Imparare a riconoscere i rischi per la salute

Rischi per la salute.

Uno stato di tensione e di allerta costante può favorire :

 

  1. Artrosi lo stato di tensione psichica costante riverbera in una tensione muscolare costante che nel tempo modifica la cartilagine articolare. 
  2. Problemi surrenali. L’attivazione continua dello stato di allerta può indurre surreni a produrre cortisolo in modo costantemente superiore alla norma. 
  3. Problemi alla tiroide. A forza di avere un metabolismo mentale troppo veloce, si finisce per influenzare anche quello fisico.
  4. Ipertensione arteriosa L’allerta costante richiede un maggiore afflusso di sangue al cervello, che richiede a sua volta un aumento della pressione.

LA GUIDA PRATICA

  • Sfoga gli eccessi di energia. Spesso questa forma d’ansia si accompagna un accumulo di energia fisica che non scarichiamo e in generale a una certa trascuratezza nella cura dello stato di forma dell’attività fisica. Da evitare assolutamente la sedentarietà. Assai utile impostare un programma anche solo di camminate giornaliere. 
  • Serve una riorganizzazione più prudente del tempo, che tenga conto della fattibilità e delle caratteristiche personali.  Non ci rendiamo conto che il programma della giornata della settimana e quindi lo stile di vita e ai limiti dell’impossibile e genera uno stato di stress continuo.
  • Aumenta le attività piacevoli. L’ansia cronica è costituita anche da un’energia psicofisica legata al principio del piacere. Un’energia che ha bisogno di prendere forma, nei modi a noi più adatti. Non commettiamo l’errore di pensare che tale energia possa essere troppo a lungo ignorata o trascurata, perché si farà comunque sentire , appunto come ansia.

Come superare il dolore di un abbandono

IL DOLORE PSICOLOGICO DELL’ABBANDONO

Il nostro occhio è troppo proiettato sull’esterno: “ Lui o lei mi ha lasciato, perché l’ha fatto? Non mi do pace?”

Aggrapparsi al passato ci rende vulnerabili e rende cronico il dolore.

 Ogni abbandono ripulisce l’anima e apre le porte a un nuovo inizio. 

La prima cosa da capire  è che quando veniamo lasciati, in realtà siamo noi che lasciamo un immagine di noi stessi che non è più funzionale. 

La sofferenza diventa  una fase naturale: 

  • Possiamo attivare uno sguardo interiore che percepisce i propri stati interni, facendo un vuoto senza giudicare. 
  • Altrimenti  il dolore continuerà a lungo, ciò che ci farà soffrire non sarà l’evento in sé, che è passato, ma l’orgoglio, cioè il nostro aggrapparci a quell’immagine di noi stessi ormai morta. 
  • Niente è per sempre. Tutto ciò che ci capita ha un valore funzionale. 

Anche l’abbandono: ha una funzione evolutiva, trasformativa.

Quando siamo ancorati alla nostra idea comincia l’inferno, perché rendiamo reale ciò che non è reale e nell’irreale non possiamo trovare soluzioni. Eppure la vita  è fatta di abbandoni: Il feto deve abbandonare la placenta iniziare a respirare poi camminare con le proprie gambe. 

L’idea di amore perenne è una malattia. Rendendolo permanente lo rendi artificiale. Impara a cedere. 

Chiediti :”Che rapporto era diventato se non ti sei nemmeno accorto che non gli piaci di più?” Vuol dire che il tuo sguardo era assente, era fissato altrove, sull’idea di un rapporto ideale. Quindi è una disperazione omologata. È una ferita del l’Ego. Ma è una ferita che prepara il prossimo sviluppo, se ci concediamo di accoglierla. 

Il dolore dell’abbandono arriva per spazzare via un identità che non ti appartiene, ti costringe a entrare in rapporto con le tue radici, con la parte di te che non vedi, che vive nel buio e ti crea. 

Se affidi la tua felicità a qualcuno ti perdi: l’abbandono ti fa riprendere in mano te stessa.

