Difficoltà dei genitori con i figli.

DIFFICOLTA’ NELLA RELAZIONE CON I FIGLI

Perché abbiamo con i nostri figli gli stessi comportamenti che da bambini ci hanno fatto soffrire?

Come liberarci da vincoli del passato che continuano a condizionarci nel presente?

Spesso i traumi irrisolti si trasmettono inconsciamente da una generazione all’altra. Anche se rimangono nascosti dietro un apparente adattamento alla vita quotidiana, a volte riemergono in maniera drammatica.

Un trauma irrisolto può generare nella persona che lo ha subito uno stato di inquietudine e di ansia che si trasmette al figlio, il quale assorbe le tensioni emotive sottese senza essere consapevole della causa che le ha generate.

Un modo per uscire da un trama è proprio quello di non consentire che resti un segreto, e come tale continui a riemergere di tanto in tanto con tutta la sua carica di angoscia e sofferenza. Si tratta di appropriarsi di un esperienza, di assorbirla e per quanto è possibile “digerirla” anche con l’aiuto  di una psicoterapia.

Basandosi sugli studi più recenti nel campo della neurobiologia interpersonale;

  • le prime interazioni del bambino con le figure di riferimento hanno un impatto diretto sulla struttura e sul funzionamento del cervello.
  • Un attaccamento sicuro nei confronti di un adulto in grado di rispondere alle richieste primarie del bambino è di fondamentale importanza per il suo sviluppo cognitivo ed emotivo.
  • Si tratta, per i genitori, di non ripetere modelli di interazione inadeguati, non compatibili con le relazioni di cura e amore immaginate per i propri figli.

Quindi le più recenti scoperte scientifiche, evidenziano quanto l’esperienze infantili influenzano il modo di essere genitori e rilevando che il miglior “predittore” della sicurezza dell’attaccamento di un bambino al suo caregiver è il modo in cui l’adulto ha dato un significato alle proprie esperienze infantili.

In quest’ultimo decennio, più di diecimila persone e i loro figli appartenenti a un’ampia gamma di culture e ambienti economici  e sociali sono stati studiati, e i risultati di tutte queste ricerche hanno dimostrato ulteriormente l’efficacia di questo stile genitoriale: dare un senso alla nostra vita è il miglior dono che possiamo  fare ai nostri figli e a noi stessi.

  • L’attaccamento sicuro non è altro che un tassello di un grande puzzle evolutivo che comprende molti fattori che influenzano il modo in cui i nostri bambini crescono negli anni dell’adolescenza e dell’età adulta.
  •  l’attaccamento è un fattore che noi in quanto genitori, possiamo influenzare direttamente grazie a questa idea: non è ciò che ci è accaduto da piccoli il fattore cruciale, è il significato che abbiamo attribuito a come queste esperienze hanno influenzato la nostra vita.
  • Quando diventiamo genitori, portiamo con noi elementi del passato che influenzano il nostro modo di entrare in relazione con i nostri figli.
  • Esperienze non completamente elaborate possono dare origine a questioni non risolte o lasciate in sospeso che si riflettono nel rapporto con i nostri figli. Spesso assumono la forma di forti risposte emotive, comportamenti impulsivi, distorsioni percettive o sensazioni fisiche.

Le questioni non risolte sono simile a quelle lasciate in sospeso, ma sono più gravi ed esercitano un’influenza più profondamente disorganizzante sia sulla vita interiore sia sulle relazioni interpersonali. All’origine di situazioni non risolte sono spesso esperienze molto intense, che comportano sentimenti di impotenza, disperazione, perdita, terrore e a volte la sensazione di essere stati traditi.

A questo proposito possiamo riprendere l’esempio della separazione, ma in circostanze più estreme. Se per un lungo periodo di tempo un bambini viene affidato in maniera disordinata alle cure di diverse persone perché la madre è ricoverata in ospedale, è probabile che il bambino sviluppi un forte senso di perdita e disperazione. Condizioni che prevedono una separazione potranno anche in seguito continuare a generare ansia  e in età adulta potranno ridurre le capacità del genitore di gestire la separazione dai propri figli. A causa della brusca interruzione di suoi processi di attaccamento e della mancanza di supporto, è possibile che un genitore con una storia di questo tipo incontri delle difficoltà nel relazionarsi con i propri figli.

