MALATO IMMAGINARIO?

PSICOSOMATICA

Capita di sentirsi dire dai medici : ” alla luce delle visite e degli esami effettuati, lei non ha niente..sarà psicosomatico

Com’ è possibile, che non emerga nulla, quando in realtà il sintomo rimane: mal di testa, mal di stocamo , vertigine ecc

La medicina psicosomatica si occupa proprio in queste situazioni di confini, in cui fattori organici e psicologici si attivano e si intrecciano.

Occorre comprendere che in questi disturbi “senza causa“, esiste una componente di tipo psico emotivo. Non significa che sia l’unico motivo, ma alcuni stati di tensione psichica e di conflitto interiore o relazionale, attraverso il sistema neuro-immuno-endocrino, possono influenzare la funzionalità di alcuni organi o apparati.

Molte persone tendono ad ignorare i sintomi, una volta che visite ed esami abbiano appurato che non c’è nulla di patologico.

Ma si tratta di un errore.

  • Innanzitutto perché il fatto che non ci sia una spiegazione clinica ai sintomi non significa che non vi sia una causa, magari nascosta di natura psichico ambientale.
  • Infatti la presenza di sintomi indica che, comunque, il corpo è in difficoltà.
  • Fare finta di niente quindi rischia di peggiorare la situazione, sottoponendo l’organismo a una notevole stress e ponendo le basi per una maggiore organicità dei sintomi stessi. 

 Si ricorda che l’atteggiamento “del far finta” può essere, in diversi casi, la vera causa del sintomo, che vuole esprimere, con la sua presenza, la ribellione dell’intera nostra persona a un modo molto innaturale di trattare se stessi, oltre che irrispettoso dei propri limiti e caratteristiche.

Per uscire da questa situazione bisogna innanzitutto legittimarsi.

Il disturbo esiste, non è un’invenzione. Bisogna trovare il modo di curarlo, il fatto che le visite e gli esami non abbiano evidenziato nulla, significa che non c’è un danno organico .

Infatti esistono sintomi, che derivano da alterazioni funzionali spesso dovute a un sistema nervoso, immunitario e endocrino che lavorano al limite della norma, per così dire “al confine”.

Quindi basta poco per produrre dei sintomi ma anche per farli passare, in modo intermittente. In pratica ci sono situazioni in cui, finché un sintomo si manifesti, non occorre una causa riconoscibile.

Fondamentale riconoscerlo per avere una visione obiettiva della propria situazione.

Tali problematiche psichiche possono riguardare situazioni di vita specifiche: la coppia, relazioni parentali o amicali, oppure il rapporto con lo stile di vita, il lavoro. Possono scegliere nel corpo e alterare la funzione di un organo.

Possano usare lo schema simbolico racchiuse in quell’organo in quella funzione per dare forma al problema che viene trascurato.

LOMBOSCIATALGIA: Cosa fare?

LOMBOSCIATALGIA

Il dolore lombare è un gemito, a volte è un grido.

Una parte di noi che non riesce più a sostenere a sopportare qualcosa: un lavoro troppo pesante, una situazione problematica di tipo esistenziale, familiare, lavorativo a cui non ci si sottrae, di solito per un rigido senso del dovere o per un’incapacità di dire di “no”.

La tendenza a sottoporsi a sforzi eccessivi si associa spesso alla scarsa conoscenza dei propri limiti e a un abuso delle proprie risorse.

Vi è una percezione alterata delle forze, un atteggiamento portato al sacrificio basato anche sul senso del dovere eccessivo.

Il bel noto colpo della strega nasce da due possibili situazioni: un movimento maldestro in un momento in cui ci si dovrebbe fermare, nel secondo caso uno sforzo eccessivo, il sollevamento di peso, un insopportabile carico di responsabilità di cui non ci liberiamo per eccesso di zelo o di dovere.

La discopatia segue proprio un periodo di rigida e talora testarda sopportazione di eventi affrontati senza elasticità.

Il disco schiacciato (degenerazione discale) o che esce dalla sua sede (ernia) esprime la difficoltà a usare la flessibilità e l’adattamento. In generale, questo atteggiamento va a scapito del piacere. La libido si blocca nelle radici nervose deputati alla sessualità che escono in parte  proprio dalle ultime vertebre lombari.