Se stai bene solo perché stare con qualcuno, allora si che c’è un problema!

 I disagi per fare il loro lavoro hanno bisogno della nostra resa. 

Non stai male perché lui ti ha lasciata, stai male perché il dolore in realtà ti libera da una relazione che ormai ti aveva stancato hai bisogno di trovare la tua nuova identità. Arrenditi e tutto inizierà a muoversi

Un Pronto soccorso per i disturbi psicologici

Un pronto soccorso per i disturbi psicologici.

Un’emergenza psicologica 

Può capitare, dopo un trauma un lutto, una delusione amorosa o una semplice giornata difficile, di essere abbattuti. Non riuscire a trovare risorse per riemergere dallo scombussolamento. 

Lo studio della dott.ssa Gussoni Nicoletta, unisce le tecniche della psicologia strategica e del benessere, finalizzata all’acquisizione delle risorse necessarie per gestire le crisi emotive anche in modo autonomo. 

Il servizio si rivolge a diverse tipologie di pubblico. 

  • Il destinatario principale è la persona a cui è successo di recente qualcosa di sgradevole: interruzione di una relazione, lutto, delusioni, litigi, incidenti, mobbing, bullismo, aggressioni perdita del lavoro.
  • Persone che hanno vissuto una giornata difficile perché si sentono invasi da ansia, rabbia o tristezza  non sanno come gestire l’emozione. 
  • Persone che stanno bene ma desiderano  usufruire di uno spazio e di un tempo di relax fisico e mentale. 

Non occorre per forza aver subito un trauma per rivolgersi al servizio di emergenza. 

  • Si può anche scegliere di effettuare un colloquio per rilassarsi.
  •  Con la possibilità di imparare esercizi su misura di rilassamento per prolungare gli effetti delle sedute anche a casa. 
  1. Il pronto soccorso interviene durante lo stato di crisi, ma le sedute servono anche a rendere i pazienti autonomi nella gestione delle emozioni.

Si insegna a trasformare la rabbia, l’ansia la paura il dolore in emozioni più gestibili, essendo stati passeggeri fisiologici, si possono modificare, imparando delle tecniche appropriate. 

2. L’intento è creare una cultura dell’aiuto psicologico più vicina al relax e all’autoefficacia. 

  • Portando la psicologia pratica all’interno e al servizio della quotidianità con tutti i suoi stati emotivi di alti e bassi. 
  • Per differenziare l’idea sanitaria del “guarire” dal concetto più gratificante umano di “stare bene”.

Non si vuole sostituire e opporsi a un intervento psicoterapeutico strutturato e ordinario. 

Anzi, in parte si tratta di una prevenzione rispetto al consolidamento di disturbi conclamati, in parte può generare inserimenti a percorsi psicoterapeutici più strutturati. 

È possibile prenotare le sedute da effettuare sia in presenza che on-line, con una durata di 45  minuti .

Ansia

VINCERE L’ANSIA

E’ possibile vincere l’ansia?

Quando scopriamo che disagi non vanno combattuti ma accolti, tutto può cambiare

Dobbiamo smettere di attribuire la causa dell’ansia a qualcosa di esterno: come il lavoro, i figli, il futuro, la coppia, le troppe cose da fare.

L’ansia non è mai legata all’esterno.

Non serve a nulla impegnarsi per sistemare le cose che non vanno nella propria vita.

Anzi è proprio l’eccesso di controllo che esercitiamo su noi stessi a scatenare quest’energia misteriosa e dirompente.

L’ansia nasce dal nostro mondo interiore, un’energia interna che viene dal buio.

Un’energia che vuole solo una cosa: farci vivere, liberare la nostra sorgente dalle gabbie mentali, far fiorire il proprio seme.

Non ha senso combatterla: siamo noi a crearla!

Occorre accoglierla e con lei andare nel profondo da cui proviene.

Cos’è il profondo?