Consapevoli di questa importante scoperta scientifica, è stato creato un approccio che i genitori e i caregiver possono utilizzare per ottimizzare non solo le relazioni con i bambini di cui si prendono cura ma anche le relazioni con altri adulti .

Un approccio  al ruolo di genitore, seguito dalla dott.ssa Gussoni Nicoletta, che ha come principi fondamentali:

  • la comprensione interna e la relazione interpersonale

Elementi essenziali della relazione genitore-figlio sono:

  • Consapevolezza
  • Continua disponibilità ad apprendere
  • Flessibilità di risposta
  • Capacità di percepire le menti
  • Gioia di vivere

Sono efficaci gli antidepressivi?

DEPRESSIONE : PSICOTERAPIA E FARMACI

All’origine di una depressione ci possono essere moltissime cause, ma i suoi primi sintomi sono sempre gli stessi: un calo del tono dell’umore che può presentarsi in molti modi. Non si ha più voglia di fare nulla, ci si sente inutili, spesso si ha voglia di piangere e niente sembra poter modificare il vuoto della nostra vita. Sui giornali si trova in questi tempi notizie preoccupanti sulla depressione.

I dati dimostrano che sta dilagando, e che i medici la curano riempiendoci di psicofarmaci. Secondo l’organizzazione mondiale della sanità, questa patologia colpisce circa 350 milioni di persone nel mondo.

Uno dei primi ricercatori che mostrarono la poca efficacia dei farmaci antidepressivi è stato Irving Kirsch che ha raccolto in un volume i risultati delle sue ricerche sul placebo iniziate negli anni Novanta. Solo il 10% -20% dei pazienti depressi sente l’effetto del farmaco, da cui ne consegue che l’80%-90% sente solo l’effetto placebo.

Il gruppo Whittington (2004) condusse una revisione sistematica delle ricerche e arrivò alle stesse conclusioni. I risultati comparirono su Lancet, una delle più importanti riviste mediche del mondo e il contributo vinse anche il premio del miglior articolo dell’anno.

Quindi l’efficacia degli antidepressivi è sostanzialmente dovuta all’effetto placebo. La stabilità della risposta al farmaco non è maggiore di quella del placebo, anzi, all’uso del farmaco seguono maggiori ricadute depressive.  Kirsch aveva scoperto che i  lavori che riportano effetti negativi dei farmaci antidepressivi  o nulli hanno poca probabilità di essere pubblicate. Infatti essendo le case farmaceutiche che finanziano quasi tutte le ricerche , non hanno piacere che i soldi investiti si traducono in una pubblicità negativa. Si tratta di farmaci di larga prescrizione il fatto che siano rimborsabili ne facilita grandemente l’uso per tantissime sintomatologie caratterizzate da sofferenza psicologica.

Ironicamente sono proprio gli RCT , ricerche controllate con il placebo e bandiera della cultura scientifica, ad aver dimostrato in modo inequivocabile l’importanza del rapporto interpersonale e quindi di un approccio psicoterapeutico.

Nella depressione la psicoterapia non è inferiore ai farmaci, anzi, spesso è più efficace perché porta a un minor numero di ricadute .

L’adolescenza e le diete: come intervenire

L’adolescenza e le diete “fai da te”

Molto spesso le adolescenti si definiscono in sovrappeso, si vedono brutte e vorrebbero seguire una dieta molto rigida per dimagrire. È vero che, specialmente oggi, molte ragazze arrivano all’adolescenza in leggero sovrappeso,  ma è altrettanto vero che molte altre sono in realtà in forma, o addirittura sono magre, ma ugualmente si vedono grasse e si sottopongono perciò a pericolose diete “fai da te”.

Il fenomeno di cui parliamo non è un disturbo dell’alimentazione come l’anoressia o la bulimia, ma un problema di autostima: una forte insicurezza che va al di là dell’aspetto fisico. Quando il peso-forma diventa un pensiero ossessivo, un ostacolo alla vita di relazione, siamo di fronte a un vero e proprio complesso che affonda le radici in una fase di crescita in cui l’identità e la consapevolezza di se stessi sono fragili, mentre il corpo, in rapida trasformazione, è spesso goffo e sgraziato.