Altre volte alla base del colpo della strega è presente una visione moralistica dell’eros. Le fantasie le pulsioni, per cui si cerca di difendersi con la contrattura dei muscoli lombari. Può essere anche un tentativo di controllare o gestire l’attrazione sessuale, per bloccare sul nascere una fantasia di tradimento.

Cosa fare?

Va cambiato l’atteggiamento: meno rigidità uguale meno sofferenza

1. Iniziare a rallentare.

2. È importante ricordare che il dolore non va eliminato con i farmaci, prima di sapere di che cosa si tratta,

L’ intervento principale sta nel modificare qualcosa nelle proprie abitudini la lombosciatalgia chiede di fermarsi quantomeno di rallentare: nei ritmi oppure nei modi, in uno o più ambiti deve vivere.

Assecondiamo tale suggerimento, individuando che cosa ci sta sovraccaricando negli ultimi tempi a che cosa vorremmo intimamente sottrarci.

3. Cerca il piacere. 

Vanno ritrovate delle parole chiavi: il rispetto e la complicità con se stessi, che nascono dalla conoscenza reale dei propri limiti e risorse.

Tuttavia, è necessario familiarizzare:

anche con le azioni semplicemente piacevoli, dimenticate, sganciate dall’utilità dalla produttività sociale e familiare.

IPERTENSIONE

IPERTENSIONE.

 IL SANGUE CHE PREME 

Un controllo mentale eccessivo mette l’organismo in una condizione di pressione interna. Il sangue, simbolo per eccellenza delle passioni, si fa portavoce.

LA PERSONALITA’ DELL’IPERTESO

Tutto o niente, senza sfumature: una modalità che porta in zona rischio.

Le persone ipertese hanno almeno tre fra le seguenti caratteristiche:

  • Tendono a un attivismo continuo,
  • Reagiscono con l’azione alle difficoltà della vita e ai problemi psicologici
  • Sono legate ad aspetti pragmatici e concreti dell’agire

In generale gli ipertesi tendono a nascondere le proprie emozioni:

Cercano di non commuoversi anche quando sono da sole.

Nei rapporti affettivi si aprono completamente oppure si chiudono totalmente: la modalità tutto niente si presenta anche quando cambiano idea su persone e situazioni.

Spesso l’iperteso testimonia un approccio maschile alla realtà, (intesa in senso simbolico, ricordando che tutti abbiamo una parte maschile e femminile). Predilige l’attività alla passività e appare come un soggetto sanguigno.

La parola chiave per comprendere la dimensione simbolica dell’ipertensione è controllo, meglio ancora ipercontrollo.

TRAUMA

L’IMMAGINAZIONE NELLA PSICOTERAPIA DEL TRAUMA

Il terapeuta chiede al paziente:

Di pensare ad un evento traumatico vissuto nel passato che ancora ha un impatto doloroso e limitante sulla vita quotidiana. 

1. Concentrarsi su un’immagine rappresentativa o dell’episodio nella sua interezza o nella sua parte più disturbante. 

2. Identificare un’affermazione che esprima una convinzione negativa o un’autovalutazione disadattiva associata  all’immagine.

3. Riferire ciò che sente a livello viscerale, corporeo.

 Una cognizione che rappresenta l’interpretazione che il paziente ha di se stesso nel momento attuale non una mera descrizione

Le cognizioni negative 

Quali sono le convinzioni auto svalutanti che possiede su se stesso in relazione all’ evento traumatico? 

Le cognizioni negative comprendono informazioni del tipo “sono cattivo, non valgo nulla, sono in capace di avere successo..”.

Vengono definite come un’autovalutazione che le persone fanno nel momento presente.

Quando il paziente richiama alla mente il ricordo di un trauma , il terapeuta potrà verificare il livello di disturbo sperimentato attualmente dall’individuo.

Se il paziente continua a vedersi in modo inadeguato , dimostra che il ricordo non è stato risolto.

Tali valutazioni sono gli obiettivi primari della terapia. Se un paziente ha difficoltà a verbalizzare una cognizione negativa può rivelarsi utile suggerirgli alcuni esempi che, secondo l’esperienza clinica, sembrano adattarsi bene al suo caso.

Ecco alcuni esempi: 

“non valgo nulla.. c’è qualcosa di sbagliato in me… sono una persona cattiva… sono sporca.. non sono degno damore… sono in pericolo.. sono impotente… non ho il controllo… non posso avere successo”. 