  1. L’occhio deve scendere nel buio.
  2. Deve andare in profondità: dove non esiste l’esterno, il passato e futuro o la famiglia che noi pensiamo ci abbia condizionato, il lavoro pieno di insidie.
  3. Dove non ci sono tutti gli alibi che ci creiamo, le idee che ci siamo messi in testa, i doveri da assolvere, i modelli da imitare.
  4. Nel profondo tutto questo non esiste.
  5. Anzi la persona che pensiamo di essere non esiste.

Esiste l’ansia che ci sta dicendo: non sei al mondo per sistemare le cose.

Devi stare con ciò che c’è così com’è.

Allora ci accorgiamo che qualcosa nel profondo sa come costruire la nostra vita e lo fa in ogni istante: ci fa respirare, crea il nostro corpo, ci manda le emozioni lo fa senza il nostro parere.  

Come incontrare il nostro seme, che ci costruisce, ma che  non tollera i nostri schemi mentali le nostre idee su dove guidare e indirizzare la nostra vita.

Non ne può più dei nostri lamenti per le cose che non vanno come vorremmo.

Quel seme vuole che noi ci facciano da parte , altrimenti se insistiamo a chiuderci nelle nostre gabbie mentali, ci manda un’energia così forte che ci travolge.

Ogni sera quando andiamo a dormire, sprofondiamo nel buio. Non importa cosa è accaduto, qualcosa dentro di noi sceglie il buio. Ci porta proprio lì, dove esiste il nostro seme.

Siamo fatti per qualcosa di più profondo, non banalizziamoci dando importanza ai problemi di superficie. Non siamo banali. L’energia dell’ansia ce lo ricorda.

Esperienze stressanti e traumatiche : il dolore dietro il camice

Il dolore dietro il camice: esperienze stressanti e traumatiche

Un’infermiera racconta: “vorrei riposare perché sono stremata, ma ho paura ad addormentarmi, di sognare l’immagine  dei pazienti, i loro occhi sbarrati che supplicano aria, che implorano speranza di rassicurazioni.”

In queste parole emerge quello che sembra essere riconosciuto da tutti gli operatori come il maggior rischio di fragilità a cui sono sottoposti, ovvero farsi carico  della comunicazione tra i pazienti ricoverati e la loro rete familiare, trovandosi schiacciati dalle aspettative di salvezza  e di guarigione, dalla paura di fallire, dal senso di impotenza e da quello di mancare alla promessa fatta a un figlio, a un genitore. Perché in questa emergenza non si tratta solo di curare clinicamente i sintomi di un virus sconosciuto, ma soprattutto di prendersi cura, sostituendosi a quelle figure familiari che non possono essere vicini ai propri cari.

L’epidemia sta stravolgendo negli operatori sanitari le personali modalità elaborative dei decessi, inducendoli spesso a colpevolizzarsi per non aver salvato il paziente e facendoli sentire inadeguati. Moltissimi medici infermieri soffrono di disturbi del sonno poiché attraverso il sogno vengono processati tutti gli episodi traumatici a cui durante la veglia non viene dato spazio, tempo è opportunità di essere elaborati. Da qui l’angoscia che trova un suo sfogo e una sua espressione proprio nei processi onirici.

Non condividere con l’altro ciò che genera dolore correlato al fallimento dei processi di coping, ovvero la capacità cognitiva e  di fronteggiare esperienze stressanti o traumatiche.

La paura il contaminare le persone vicine, richiama in maniera analoga un’altra forma di terrore condivisa dagli operatori .  La paura di infettare i propri familiari portando a casa la malattia,  il timore di contagiare emotivamente i coniugi, genitori figli chi aspetta la casa.

Il terrore di essere contaminato ed infettare gli altri, con la messa in atto di gesti ripetitivi di vestizione e svestizione e di pulizia,  che rischiano di diventare maniacali e persecutori.

L’ossessione di disinfettare che placa ed esorcizzare la paura rinnova contemporaneamente il rischio e il timore di un circolo vizioso che non trova mai pace.

