziente si riconosce un livello adeguato di rischio e di responsabilità per i propri comportamenti passati e l’enfasi è posta sulle azioni presenti e future.

Aiutare i pazienti a identificare una cognizione positiva costituisce una fase importante della terapia. La capacità di sviluppare una prospettiva alternativa rispetto al trauma, esprimendo in un linguaggio ragionevole, offre una speranza di fuga dal dolore dall’autodenigrazione.

Se un paziente presenta difficoltà a verbalizzare una cognizione positiva è bene applicare  una delle seguenti affermazioni: ho fatto del mio meglio e qualcosa che appartiene al passato, ho imparato da ciò che è successo, al controllo, sono degno damore, sono una brava persona, ora la passività di scegliere, posso avere successo, sono in grado di affrontare la situazione, ora sono al sicuro.  

L’obiettivo della terapia: aiutare l’individuo a raggiungere una ridefinizione di sé in termini positivi.

Dopo aver elaborato il materiale disfunzionale più antico, la fase successiva del trattamento, si focalizzerà sull’associazione intenzionale della cognizione positiva alle informazioni che prima erano disturbanti.

Si lavorerà per incorporare la cognizione positiva all’interno delle reti mnestiche, contenenti il materiale da modificare. Quando l’informazione verrà elaborata,  riattivata, emergerà a livello cosciente in associazione alle cognizioni positive dominanti.

Tali connessioni, permetteranno a tutte le informazioni relative a risultati positivi di associare il materiale precedentemente traumatico.

ATTACCO DI PANICO IN AUTOSTRADA

PAURA DI GUIDARE IN AUTOSTRADA

Nella vita capita di imboccare strade che non ci convincono, ma andiamo avanti reprimendo la nostra contrarietà.

Così ci resta solo il malessere, per esprimere il dissenso.

Credo che il problema di attacchi di panico mentre si guida, si alimentano proprio dall’incapacità di dar voce alle proprie perplessità: sul lavoro, nel rapporto col proprio compagno, su se stessi.

L’autostrada, con il suo tragitto lineare e le carreggiate ben delimitate e senza vie d’uscite, ha proprio l’aspetto di quei percorsi obbligatori che ci auto-imponiamo. Mentre in città si può cambiare direzione facilmente . Il problema del panico non sono le strade, ma gli obblighi che abbiamo imposto alla propria vita.

Un colloquio con un psicoterapeuta potrebbe essere d’aiuto

RELAZIONI TOSSICHE

Motivi per soffrire, la realtà ce ne offre ogni giorno: lavori sottopagati, capi tirannici, partner inadeguati e amici assenti al momento del bisogno. Tutte ottime ragioni per stare male.

Dalla prospettiva dello psicoterapeuta, solo fino a un certo punto.

Le persone che vengono nel mio studio hanno sempre veri motivi per recriminare. La vita  non è stata loro amica. Spesso è stata decisamente ostile.

Certamente, un terapeuta non può aggiustarla ma può, gettare le basi per un futuro più libero, nei limiti di ciò che l’ambiente può offrire, per poter di nuovo sperare, progettare e creare.

Per riuscirci occorre accompagnare le persone fino a un certo punto preciso: all’acquisizione di una consapevolezza. 

 L’ostacolo più importante lo portiamo con noi. Anche se vengono offerti tutti gli strumenti più potenti che la psicoterapia moderna mette a disposizioni, magari utilizzati bene inizialmente, ma poi l’avversario interno tornerà a farsi sentire e senza grandi difficoltà riprenderà il sopravvento.

Convinzioni su di sé infondate.

Questo avversario interno si chiama schema interpersonale maladattivo.

Di cosa si tratta,  come  causa sofferenze e problemi che vanno oltre l’impatto della realtà?

Mi spiego con alcuni esempi. Valeria una manager di 29 anni mi racconta che:” ha dei rapporti con il capo anche se lei non è innamorata. Esploriamo le memorie remote ed emergono elementi importanti: ha perso il padre in adolescenza, dopo una lunga malattia. La madre diceva spesso che doveva farlo stare tranquillo, perché altrimenti avrebbe sofferto“.