Le cognizioni Positive

La fase successiva sarà dedicata all’identificazione della cognizione positiva.

Con l’attribuzione di un punteggio da uno a sette da completamente falso a completamento del vero

Il punteggio sulla scala dovrebbe essere assegnato in base a quanto il paziente percepisca la cognizione positiva come vera e credibile non alla sua verità oggettiva.

Lo scopo dell’identificazione di una cognizione positiva desiderata è stabilire un punto di arrivo per la terapia, stimolare l’attivazione delle reti neuronali alternative adeguate e offrire al paziente una condizione di base per valutare i progressi fatti.

Ovviamente rappresentare una cognizione “positiva ma falsa” sarà inadeguata per un efficace rielaborazione con la terapia.

Al momento di sviluppare la cognizione positiva è bene insegnare al paziente a fare un’affermazione su di sé e che comporti un controllo interno.

I pazienti propongono spesso affermazioni relative a fenomeni che vanno aldilà del proprio controllo. È bene fornire ai pazienti degli esempi adeguati, mostrando come è impossibile assicurarsi della veridicità di asserzioni come “i miei figli devono stare sempre bene”. Oppure “Mi amerà per sempre “non è una cognizione positiva perché non è possibile un controllo sui pensieri e sulle azioni degli altri.

Cognizioni positive adeguate per esempio: “Sono in grado di gestire questa situazione, posso fidarmi di me stesso, posso agire in modo responsabile“. Infatti offrono al paziente una ridefinizione delle proprie capacità.

Per il raggiungimento di un senso di valore personale di equilibrio indipendentemente dalle forze esterne, senza rifugiarsi  nella razionalizzazione o in false speranze per il futuro.

Le cognizioni positive che possono essere ragionevolmente identificati sono affermazioni: “è una cosa che appartiene al passato, ho fatto del mio meglio, ora ho la possibilità di scegliere.” 

“Posso imparare da quello che è successo”, in questi casi il paziente si riconosce un livello adeguato di rischio e di responsabilità per i propri comportamenti passati e l’enfasi è posta sulle azioni presenti e future.

Aiutare i pazienti a identificare una cognizione positiva costituisce una fase importante della terapia. La capacità di sviluppare una prospettiva alternativa rispetto al trauma, esprimendo in un linguaggio ragionevole, offre una speranza di fuga dal dolore dall’autodenigrazione.

Se un paziente presenta difficoltà a verbalizzare una cognizione positiva è bene applicare  una delle seguenti affermazioni: ho fatto del mio meglio e qualcosa che appartiene al passato, ho imparato da ciò che è successo, al controllo, sono degno damore, sono una brava persona, ora la passività di scegliere, posso avere successo, sono in grado di affrontare la situazione, ora sono al sicuro.  

L’obiettivo della terapia: aiutare l’individuo a raggiungere una ridefinizione di sé in termini positivi.

Dopo aver elaborato il materiale disfunzionale più antico, la fase successiva del trattamento, si focalizzerà sull’associazione intenzionale della cognizione positiva alle informazioni che prima erano disturbanti.

Si lavorerà per incorporare la cognizione positiva all’interno delle reti mnestiche, contenenti il materiale da modificare. Quando l’informazione verrà elaborata,  riattivata, emergerà a livello cosciente in associazione alle cognizioni positive dominanti.

Tali connessioni, permetteranno a tutte le informazioni relative a risultati positivi di associare il materiale precedentemente traumatico.

Imparare a riconoscere i rischi per la salute

Rischi per la salute.

Uno stato di tensione e di allerta costante può favorire :

 

  1. Artrosi lo stato di tensione psichica costante riverbera in una tensione muscolare costante che nel tempo modifica la cartilagine articolare. 
  2. Problemi surrenali. L’attivazione continua dello stato di allerta può indurre surreni a produrre cortisolo in modo costantemente superiore alla norma. 
  3. Problemi alla tiroide. A forza di avere un metabolismo mentale troppo veloce, si finisce per influenzare anche quello fisico.
  4. Ipertensione arteriosa L’allerta costante richiede un maggiore afflusso di sangue al cervello, che richiede a sua volta un aumento della pressione.