Ancora una volta una sintomatologia fobica-ossessiva rischia di amplificarsi proprio perché la persona si esclude, attraverso la comprensibile scelta dell’isolamento volontario come gesto di amore, dalla dimensione relazionale con l’altro. Questa malattia non ha solo infettato le persone, ha contaminato soprattutto le relazioni , dal momento che in assenza di un vaccino l’unica modalità di sicurezza che possiamo mettere in atto passa attraverso il distanziamento e isolamento. I contributi e le evidenze portate negli ultimi anni dalle neuroscienze ci dimostrano come la mente umana è relazionale e la privazione di questa dimensione ha  ricadute  sul nostro funzionamento psichico, cognitivo ed emotivo.

 

Sul lungo periodo questa pandemia rischia di danneggiare i professionisti medico sanitario, sia nella loro sfera umana personale e privata, sia nelle relazioni sociali.

  • Gli operatori sanitari sono sottoposti a un carico di lavoro È una fatica emotiva senza precedenti, che rischia di lasciare segni profondi nelle loro vite e nelle  loro identità professionale.
  • Fondamentale è un supporto psicologico intervento clinico per prevenire o arginare  fenomeni di burnout come conseguenza di questa emergenza, affinché la ferita del  trauma  non si cronici in stati di disturbo post traumatico da stress, ma possa dare vita a processi di resilienza e a una più efficace crescita post-traumatica.
  • Un supporto psicologico specifico per medici, infermieri ma anche addetti alle pulizie alla sanificazione e alle strutture ospedaliere per intervenire precocemente sui sintomi, fornendo uno spazio di ascolto psicologico affinché non si sentano lasciati soli in quest’esperienza.
  • Con modelli che derivano dalla medicina narrativa o tecniche di natura supportivo espressiva per l’elaborazione del trauma e la promozione di processi di resilienza. Passata l’onda anomala di questa lunga tempesta resteranno le ferite in tanti medici infermieri che non si sono mai fermati.

Tornerà anche per loro una nuova normalità, ma scopriranno che il paesaggio è cambiato: è in quel momento che avranno più bisogno di uno spazio di ascolto di cura.

 

Frustrazioni e disagio psicofisico:il potere antistress del respiro.

Frustrazioni e disagio psicofisico: potere antistress del respiro

Sia che tratti di paura per contagio da Covid o di timore di perdere il lavoro , per rispondere  al senso di frustrazione e insoddisfazione, all’apatia e al disagio psicofisico, si ricorre a compensazioni che minano la salute :“ fumo, sedentarietà, eccesso di zuccheri  e alcool ” che sono i fattori principali che oggi ci fanno ammalare. Tutti siamo immersi in un vortice di vita, che ci lascia senza respiro, che aumenta il nostro disagio fino a stati di ansia e di attacchi di panico. Un adeguata tecnica respiratoria , può combattere efficacemente ogni tipo di stress, che è alla base di malattie minacciose come ipertensione, depressione, sistema immunitario indebolito. La tesi ormai accreditata da parte di tanti esperti è che lo stress e le malattie provocate possono essere eliminate con un approccio dolce, buttando via quantità di farmaci a cui ricorriamo ormai dipendenti.

Quattro aree del benesssere:

  • La gestione del respiro
  • Il lavoro mentale come rigenerazione, definita Mindfulness
  • L’attività fisica e la corretta alimentazione

Esercizio per i momenti di crisi.

Ogni volta che siamo in crisi e ci ritroviamo in una tempesta di pensieri ed emozioni difficili, se vogliamo agire efficacemente, non possiamo lasciare che la tempesta ci porti via, quindi la prima cosa da fare è  gettare l’ancora. In altre parole, dobbiamo tenerci saldi nel momento presente. Fatto questo, possiamo considerare le opzioni disponibili.