Come intervenire quando una ragazza è magra ma si vede grassa ?

È inutile tentare di convincere un’adolescente che non è in sovrappreso: aiutiamola piuttosto a cercare davanti allo specchio quello che a lei piace maggiormente di sé per valorizzarlo al meglio.

Incoraggiala a seguire le sue passioni

Manteniamo la pazienza e la fiducia esattamente come se avesse la febbre o un’altra indisposizione passeggera. La cosa più importante è aiutarla a prendere consapevolezza del suo valore, spostando l’attenzione dal cibo alle passioni, alla loro unicità, risvegliando il  talento.

Silenzio: non si parla di cibo!

Se non vuole mangiare la pasta, inutile insistere, l’importante è che assuma altri carboidrati. Fuori dai pasti di cibo non si parla se non in termini oggettivi: “Il calcio ti serve per le ossa e per i denti, scegli tu come assumerlo: latte o yogurt?”

Spontaneità a tavola

Il modo migliore per tenere sotto controllo la sua alimentazione è che la famiglia mangi tutta assieme. Evitiamo discussioni o critiche insistite sul modo in cui mangia, soprattutto no ai silenzi pesanti. Lasciamola scegliere gli alimenti che preferisce, seguendo magari la tabelle consigliate da un nutrizionista.

Come intervenire quando hanno qualche chilo in più?

Più lottano con se stesse alla ricerca del peso ideale, più nelle adolescenti aumenta la voglia di trasgredire. Se, invece, si dedicano a un’attività interessante, la fissazione sul sovrappeso e il desiderio di mangiare passeranno in secondo piano.

Niente restrizioni dietetiche rigide

L’organismo delle adolescenti ha un fabbisogno diverso da quello dell’adulto; ecco perché bisogna essere molto cauti con le diete ed è essenziale che le nostre figlie adolescenti vengano seguite da un nutrizionista. Consigliamo loro di fissare un colloquio con lo psicologo e un dietologo e lasciamo che sia l’esperto a dire come e cosa devono mangiare…

Trasformare i difetti in risorse

Le gambe non sono perfette come vorrebbe ma ha un bel decolletè; lei però vede solo i difetti e si sente sempre inadeguata e in sovrappeso.

Aiutala a valorizzare i suoi punti di forza, a trovare uno stile che la distingua da tutte le altre.

Come parlare agli adolescenti intransigenti

Come parlare agli adolescenti intransigenti

Fino a ieri si chiamava new generation: i nuovi adolescenti che si affacciavano alla vita, 10-15 anni fa, in un mondo tecnologico molto diverso da quello delle generazioni precedenti, con possibilità impensabili anche solo vent’anni prima. Ma tutto cambia sempre più velocemente e oggi per questa fascia di età è già stato formulato un nuovo nome, cambiando solo una vocale: now generation.

Sono le parole più adatte per descrivere l’ adolescenza attuale: la generazione dell’adesso.

Figli intransigenti

La tendenza a non saper modulare le richieste e le opinioni, tipica dell’adolescenza, è diventata nel giro di pochi anni una vera e propria intransigenza verso il mondo adulto e più in generale verso la vita. Sono i cosiddetti ” figli-padroni” che, chiusi in se stessi e al contempo aggressivi, tengono in scacco intere famiglie. Non parlano di sé, non gli si può chiedere niente, non si interessano della famiglia né della società, pretendono di continuo. Come i padri-padroni di un tempo, non vogliono sentire ragioni: criticano, urlano, comandano e hanno scatti d’ira molto forti.

L’ adolescenza di oggi è “arrabbiata a priori”. Ce l’ha con tutto e tutti: con igenitori, con le istituzioni, col sistema, con qualsiasi autorità. Ma non sa il perché. Sono arrabbiati perché non hanno un confronto reale e costante con gli adulti, perché avrebbero bisogno di un “drago” sano e concreto da affrontare, ma non c’è. Saperlo incarnare in modo adeguato è il compito maggiore degli adulti. E se ci connettessimo di più con loro invece di lasciarli “on line” per ore e ore? E se comprendessimo che “realizzare noi stessi” significa anche avere un rapporto vero con i nostri figli?