LA GUIDA PRATICA

  • Sfoga gli eccessi di energia. Spesso questa forma d’ansia si accompagna un accumulo di energia fisica che non scarichiamo e in generale a una certa trascuratezza nella cura dello stato di forma dell’attività fisica. Da evitare assolutamente la sedentarietà. Assai utile impostare un programma anche solo di camminate giornaliere. 
  • Serve una riorganizzazione più prudente del tempo, che tenga conto della fattibilità e delle caratteristiche personali.  Non ci rendiamo conto che il programma della giornata della settimana e quindi lo stile di vita e ai limiti dell’impossibile e genera uno stato di stress continuo.
  • Aumenta le attività piacevoli. L’ansia cronica è costituita anche da un’energia psicofisica legata al principio del piacere. Un’energia che ha bisogno di prendere forma, nei modi a noi più adatti. Non commettiamo l’errore di pensare che tale energia possa essere troppo a lungo ignorata o trascurata, perché si farà comunque sentire , appunto come ansia.

Come superare il dolore di un abbandono

IL DOLORE PSICOLOGICO DELL’ABBANDONO

Il nostro occhio è troppo proiettato sull’esterno: “ Lui o lei mi ha lasciato, perché l’ha fatto? Non mi do pace?”

Aggrapparsi al passato ci rende vulnerabili e rende cronico il dolore.

 Ogni abbandono ripulisce l’anima e apre le porte a un nuovo inizio. 

La prima cosa da capire  è che quando veniamo lasciati, in realtà siamo noi che lasciamo un immagine di noi stessi che non è più funzionale. 

La sofferenza diventa  una fase naturale: 

  • Possiamo attivare uno sguardo interiore che percepisce i propri stati interni, facendo un vuoto senza giudicare. 
  • Altrimenti  il dolore continuerà a lungo, ciò che ci farà soffrire non sarà l’evento in sé, che è passato, ma l’orgoglio, cioè il nostro aggrapparci a quell’immagine di noi stessi ormai morta. 
  • Niente è per sempre. Tutto ciò che ci capita ha un valore funzionale. 

Anche l’abbandono: ha una funzione evolutiva, trasformativa.

Quando siamo ancorati alla nostra idea comincia l’inferno, perché rendiamo reale ciò che non è reale e nell’irreale non possiamo trovare soluzioni. Eppure la vita  è fatta di abbandoni: Il feto deve abbandonare la placenta iniziare a respirare poi camminare con le proprie gambe. 

L’idea di amore perenne è una malattia. Rendendolo permanente lo rendi artificiale. Impara a cedere. 

Chiediti :”Che rapporto era diventato se non ti sei nemmeno accorto che non gli piaci di più?” Vuol dire che il tuo sguardo era assente, era fissato altrove, sull’idea di un rapporto ideale. Quindi è una disperazione omologata. È una ferita del l’Ego. Ma è una ferita che prepara il prossimo sviluppo, se ci concediamo di accoglierla. 

Il dolore dell’abbandono arriva per spazzare via un identità che non ti appartiene, ti costringe a entrare in rapporto con le tue radici, con la parte di te che non vedi, che vive nel buio e ti crea. 

Se affidi la tua felicità a qualcuno ti perdi: l’abbandono ti fa riprendere in mano te stessa.

Se stai bene solo perché stare con qualcuno, allora si che c’è un problema!

 I disagi per fare il loro lavoro hanno bisogno della nostra resa. 

Non stai male perché lui ti ha lasciata, stai male perché il dolore in realtà ti libera da una relazione che ormai ti aveva stancato hai bisogno di trovare la tua nuova identità. Arrenditi e tutto inizierà a muoversi

Un Pronto soccorso per i disturbi psicologici

Un pronto soccorso per i disturbi psicologici.

Un’emergenza psicologica 

Può capitare, dopo un trauma un lutto, una delusione amorosa o una semplice giornata difficile, di essere abbattuti. Non riuscire a trovare risorse per riemergere dallo scombussolamento. 

Lo studio della dott.ssa Gussoni Nicoletta, unisce le tecniche della psicologia strategica e del benessere, finalizzata all’acquisizione delle risorse necessarie per gestire le crisi emotive anche in modo autonomo. 

Il servizio si rivolge a diverse tipologie di pubblico. 

  • Il destinatario principale è la persona a cui è successo di recente qualcosa di sgradevole: interruzione di una relazione, lutto, delusioni, litigi, incidenti, mobbing, bullismo, aggressioni perdita del lavoro.
  • Persone che hanno vissuto una giornata difficile perché si sentono invasi da ansia, rabbia o tristezza  non sanno come gestire l’emozione. 
  • Persone che stanno bene ma desiderano  usufruire di uno spazio e di un tempo di relax fisico e mentale. 