  1. Il primo passo è connetterti con il tuo ambiente: nota cinque cose che puoi vedere, cinque che puoi udire e cinque che puoi toccare o sentire sulla tua pelle.
  2. Dopodiché, inizia a  respirare in modo lento e profondo.
  3. Dopo aver ripreso contatto con il momento presente, continua a respirare consapevolmente, usando la respirazione  come un’ancora per mantenerti saldo fino a quando la tempesta delle emozioni comincia a placarsi.
  4. Poi, prenditi qualche momento per esaminare il tuo corpo, ascolta ciò che provi. Identifica le sensazioni dolorose, osserva, respira in esse, espanditi attorno ad esse e lascia che siano presenti.
  5. Dopodiché, fai un passo indietro e nota tutti pensieri che ti frullano in testa. Infine riconosci in te stesso  ciò che sta succedendo, la crisi in atto, i pensieri e le emozioni che stai provando.
  6. Le azioni che sono possibili da intraprendere per affrontare la crisi efficacemente.
  7. Ritorna continuamente su questi passi fondamentali e continua a  usarli finché la crisi non è superata.

Ricorda: tutte le crisi, per quanto dolorosi siano, sono opportunità per crescere, per espandere la propria flessibilità psicologica. Perciò, ogni volta che puoi chiediti

  • In che modo è possibile crescere con questo disagio?
  • Cosa possiamo imparare?
  • Quale abilità, conoscenze o risorse possono sviluppare da quest’esperienza?

LA FIBROMIALGIA: MALATTIA REUMATICA O PSICOLOGICA?

LA FIBROMIALGIA: MALATTIA REUMATICA O PSICOLOGICA?

Si pensa al reumatismo ogni qualvolta è presente un dolore corporeo a carico dell’apparato osteo-artro- muscolare. La fibromialgia entrerebbe pieno titolo fra le malattie reumatiche, in quanto la sua caratteristica clinica più saliente è la presenza di dolore cronico diffuso. Vi è però una differenza sostanziale: l’assenza di un danno anatomopatologico che giustifichi  la sintomatologia dolorosa.

La fibromialgia ha una sintomatologia caratterizzata soprattutto:

  1. da dolore cronico diffuso, stanchezza,
  2. disturbi del sonno, rigidità muscolare,
  3. disfunzioni cognitive, 

Sintomi tali da indurre il paziente a recarsi frequentemente dal medico. A fronte di una sintomatologia soggettiva lamentata dal paziente come pervasiva che condiziona e modula in termini negativi ogni comune atto della giornata, il medico riscontra un soggetto in apparente buona salute. I più sofisticati e moderni esami strumentali di laboratorio non individuano mai importanti segni di danno organico.

In fondo la fibromialgia è ancora una malattia oscura. Anche se il medico si è documentato, in realtà l’intima essenza della malattia continua a sfuggirgli.

Attualmente l’habitus psichico del fibromialgia è stato sostanzialmente delineato.

  • Si tratta di individui con incapacità di introspezioni e conseguenti cattive letture e gestione delle emozioni.
  • Un’incapacità di abbandonare o meglio modificare uno stile di vita caratterizzato da investimento affettivo, sensi di colpa, eccessivo senso di responsabilità.
  • Persone che devono costantemente appoggiarsi su familiari, amici, colleghi con inconsapevole dipendenza e con continua ricerca di conferma e verifiche dall’esterno per mantenere la propria autostima.
  • Solitamente si tratta di individui che hanno vissuto in contesti depressivi, ad anaffettivi, coercitivi, invasivi, ansiogeni e traumatici.
  • Tali ambienti sono stati in grado di minare in loro la fiducia di base e la sicurezza in se stessi, facendone derivare una personalità apparentemente resistente ma in realtà profondamente fragile.
  • Quando sono esposti ad uno stress cronico, i meccanismi di difesa personale finiscono per cedere.
  • Sono individui che non riescono a impermeabilizzarsi rispetto a situazioni di sofferenza cronica, per cui versano in un perenne stato di allarme interiore che innesca il disturbo dolorifico, con conseguente alterazione dell’architettura del sonno, quindi con aumento della fatica e infine della depressione.