Identikit del figlio padrone

–    Sfida tutto a muso duro (specie dai 14 ai 25 anni)

–    Appare sempre imbronciato, non sorride mai (in casa).

–    Critica e accusa i genitori, spesso senza veri motivi.

–    Non sa discutere e ha frequenti scatti d’ira.

–    È in conflitto totale col padre, alterno con la madre.

–    Prova sfiducia verso il mondo adulto.

–    Ha un’enorme avversione per l’ordine costituito.

Come comportarsi con un figlio “difficile”

– Aiutate la loro creatività.

I figli non sono vasi vuoti da riempire. Al contrario, hanno ognuno un talento da esprimere. Ma se non trovano intorno a sé un terreno adeguato per farlo, finiscono per implodere. Negli adolescenti più problematici quindi, la ribellione è un segno positivo di vitalità. Invece di condannarla, i genitori devono ascoltarla, perché anche il figlio impari col tempo a gestirla e usarla per trovare la propria strada nella vita.

– Non dategli consigli

Non li ascolteranno mai. Quando sarà in difficoltà forse verrà da voi, o da uno di voi. È lì che potete aiutarlo. Senza criticarlo, evitando il fatidico “te l’avevo detto”, fatelo parlare. Chiedetegli come si sente, di cose sente bisogno. Poi parlatene senza esercitare autorità. Sarete autorevoli.

– Nascondete l’ansia

Certo, la vostra preoccupazione lo fa sentire importante e amato, ma in un modo che non è sano. Non mostrate che siete in ansia per lui, né che state soffrendo. Sarà più facile anche per lui cercare un dialogo diverso.

– Usate sorriso e ironia

Anche se costa fatica, portate un po’ di leggerezza: qualche scherzo, battute, sorrisi. Ironia e autoironia. Se vi vede ridere, si sentirà spiazzato e incuriosito.

COME UTILIZZARE I RIMPROVERI

I rimproveri sono feed-back, ossia un’informazione che stiamo dando al nostro bambino sul suo comportamento: “Guarda che quello che stai facendo non va bene”. Intesi in questo senso i rimproveri sono uno degli strumenti più immediati e validi di cui possiamo servirci per educare i nostri figli.

Essendo accompagnati da un tono risentito e da un’espressione accigliata costituiscono anche una punizione: “Se fai così non mi piaci”; ecco perché per i bimbi più piccoli, molto sensibili alla nostra approvazione, essere rimproverati costituisce anche un piccolo affronto.