Valeria interpreta la scarsa disponibilità del padre e i richiami della madre come: “io non sono amabile, la sofferenza dell’altro è causata da me stessa. Se lo faccio soffrire, mi abbandonerà.

Per proteggersi dall’abbandono, la ragazza ha sviluppato la tendenza ad essere compiacente, condiscendente, fino al punto da perdere il contatto con i propri desideri e la propria volontà. Questo modo di pensare si è cristallizzato. Valeria si rende conto che non lo applica soltanto al suo capo, ma in tutte le relazioni con persone per lei importanti che mostrano sofferenza. Fa di tutto per  accontentarli anche facendo cose a lei sgradite: non vuole che la abbandonino, altrimenti sarebbe la conferma di non essere amabile.

Nel corso della terapia, in pochi mesi è riuscita a prendere distanza da queste idee, capisce che l’idea dannosa di essere non amabile è un suo pensiero, non la realtà, riesce a mettere distanza tra sé e il capo. Valeria si è quindi resa conto che soffriva a causa di uno schema che prediceva come le sue relazioni interpersonali sarebbero andate a finire.

ACT : Processo terapeutico per creare una vita significativa.

L’ACT un intervento psicoterapeutico, ideato da Steven Hayes (2006). 

Alla radice, l’ACT è una terapia comportamentale: si tratta di agire. Ma non si tratta di un’azione qualsiasi. 

In primo luogo, riguarda un’azione guidata dai valori:

  •  Per che cosa vogliamo vivere la nostra vita? 
  • Quali sono i desideri più profondi rispetto a chi vogliamo essere ?
  • Che cosa vogliamo fare durante il nostro breve tempo su questa terra? 

L’individuazione di questi valori fondamentali consente:

  1. di guidare, motivare ed ispirare il cambiamento comportamentale. 
  2. In secondo luogo, riguarda l’azione consapevole,
  3. l’azione da intraprendere con piena consapevolezza,
  4. aperti all’esperienza e pienamente coinvolti nel qui ed ora. 

L’ACT prende il nome da uno dei suoi messaggi fondamentali:

accettare ciò che è fuori dal controllo personale ed impegnarsi nell’intraprendere azioni che arricchiscono la propria vita. 

Lo scopo è quello di aiutare a creare una vita ricca, piena e significativa, accettando il dolore inevitabile .

I sei processi fondamentali nell’ACT sono: 

  1. il contatto con il momento presente (essere qui adesso), 
  2. la defusione (osservare il proprio pensare)
  3. l’accettazione (aprirsi),
  4. il sé come contesto (pura consapevolezza), 
  5. i valori (sapere ciò che è importante
  6. e l’azione impegnata (fare ciò che conta) (Hayes et al., 2006). 

Tali passi non sono da considerarsi come processi separati.

Insieme portano alla Flessibilità Psicologica: piena consapevolezza e apertura all’esperienza, intraprendendo azioni guidate dai valori.

Allo sviluppo di tale abilità, ne consegue un graduale miglioramento della qualità di vita, è in grado di rispondere molto più efficacemente ai problemi e alle sfide che la vita porta inevitabilmente con sé (Harris, 2016).

Il protocollo ACT, nel perseguire gli scopi sopra citati, si avvale prevalentemente di tecniche esperienziali:

  1. esercizi di mindfulness,
  2. metafore
  3. richiede impegno e allenamento costante nella vita quotidiana.

Il protocollo basato sull’ACT si è dimostrato efficace nell’incoraggiare i pazienti ad accettare la realtà e compiere azioni in linea con i propri valori, piuttosto che rafforzare strategie di evitamento della sofferenza (Mathew et all, 2020). Tali evidenze, possono avere importanti implicazioni per la cura di pazienti con componenti di ansia, depressione e timore di recidiva nelle patologie oncologiche. Possono trarre benefici dal modello ACT.