È il tipico quadro di reazione allo stress cronico, in cui, a differenza di quello acuto, le cause determinanti sono sfumate. Coinvolgono la sfera intima dell’individuo e non sono completamente consce, poiché inquinate dai vari adattamenti che la psiche addotta per preservare la propria integrità e la sopravvivenza del soggetto.

Ne deriva un’alterazione dei neurotrasmettitori responsabili, a livello fisiopatologico, nell’innesco e nella persistenza dei sintomi. In pratica, il disagio generato da uno stress cronico indurrebbe inconsciamente l’individuo a proiettare sul corpo le sue conflittualità, così da creare dei sintomi che distolgono la sua attenzione dalla sofferenza psichica.

La malattia è considerata come il risultato dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e socioculturali. Si instaurerebbe un meccanismo a feedback positivo in cui gli aspetti biologica influiscono sui fattori psicologici, come l’umore e sul contesto sociale, come le relazioni interpersonali e viceversa. Nessuna delle numerose variabili che lo compongono è in grado da sola di determinare e spiegare la malattia. La complessa dinamica dei fattori in gioco può essere così sintetizzata:

  • Variabili biologiche. Una probabile predisposizione genetica sarebbe responsabile di un frequente riscontro nella fibromialgia di bassi livelli di serotonina e noradrenalina, nuerotrasmettitori che agiscono nelle vie di inibizione endogena discendente del dolore e responsabile di un abbassamento della soglia del dolore.
  • Variabili psicologiche. È evidente che aspetti affettivi, caratteristiche soggettive, emozioni e fattori cognitivi affiancano il dolore. Queste variabili sarebbero coinvolte nell’ elaborazione dello stimolo doloroso e quindi nel modo di percepirlo, a volte con clamorose incongruenze dall’effettivo danno esistente e la percezione dolorosa da parte del paziente.
  • Variabili socioculturali. Le esperienze negative dell’infanzia soprattutto nell’abuso fisico o psicologico, sono eventi spesso presenti nella storia del fibromialgico.  Tale condizione indurrà poi nell’adulto una maggiore vulnerabilità allo stress quotidiano e una maggiore influenza degli aspetti cognitivi, affettivi e comportamentali dell’esperienza dolorosa. La focalizzazione dell’attenzione sul dolore permetterebbe a tali soggetti la distrazione dall’evento traumatico infantile.

Tra le varie figure professionali coinvolte, emerge sempre più quella del psicologo clinico, in grado di contribuire a un modello integrato di trattamento secondo un’ottica psicosomatica.

L’essere umano è un tutto unitario, dove la malattia si manifesta, a livello organico, come sintomo e, a livello psicologico, come disagio. Pertanto non viene focalizzata solamente la manifestazione fisiologica della malattia, ma anche l’aspetto emotivo che l’accompagna.

L’approccio multimodale,

Associa al trattamento farmacologico quello psicoeducativo, è in grado di garantire risultati migliori (Toussaint  et al.2010). Questo approccio, oltre a curare il sintomo, si prefigge lo scopo di diminuire la sofferenza psicologica. La figura del medico continua a mantenere una notevole importanza nella gestione della malattia che può essere associata o secondaria a numerose patologie anche  pericolose. Ne deriva la necessità di formulare adeguate diagnosi differenziali.

L’affezione necessità di un trattamento su più livelli:

  1. psicoeducativo: indicazione sull’igiene di vita e del sonno un’adeguata attività fisica una corretta alimentazione, istruzioni al paziente e alla famiglia per un azione di contrasto al catastrofismo e alla alessetimia.
  2. Una  terapia cognitivo comportamentale.
  3. Metabolizzare la consapevolezza che la fibromialgia anche se in alcuni casi può indurre una sintomatologia particolarmente penosa,  in realtà è una malattia che non provocherà danni all’organismo.