  • Fanno male alla loro autostima? Fatti nel modo giusto, NO
    I problemi che i rimproveri pongono ai genitori sono essenzialmente due: il primo è la loro inefficacia. Per molti dei nostri bambini un rimprovero entra da un orecchio ed esce dall’altro. Il secondo punto è il dubbio che siano controproducenti: è vero che fanno male alla loro autostima? Di sicuro il ricorso eccessivo e improprio ai rimproveri può sortire un effetto svalutante sia sul bambino sia sul genitore: se siamo costretti a riprenderli continuamente significa che non siamo capaci di esercitare quel minimo di autorità che dovrebbe indurli a obbedire, senza costringerci ad alzare la voce o a ripetere le stesse cose, magari infinite volte. Ma da questo a dire che non dobbiamo mai rimproverarli, ce ne corre…
  • Il rimprovero deve essere un’eccezione
    Se il bambino viene continuamente rimproverato, paradossalmente è come se non lo fosse mai. Un atteggiamento da “troppo o nulla” dà gli stessi effetti. Ecco perché dobbiamo limitare i richiami alle occasioni che davvero lo meritano e imparare a contare fino a 100 per tutte le altre. Quindi come prima cosa impariamo a scegliere cosa merita il nostro intervento e cosa no!
  • Cerca di non urlare
    Un messaggio a voce alta spaventerà i bambini più piccoli, ma non avrà alcun effetto sui ragazzi più grandi. I bimbi, nel tempo, si abituano alle urla che non fanno loro né caldo né freddo. Peggio ancora… impareranno che la mamma strilla quando si sente debole e quindi se ne approfitteranno, rincarando la dose.
  • Evita le discussioni
    Dobbiamo essere brevi e concisi e andare dritto al cuore del problema: che cosa ci ha dato fastidio? Cosa c’è di sbagliato? Evitiamo di ritirare in ballo altri comportamenti sbagliati, allargando il discorso, ad esempio e “Sappi che non mi è piaciuto neanche…” o di riferirci a eventi già passati “Come l’altra volta quando…”. Evitiamo anche prediche o discorsi generali che ai nostri figli non interessano e che diluiscono l’efficacia di quello che diciamo.
  • Il tono giusto? Fermo e pacato
    Per tenere a bada la tensione e la stizza che ti stimolano, minaccia e poi mantieni una punizione ragionevole, ad esempio: va bene niente TV per una settimana. Se neanche questo sortisce effetti passa ai fatti: spegni il computer, sequestra il gioco elettronico o il cellulare. Capiranno che fai sul serio. Ma devi tenere il punto!
  • Critichiamo solo ciò che fa
    Deve sempre essere chiaro che quello che non va non è il suo modo di essere, ma il suo modo di comportarsi. Partendo da questo presupposto mordiamoci la lingua e teniamo a freno tutte le possibili espressioni offensive che sull’onda della rabbia e dell’impotenza possono sfuggirci come, ad esempio: “Sei uno stupido, non capisci niente, sei inaffidabile”. Proviamo, invece, a dire “Hai fatto una stupidaggine”, “Non mi ascolti, hai tradito la mia fiducia…”. E una volta sbollita la rabbia a provare a spiegargli, se non gli fosse chiaro, perché te la sei presa tanto o perché è grave ciò che ha fatto.
  • Dopo, mai tenere il muso
    Una volta esaurito il rimprovero, evitiamo di tornare sull’accaduto e di fargliela pagare assumendo un atteggiamento distante, sostenuto o offeso se non addirittura aggressivo. Questo disturba il nostro bambino molto più della sgridata in sé. Dopo aver chiarito, non mostriamoci emotivamente alterati; e se serve allontaniamoci fisicamente finché l’irritazione non sbollisce.

 

Curarsi con i sogni in psicoterapia

CURARSI CON I SOGNI

Nei sogni i pensieri si fanno da parte ed entriamo in contatto con uno strato profondo e saggio del cervello, che sa cosa ci serve. Impariamo ad ascoltarle sue preziose indicazioni. Scriverli e tenerli con sè significa iniziare ad aver cura di se stessi e coltivare il proprio benessere profondo

  • Una parte dell’attività onirica svolge un ruolo neurofisiologico di scarico delle tensioni e di requilibrio interiore, per cui le immagini rappresentano echi del vissuto del giorno precedente.
  • Ci sono sogni, nei quali appaiono schemi, situazioni e immagini che fanno parte del linguaggio profondo della psiche umana, che  il sistema nervoso utilizza per parlare alla nostra mente: le indica un pericolo, le rivela un problema, le suggerisce una soluzione, la desta da un torporo.
  • Chiedono attenzione come per esempo sognare di essere inseguiti e di scappare affannosamente, di cadere nel vuoto, di volare, di perdersi in un luogo conoscito, di rifare un esame, di essere travolti da un onda anomala. Quando questi sogni si presentano vuol dire che qualcosa di importante nella nostra vita, è ostacolato in modo pericoloso, oppure si sta smuovendo, ha bisogno di affermarsi, ha paura di farlo.

Molti pensano che si possa tranquillamente vivere ignorando queste manifestazioni dell’interiorità. sicuramente si può vivere, ma non così tranquillamente: i contenuti i problemi e le esigenze che i sogni rivelano son sono schiocchezze, ma temi centrali per la qualità del nostro stare al mondo, nonchè per il suo divenire.

  Cosa fare?

  • occorre scriverli per non dimenticarli. anche se non dovessimo capirne il significato, la mente tenderà da sola verso la soluzione del problema che propongono
  • meditarci, l’emozione che si prova ed eventuali riflessioni o intuizioni spontanee sono fondamentali. la mente produrrà analogie, immagini, ricordi, e ragionamente
  • falli agire nella realtà, sintetizzando in un suggerimento ciò che il sogno sembra volerti trasmettere.