Non occorre per forza aver subito un trauma per rivolgersi al servizio di emergenza. 

  • Si può anche scegliere di effettuare un colloquio per rilassarsi.
  •  Con la possibilità di imparare esercizi su misura di rilassamento per prolungare gli effetti delle sedute anche a casa. 
  1. Il pronto soccorso interviene durante lo stato di crisi, ma le sedute servono anche a rendere i pazienti autonomi nella gestione delle emozioni.

Si insegna a trasformare la rabbia, l’ansia la paura il dolore in emozioni più gestibili, essendo stati passeggeri fisiologici, si possono modificare, imparando delle tecniche appropriate. 

2. L’intento è creare una cultura dell’aiuto psicologico più vicina al relax e all’autoefficacia. 

  • Portando la psicologia pratica all’interno e al servizio della quotidianità con tutti i suoi stati emotivi di alti e bassi. 
  • Per differenziare l’idea sanitaria del “guarire” dal concetto più gratificante umano di “stare bene”.

Non si vuole sostituire e opporsi a un intervento psicoterapeutico strutturato e ordinario. 

Anzi, in parte si tratta di una prevenzione rispetto al consolidamento di disturbi conclamati, in parte può generare inserimenti a percorsi psicoterapeutici più strutturati. 

È possibile prenotare le sedute da effettuare sia in presenza che on-line, con una durata di 45  minuti .

Ansia

VINCERE L’ANSIA

E’ possibile vincere l’ansia?

Quando scopriamo che disagi non vanno combattuti ma accolti, tutto può cambiare

Dobbiamo smettere di attribuire la causa dell’ansia a qualcosa di esterno: come il lavoro, i figli, il futuro, la coppia, le troppe cose da fare.

L’ansia non è mai legata all’esterno.

Non serve a nulla impegnarsi per sistemare le cose che non vanno nella propria vita.

Anzi è proprio l’eccesso di controllo che esercitiamo su noi stessi a scatenare quest’energia misteriosa e dirompente.

L’ansia nasce dal nostro mondo interiore, un’energia interna che viene dal buio.

Un’energia che vuole solo una cosa: farci vivere, liberare la nostra sorgente dalle gabbie mentali, far fiorire il proprio seme.

Non ha senso combatterla: siamo noi a crearla!

Occorre accoglierla e con lei andare nel profondo da cui proviene.

Cos’è il profondo?

  1. L’occhio deve scendere nel buio.
  2. Deve andare in profondità: dove non esiste l’esterno, il passato e futuro o la famiglia che noi pensiamo ci abbia condizionato, il lavoro pieno di insidie.
  3. Dove non ci sono tutti gli alibi che ci creiamo, le idee che ci siamo messi in testa, i doveri da assolvere, i modelli da imitare.
  4. Nel profondo tutto questo non esiste.
  5. Anzi la persona che pensiamo di essere non esiste.

Esiste l’ansia che ci sta dicendo: non sei al mondo per sistemare le cose.

Devi stare con ciò che c’è così com’è.

Allora ci accorgiamo che qualcosa nel profondo sa come costruire la nostra vita e lo fa in ogni istante: ci fa respirare, crea il nostro corpo, ci manda le emozioni lo fa senza il nostro parere.  

Come incontrare il nostro seme, che ci costruisce, ma che  non tollera i nostri schemi mentali le nostre idee su dove guidare e indirizzare la nostra vita.

Non ne può più dei nostri lamenti per le cose che non vanno come vorremmo.

Quel seme vuole che noi ci facciano da parte , altrimenti se insistiamo a chiuderci nelle nostre gabbie mentali, ci manda un’energia così forte che ci travolge.

Ogni sera quando andiamo a dormire, sprofondiamo nel buio. Non importa cosa è accaduto, qualcosa dentro di noi sceglie il buio. Ci porta proprio lì, dove esiste il nostro seme.

Siamo fatti per qualcosa di più profondo, non banalizziamoci dando importanza ai problemi di superficie. Non siamo banali. L’energia dell’ansia ce lo ricorda.