I sintomi che si percepiscono sono reali, anche se  non sono determinati da una malattia organica. I meccanismi e la fisiopatologia delle alterazioni  che ne sono responsabili sono stati sufficientemente identificati. Non è giustificato un comportamento passivo e rassegnato, la fibromialgia non è una malattia incurabile, è un’affezione cronica caratterizzata da remissione e ricadute, ma adeguandosi alle istruzioni degli specialisti (attività fisica, trattamento psicologico, eventuali farmaci)  si può ottenere una condizione di stabile benessere.

Dare significato alla propria vita: un effetto protettivo sulla salute

Il senso della vita

Chi percepisce un senso nella propria esistenza è più felice e gode di maggiore salute mentale. Dare significato alla propria vita ha un effetto più duraturo rispetto alla ricerca del piacere.

Le crisi di “senso “aumentano il rischio di soffrire di ansia , di depressione, fino ad arrivare al suicidio. Anche dal punto di vista medico, considerare la propria esistenza ricca di significato ha un effetto protettivo sulla salute. Persone di tutte le età presentano un rischio di mortalità più basso se riconoscono un senso alla propria vita, tra l’altro con percentuali minori di infarto, demenze. Si riducono anche tutti quei processi infiammatori del corpo che sono responsabili di molte malattie croniche.

Nel corso degli anni la psicologia positiva si è occupata di individuare ciò che rende felici, ma recenti ricercatori stanno cercando di capire soprattutto la questione di quanto troviamo significativa la nostra esistenza. Come si fa raggiungere questa condizione?

La psicologa T. Schnell è l’unica docente nel mondo germanofono ad affrontare la ricerca di ” senso” con metodi scientifici empirici e dirige un team dedicato esclusivamente a questo tema all’Università di Innsbruck.

Risultato principale. “Quali e quante fonti si usano è una cosa estremamente personale”.

Comunque alcune di queste fonti di senso si dimostrano particolarmente feconde, sopra a tutte la cosidetta generatività. Si definisce così quando qualcuno fa qualcosa che è utile ai posteriori o al ” tutto”, per esempio perché trasmette le proprie conoscenze e competenze o si impegna nella politica o nel volontariato. Sono anche importanti il bisogno di prendersi cura degli altri, la spiritualità o religiosità, l’aspirazione all’armonia e il desiderio di sviluppo personale.

Essenzialmente l’uomo vuole sapere a che cosa serve la propria vita.

Su questo bisogno si basa la logoterapia e la psicoterapia.

  • Spesso il paziente è incoraggiato a prendersi la responsabilità della propria vita 
  • a riconoscere che le sue azioni quotidiane hanno un’influenza sugli altri. 
  • per esempio i pazienti che soffrono di fobie scoprono che ci sono cose che li allontanano dal loro continuo ruminare su se stessi e così notano che i loro pensieri e i loro sentimenti non hanno un potere assoluto su di loro.

In ogni caso le prove sono inequivocabili: per il benessere la salute sembra più importante perseguire un senso della vita più ampio anziché una felicità rapida e superficiali.

È evidente che la comunione con altre persone e la dimensione spirituale sono due elementi che promuovono fortemente il senso della vita.

Gli abitanti delle nazioni più ricche , che raggiungono il miglior livello di formazione , vivono  con meno figli e danno più valore all’individualismo, tutti fattori che a loro volta si accompagnano a un  livello più basso di senso della vita.

Chi non riesce a trovare un significato alla propria vita?

  • Per prima cosa bisogna avere il coraggio di porsi domande esistenziali, perché può essere doloroso riconoscere che la nostra condotta di vita non è compatibile con ciò che consideriamo ricco di senso.
  • È importante prendersi tempo è lo spazio necessario per affrontare queste domande, perché spesso la vita quotidiana non ce ne lascia l’opportunità.
  •  In ogni caso bisogna liberare un po’ di tempo: la tv, chiudere il cellulare nel cassetto, fuggire per qualche giorno dallo stress.