  In psicoterapia

La richiesta di riferire i propri sogni viene avanzata in momenti specifici del processo terapeutico, quando dopo aver lavorato utilizzando il metodo maieutico, o altre tecniche, si ha la sensazione che certi cambiamenti siano in atto nel paziente senza che egli riesca a decodificare chiaramente cosa sta avvenendo o comunque, più in generale, quando il processo di scoperta nei confronti di determinati aspetti del sistema conoscitivo del paziente, condotto utilizzando il canale verbale,  sembra essere giunto a un  limite e sia il paziente e il terapeuta hanno la sensazione che per procedere oltre sia necessario utilizzare codici diversi da quello linguistico.

 Un qualsiasi sogno non può essere interpretato dal terapeuta in quanto la simbologia in esso contenuta è strettamente personale e non è quindi traducibile senza  una cooperazione e un intervento diretto del soggetto

 

Rifare l’esame di maturità o non riuscire a finire lo sccritto , non ricordarsi più nulla… appaiono nei sogni quando stiamo affrontando una serie di situazioni in cui non ci sentiamo pronti, oppure stiamo vivendo una vita”esterna” che non ci corrisponde, ma non si riesce a sottrarsi. occorre vincere l’ansia di prestazione e il timore di non essere adeguati

 

Il ponte è un immagine che appare in sogno quando è presente il bisogno di conciliare due elementi di matrice opposta come per esempio la materia e lo spirito, il terreno e il divino, l’alto e il basso, il femminile e il maschile. Quando compare in sogno significa che stanno emergendo aspetti nuovi nella coscienza del sognatore, stati dell’essere ancora da esplorare. Sognare il ponte è darsi la possibilità di compiere un percorso interiore in grado di arricchirci ed investigare nuovi territori per ampliare il nostro orizzonte.

Il significato psicosomatico delle patologie gastrointestinali

 Cosa sta dicendo la tua pancia?

Il corpo parla attraverso i sintomi e l’apparato digerente è uno dei più loquaci.

Con piccoli e grandi disturbi comunica se riusciamo ad assimilare i rapporti con gli altri o se invece li respingiamo.

Coliti ricorrenti, difficoltà digestive, meteorismo, gastriti in pieno stress, periodi di stipsi. In tanti casi non dipendono da una lesione, ma dall’alterato funzionamento di uno o più organi, il cui sistema nervoso sta dando segnali di insofferenza. Prima di leggere simbolicamente il disturbo, però sottoponiti sempre a una valutazione medica.

I sintomi gastroenterici hanno una grande valenza preventiva. In molti casi anticipano la malattia, segnalano che dobbiamo cambiare stile di vita, alimentazione, relazioni. Perciò non trascurare i sintomi come se niente fosse, soltanto sopprimendoli con i farmaci, pur utili ma non sufficienti. Interpretiamo il loro messaggio e seguiamo le loro indicazioni.

 Impara a dire di no eviterai tanta nausea e vomito

  • Esprimi bene rabbia e contrarietà, eliminerai reflusso e bruciore
  • Scegli meglio relazioni e professione e  digerirai meglio
  • Esprimi le tue fantasie nella coppia e rendi la tua morale meno rigida, eliminerai tante colite

 Psicosomatica

La psicosomatica moderna, fin dalle sue origini nella prima metà del secolo scorso, cominciò studiando a fondo proprio le patologie gastriche e intestinali, per dimostrare ciò che la scienza occidentale stava ignorando .