Esperienze stressanti e traumatiche : il dolore dietro il camice

Il dolore dietro il camice: esperienze stressanti e traumatiche

Un’infermiera racconta: “vorrei riposare perché sono stremata, ma ho paura ad addormentarmi, di sognare l’immagine  dei pazienti, i loro occhi sbarrati che supplicano aria, che implorano speranza di rassicurazioni.”

In queste parole emerge quello che sembra essere riconosciuto da tutti gli operatori come il maggior rischio di fragilità a cui sono sottoposti, ovvero farsi carico  della comunicazione tra i pazienti ricoverati e la loro rete familiare, trovandosi schiacciati dalle aspettative di salvezza  e di guarigione, dalla paura di fallire, dal senso di impotenza e da quello di mancare alla promessa fatta a un figlio, a un genitore. Perché in questa emergenza non si tratta solo di curare clinicamente i sintomi di un virus sconosciuto, ma soprattutto di prendersi cura, sostituendosi a quelle figure familiari che non possono essere vicini ai propri cari.

L’epidemia sta stravolgendo negli operatori sanitari le personali modalità elaborative dei decessi, inducendoli spesso a colpevolizzarsi per non aver salvato il paziente e facendoli sentire inadeguati. Moltissimi medici infermieri soffrono di disturbi del sonno poiché attraverso il sogno vengono processati tutti gli episodi traumatici a cui durante la veglia non viene dato spazio, tempo è opportunità di essere elaborati. Da qui l’angoscia che trova un suo sfogo e una sua espressione proprio nei processi onirici.

Non condividere con l’altro ciò che genera dolore correlato al fallimento dei processi di coping, ovvero la capacità cognitiva e  di fronteggiare esperienze stressanti o traumatiche.

La paura il contaminare le persone vicine, richiama in maniera analoga un’altra forma di terrore condivisa dagli operatori .  La paura di infettare i propri familiari portando a casa la malattia,  il timore di contagiare emotivamente i coniugi, genitori figli chi aspetta la casa.

Il terrore di essere contaminato ed infettare gli altri, con la messa in atto di gesti ripetitivi di vestizione e svestizione e di pulizia,  che rischiano di diventare maniacali e persecutori.

L’ossessione di disinfettare che placa ed esorcizzare la paura rinnova contemporaneamente il rischio e il timore di un circolo vizioso che non trova mai pace.

Ancora una volta una sintomatologia fobica-ossessiva rischia di amplificarsi proprio perché la persona si esclude, attraverso la comprensibile scelta dell’isolamento volontario come gesto di amore, dalla dimensione relazionale con l’altro. Questa malattia non ha solo infettato le persone, ha contaminato soprattutto le relazioni , dal momento che in assenza di un vaccino l’unica modalità di sicurezza che possiamo mettere in atto passa attraverso il distanziamento e isolamento. I contributi e le evidenze portate negli ultimi anni dalle neuroscienze ci dimostrano come la mente umana è relazionale e la privazione di questa dimensione ha  ricadute  sul nostro funzionamento psichico, cognitivo ed emotivo.

 

Sul lungo periodo questa pandemia rischia di danneggiare i professionisti medico sanitario, sia nella loro sfera umana personale e privata, sia nelle relazioni sociali.

  • Gli operatori sanitari sono sottoposti a un carico di lavoro È una fatica emotiva senza precedenti, che rischia di lasciare segni profondi nelle loro vite e nelle  loro identità professionale.
  • Fondamentale è un supporto psicologico intervento clinico per prevenire o arginare  fenomeni di burnout come conseguenza di questa emergenza, affinché la ferita del  trauma  non si cronici in stati di disturbo post traumatico da stress, ma possa dare vita a processi di resilienza e a una più efficace crescita post-traumatica.
  • Un supporto psicologico specifico per medici, infermieri ma anche addetti alle pulizie alla sanificazione e alle strutture ospedaliere per intervenire precocemente sui sintomi, fornendo uno spazio di ascolto psicologico affinché non si sentano lasciati soli in quest’esperienza.
  • Con modelli che derivano dalla medicina narrativa o tecniche di natura supportivo espressiva per l’elaborazione del trauma e la promozione di processi di resilienza. Passata l’onda anomala di questa lunga tempesta resteranno le ferite in tanti medici infermieri che non si sono mai fermati.

Tornerà anche per loro una nuova normalità, ma scopriranno che il paesaggio è cambiato: è in quel momento che avranno più bisogno di uno spazio di ascolto di cura.