Quando l’ansia diventa una normalità.

Impariamo a riconoscerla: ci aiuterà a riportarci in asse. 

Esiste un tipo di ansia sottile, cronica, che si confonde con il normale umore. Non viene quasi mai considerata ma è presente nella vita di molte persone .

  1. Ansia costante, fastidiosa, cronica, che vive sotto traccia per lungo tempo e apparentemente senza un motivo. 
  2. Un’ansia insidiosa, che sfugge alle classificazioni e alle diagnosi, innanzitutto perché chi la vive sembra essere abituato alla sua presenza e quindi non si allarma e non la segnala al medico. 
  3. Come se facesse parte della sua vita, quasi invisibile, eccetto in alcuni momenti nei quali di colpo si rende conto che invece esiste, ed è una presenza davvero scomoda. 

Facciamo un esempio: ” stai facendo la spesa in un market dove c’è poca gente e non hai alcuna fretta, in uno stato in apparenza tranquillità .Mentre aspetti alla cassa, ti accorgi allimprovviso di essere in ansia: la muscolatura è tesa,  sembra che debba cadere qualcosa che devi fare in fretta  o che qualcuno ti stia aspettando, anche se non è così. Non è un attacco dansia vero proprio, bensì uno stato dansia di cui ti rendi conto in quel momento. Altra scena sei con familiari o amici in una situazione conviviale tranquilla, in assoluta serenità. Ma un certo punto ti accorgi di una tensione interna, come una preoccupazione, come se ci fossero chissà quali problemi da affrontare, anche se in realtà non è così.

Consideriamo, che quest’ansia non arriva all’improvviso, ma è già presente. Se sei impegnato non la senti, mentre se sei in disimpegno, te ne accorgi. Implica una costante tensione emotiva di medio bassa intensità, che non ha bisogno di crisi acute per far sentire il suo messaggio. 

  • Sta segnalando un malessere, un fastidio.
  • Percepisci la fatica anche quando non dovresti farne, ti fa sentire preoccupato anche quando non lo sei. 
  • Sembra mandare in scena una sorta di scomodità, una postura psichica inadatta, un atteggiamento mentale sbagliato. 
  • Come se non riuscissi a stare nel presente, goderti il momento e rilassarti. 

Ritrova il tuo presente.

Come se ci fosse una discrepanza tra ciò che sei e ciò che riesci a essere, la tensione psicofisica esprime questa difficoltà posturale. 

  • Quest’ansia indica la modalità con cui stai affrontando la quotidianità, ti fa essere teso, scomodo, insicuro. 
  • Ti impedisce di essere a tuo agio lì dove ti trovi. Questo perché non sei concentrato
  • Sei troppo avanti col pensiero, proteso verso obiettivi futuri, in costante atteggiamento anticipatorio. Oppure sei troppo indietro, la rincorsa di parti di te che stai cronicamente trascurando, in costante atteggiamento di recupero. 
  • Ti manca, quindi un baricentro temporale: o troppo avanti o troppo indietro, ma il più delle volte tutte e due. Ciò che lasci indietro  andando troppo avanti, ma non riesce ad andare bene avanti perché ci sono cose rimaste indietro. 
  • Quindi un circolo vizioso che deve essere spezzato. Il baricentro va riportato nel presente. 

Scopriamo così che questa forma dansia un motivo ce lha, ed è anche molto raffinato: esprime un disequilibrio sottile, non spettacolare, ma proprio per questo difficile da vedere. Possiamo dire che senza questa tensione, forse non ci accorgeremo di nulla.

 Riscopri cosa conta per te

Quest’ansia scomoda, perciò è frutto della sapienza del sistema nervoso, che coglie la situazione interiore e di conseguenza, tende i muscoli come se il corpo fosse tirato un po’ avanti e un pò indietro. Dando come risultato una rigidità posturale che bene imita la controversa dinamica psichica.