  • esiste un legame tra situazione psico-emotiva e sintomi organici. Non è l’unica parte del corpo dotata di capacità espressive, tutte lo sono, il sistema nevoso tramite il nervo vago e i plessi intestinali trova nel sistema gastrointestinale una via preferenziale per convogliare lo stress in eccesso e i problemi inconsci.
  • questo apparato ci consente di accogliere acqua e cibo (il mondo esterno) di estrarne e assorbirne la parte nutritiva per farla diventare parte dell’organismo  (l’essenza), e di scartarne e scaricarne la parte che non ci serve (scorie).
  • E’ un processo attraverso il quale ci rinnoviamo e al contempo confermiamo la nostra organizzazione: ci permette di restare noi stessi pur continuando a cambiare. Si tratta dell’equivalente, del processo di sviluppo psichico,che prevede una continua trasformazione cioè il divenire, pur nella conferma della nostra identità cioè l’essere.
  • La moderna psicologia lo definisce “sviluppo della personalità” o “processo di individuazione”. Quindi se  la possibilità di affrontare la vita e di trasformarci secondo lanostra natura e le nostre esigenze viene impedito o troppo ostacolato, il canale alimentare manifesterà dei sintomi, che sono sia espressioni di squilibrio, di contrarietà e di sofferenza, sia di stimolo a superare la difficoltà stessa.
  • Attraverso una difficoltà digestiva, spesso la nostra parte più profonda sta dicendo  che c’è qualcosa che non riusciamo ad accettare, a far nostro, che sta ostacolando il nostro cammino.
  • Con una stipsi cronica rivela che facciamo fatica a lasciar andare il passato, quel che non serve più; una colite frequente indica che non stiamo affrontando paure e conflitti irrisolti e che non accettiamo alcune parti del nostro essere.
  • Comunicazioni che riguardano il nostro modo di evolvere e di affrontare la vita e la realtà circostante. Se impariamo a vivere ascoltando quel che ha da dire, difficilmente finiremo per sentirci bloccati o snaturati e la vita sarà un po’ meno faticosa

Il rilassamento e immaginazione per affrontare ansia, fobie, disagi

 

Che cosa si può chiedere a uno psicologo a uno psicoterapeuta?

L’ansia , le fobie le notti insonni e la tristezza vengono da un luogo sconosciuto, da un essere sconosciuto, e come tali vanno rispettate e osservate, accudite. Non sappiamo da dove vengono i disturbi, che si formano incessantemente come provenienti da una sorgente inaccessibile e sono più forti dell’Io, che conosce solo il mondo delle cause, della superficie. Si può star certi che se in una persona l’immaginario si spegne, prima o poi compaiono gravi disturbi. Il regno della fantasia non può essere soppresso, senza che arrivino brutte sorprese

Percepire cosa capita dentro di noi adesso e arrendersi ogni giorno di più è il perno del mio “fare psicoterapia”. Nello stesso tempo cerco le immagini nascoste del disturbo, quei sogni che sono contenuti nei sintomi del disagio.

Il mio approccio psicoterapeutico consiste nel percepire la presenza dei disagi, fare loro posto nella coscienza, lasciarli sconfinare nell’Io, se vogliamo godere dei loro doni.

Nell’esercizio a occhi chiusi il panico di Anna si era trasformato in un immagine , la paziente si calma e gioisce, immaginando di essere una ballerina. Un’icona antica che la proteggeva, la curava, come una dea. L’anima ama che i disturbi , che sono onde del suo mare, vengano osservati con rispetto, con un senso di resa, come chi contempla un panorama che appare infinito, senza fissarsi nei dettagli.

Quando arriva un disagio, un dolore, quando qualcosa ci ferisce, occorre spostare lo sguardo su un immagine. Immaginare, socchiudendo gli occhi, un sole che si leva dal mare.

Visualizzare l’immagine e lasciare che si diffonda dentro di noi, come quando accendiamo l’abat-jour sul comodino. Ogni mattino, al risveglio, c’è un sole che nasce dentro di noi; è la coscienza, la luce che il cervello regala al nostro Io quando usciamo dal buio della notte: Comunque sia andata la mia vita, qualsiasi cosa sia accaduta, il sole sorge incessantemente dentro di noi. Questo serve per ricordarci che noi non siamo quelli che soffrono a causa di un incidente di percorso. Noi siamo il sole che sorge dal mare della notte, dall’inconscio.

Con questi semplici esercizi abbiamo imparati a non chiederci il perché delle cose e soprattutto a non pensare a ripensare alle nostre sofferenze. Ricordate, continuare a rimuginare sulle ferite dell’anima, sulle frustrazioni che abbiamo provato, finiremo per soffrire molto di più. I problemi non si risolvono mai con i pensieri, coi ragionamenti, ma soltanto aprendo lo sguardo creativo e cioè immaginando. Quando sogniamo le aree creative del cervello sono sempre più attive. Un’ immagine è fata di una materia particolarmente sottile, non si può toccare, solo percepire, vedere nel mondo intrapsichico.  Eppure, questa realtà impalpabile ha effetti sul corpo; dona pace, tranquillità, oppure provoca rabbia, paura, inquietudine. Le immagini sono un altro sapere, che non sottostà alle regole della ragione, alle leggi del mondo delle cause: è sapienza, non è scienza.