 

Uno studio noto nella psicologia della religione: con l’età diventiamo tutti più religiosi e spirituali. Evidentemente quando si avvicina la fine della vita raggiungiamo una prospettiva diversa sulla nostra esistenza, e d ‘un tratto molte cose acquistano un senso

 

Accogliere le emozioni e non giudicarti

ACCOGLI LE EMOZIONI E NON GIUDICARTI PIU’

Rimurginare su cosa non va bene dentro di noi non porta a nulla, se non a cronicizzare il problema.

  • Arriva un‘emozione?

Accoglila, ma senza interferire: occorre fare spazio a rabbia, paura, invidia o tristezza senza giudicarle e senza chiedersi la causa , è la via fondamentale per stare con se stessi

 

Secondo Jung, l’uomo alla nascita non è una tabula rasa su cui agisce unicamente l’ambiente: le emozioni non sono condizionate solo da fattori esterni, hanno origini e funzioni interne. Cercare subito le cause della nostra tristezza o rabbia ecc è un’abitudine mentale sbagliata e dannosa, che porta le emozioni nel razionale, dove la loro vera funzione si perde.

Gli eventi esterni sono un interruttore, ma è interno il processo che crea le emozioni: attraverso ciò che ci capita l’anima estrae le energie trasformative di cui abbiamo bisogno. Occorre separare l’emozione dalla causa, accogliendola le permettiamo di operare la trasformazione silenziosa che ci porterà alla tappa successiva della propria maturazione.

 

Spesso emerge in terapia la difficoltà ad accogliere certe emozioni come la rabbia , la tristezza, invidia e gelosia.

Ce ne vergoniamo, le temiamo come se fossero un marchio indelebile che determina la nostra identità. Oppure pensiamo di poterle gestire e quando non ci riusciamo lottiamo per scacciarle e per” diventare migliori”. Le trattiamo da nemiche come se agissero contro di noi.

Dimentichiamo chi siamo noi a crearle. Giudicare, negare o lottare contro gli stati emotivi li rinforza perché alimenta un conflitto con noi stessi. Le emozioni infatti sono il linguaggio del mondo interno: giudicarle ci impedisce di ascoltarle.

Dobbiamo invece imparare a trattarle come un mare infinito, nelle sue profondità le correnti si mescolano, si perdono e si confondono tra loro.

Ciò che ci attrae ci può fare anche paura, la gioia può nascere al termine di una profonda tristezza. La rabbia può contenere la dolcezza, ammirazione e invidia sono intrecciate.

Quando ne provi una, l’opposta è sempre presente. Se spegni una, spegni anche l’altra. Le emozioni non sono tra loro separate, sono energie continuamente mutevoli che fluttuano una sull’altra, con una funzione nascosta: la nostra maturazione. Possiamo vederne gli effetti sono col tempo, si evitiamo di cercare spiegazioni razionali, se ci affidiamo a loro.

Sono risorse preziose.

I significati nascosti:

  • RABBIA: un sonoro “no” ha una vita troppo ordinata, ai rigidi schemi mentali quali siano confinati. Se accolta, si traduce spesso in intuizioni e atteggiamenti nuovi, più naturali.
  • GELOSIA : è un energia che rimette in discussione ciò che forse davamo per scontato. Ci costringe anche a guardare aspetti immaturi di noi e ci spinge a evolvere.
  • TRISTEZZA: grazie a lei ci rintaniamo, come gli animali che fanno la muta: nascondendoci, ci rigeneriamo e ci curiamo. Eliminiamo gli aspetti di noi che non servono più.
  • INQUIETUDINE: per Jung è la forza che ci spinge a progredire, a essere svegli e ricettivi. E’come il vento che spazza via le foglie secche e le nostre certezze. Annuncia il cambiamento.
  • INVIDIA: l’emozione più negata di tutti, in realtà ci aiuta a guardare le nostre debolezze. Contattiamo la fragilità, che è un altro volto della cedevolezza necessaria alla maturazione.
  • PAURA: con lei incontriamo il buio e il senso della perdita. Combatte l’ostinazione dei nostri ragionamenti, ricordandoci che, nonostante la voglia di controllare tutto, ciò che ci conduce è misterioso e più forte di noi.