  1. L’ascolto attento del sintomo, ancora una volta, ci aiuta a capire quello che sta succedendo e a impostare un orientamento terapeutico, rivolto verso un miglioramento della qualità della vita soprattutto della vita mentale.
  2. Dobbiamo fare un’attenta ricognizione della nostra scala di priorità e dell’attribuzione di significato agli eventi, perché evidente che esista ormai da tempo, un certo disordine. 
  3. Scopriremo, con una certa sorpresa, che nel nucleo più profondo di questo sintomo c’è una richiesta ancora più importante, quello di fare uno scatto nello sviluppo della personalità. 
  4. Percepire meglio cosa siamo e cosa non siamo.
  5.  Godere non solo dei momenti ufficialmente belli, ma anche del semplice esistere, dei momenti anonimi. Proprio come fare la spesa, rilassarsi con gli amici stare senza far niente. Un’ansia preziosa che, se risolta, si trasforma in gioia di vivere. 
Autostima

L’Autostima, terapia breve per superare le insicurezze

Nessuno può farti più male di quello che fai tu a  te stesso”. Gandhi.

Mai come negli ultimi tempi gli insoddisfatti di sé stessi crescono, l’insicurezza sembra un’epidemia, che sta producendo più vittime del coronavirus.

Aumentano il numero di persone che convivono ogni giorno con la sensazione di non essere adeguate.

Un timore di essere giudicati inadeguati rispetto agli standard sempre più elevati che la società impone. Può riguardare ogni ambito della vita: lavoro, vita privata, relazioni sociale.

Anche se spesso il giudice più severo si rivela quello interiore: che continua a ricordarci, che comunque non è mai abbastanza, che malgrado tuti gli sforzi effettuati non sarete mai attraenti e capaci e poco interessanti.

Per tamponare la fragile autostima ci si nasconde spesso e volentieri dietro le bugie, facilmente smascherabili, che finiscono inevitabilmente per danneggiare se stessi e i propri rapporti . Altre volte assecondiamo gli altri in una sorte di sottomissione relazionale. Pur di essere accettati anche se non siamo d’accordo rispondiamo a qualunque cosa ci viene richiesto. Per timore di deludere gli altri si finisce intrappolati nel bisogno di compiacere l’altro per essere costantemente benvoluti e apprezzati.

La paura di non essere all’altezza può spingerci alla fallimentare ricerca della perfezione. Una fatica inutile. Lo sforzo di perfezione rischia di trascinarci nella grande imperfezione o per eccesso di rigidità o per perdita del controllo.

La tanto agognata pietra filosofale chiamata autostima, non si eredita, ma si costruisce.

Come sosteneva Albert Einstein, “la misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario. Si è sconfitti solo quando ci si arrende. Il percorso per diventare capaci implica provare, carriere e rialzarsi.”

  1. La propria sicurezza, viene guadagna sul campo, dimostrando a se stessi che siamo in grado di agire concretamente.

2. Bisogna evitare gli obiettivi impossibili.

3. Accettare che qualunque abilità complessa va acquisita a piccoli passi.

4. Per saltare in alto bisogna prima allenarsi e saper tollerare le frustrazioni.

5. Nessuno può sostituirsi al nostro posto. La responsabilità di affrontare le prove che la vita ci pone è personale.

6. Se deleghiamo a qualcun altro, ci priviamo di un’importante opportunità di crescita, oltre a incrementare le nostre insicurezze

7.Spesso il bisogno di fare bene, ci irrigidisce nella ricerca di una perfezione irrealistica e stagnante.

8.Occorre tenere a mente che non si può piacere a tutti, vista l’enorme varietà dei gusti, valori, opinioni e abitudini che caratterizza il genere umano.

Le relazioni sono come un tango: per creare relazioni costruttive occorre stabilire rapporti reciproci nel dare e ricevere. Possiamo piacere agli altri solo se corriamo il rischio di mostrarci per quello che siamo, con le nostre debolezze, senza fingere, con i nostri pregi difetti.