Descrivere un dolore attraverso l’immaginazione è molto diverso del raccontarlo. Trasformarlo in immagine cambia completamente la situazione. Se il rapporto con Giulia non funziona, come mi racconta Antonio, non ci sono vie d’uscita attraverso le parole. Se invece si presenta si presenta l’immagine di una prigione con le sbarre, allora la relazione è entrata in un’altra dimensione. In un carcere può sempre entrar il solo o un animale amico, come succede all’uomo di Alcatraz, che si mette a curare un uccellino , per diventare poi un grande ornitologo. Immagine cambia la scena e fornisce sempre soluzioni che il pensiero non saprebbe trovare

Il panico è la voce di forze inascoltate, di dei soppressi come avrebbe detto Jung e poi Hillmann. Per questo la prima cosa da fare è accogliere il disturbo, non ostacolarlo. Ogni disagio è la voce dell’anima inascoltata, è la perdita di originalità, dell’essere antico e naturale che siamo. Il compito della psicoterapia è ritrovarlo

 

Terapia breve per ansia e attacchi di panico

Tachicardia, angoscia, senso di soffocamento, debolezza…con tutto il suo ampio corredo di sintomi, l’ansia influisce profondamente sulla nostra capacità di lavorare, di amare, di stare con gli amici o di goderci il tempo libero. Modificando la nostra capacità di vivere.
Questi effetti dell’ansia però, non devono necessariamente essere letti come un disturbo da cui inguaribile, né tanto meno come un male o una debolezza con cui dover fare i conti a suon di medicine.
Spesso prima di assumere una dimensione strettamente psicopatologica, capita che l’ansia dia delle piccole avvisaglie, facendo capolino qua e là nella nostra vita sotto forma di manifestazioni transitorie, idee fugaci, allarmi ingiustificati. In questo modo, essa diventa lo stimolo-segnale di un disagio psico-somatico che va affrontato.
Riconoscere i messaggi significa cercare di riparare l’eventuale danno psicologico in atto, poiché in psicologia vale la regola che quanto più un disturbo è modesto, tanto meno tende a radicarsi nel corpo

L’ansia può rappresentare in realtà un prezioso alleato che interviene nei momenti delicate della nostra vita per ricordarci quali sono i nostri bisogni e desideri più veri.
• L’ansia presenta dunque due facce contrapposte: da un lato, è la spinta positiva che ci pota a liberarci da legami e abitudini che ci vanno stretti, come un lavoro che non ci piace, una relazione sbagliata che non riusciamo a lasciarci alle spalle, un modo di essere in cui non ci riconosciamo più, dall’altro, può prendere il sopravvento e diventare uno stato permanente e patologico che penalizza fortemente la nostra esistenza.
In questo caso, allora, si rende necessario un intervento in grado di alleviarne i sintomi e di ricondurla alla sua dimensione originaria di tensione fisiologica positiva. Si potrà cominciare da un approccio di tipo psicologico che ci aiuti a recuperare il senso del nostro disagio.

• L’ansia è una semplice, ma fondamentale, reazione emotiva. In certe situazioni, però, essa supera i livelli di guardia e si trasforma in uno stato continuo, che può incidere profondamente nella nostra vita; modificando le nostre capacità operative, creando stress e disagio, interferendo con le nostre abitudini, i nostri progetti e le nostre azioni. Un intervento psicoterapeutico può allora rendersi necessario per ripristinare il normale stato di benessere.

Come affrontare i tormenti della vita amorosa

Lo psicologo ascolta quotidianamente i tormenti della vita amorosa: isolamento affettivo, inibizione, ricerca compulsiva di rapporti che non danno alcuna soddisfazione, delusioni che seguono immancabilmente le prime estasi dell’innamoramento, infedeltà, noia, gelosia, cadute del desiderio, separazioni, maltrattamenti, incapacità d’amare, difficoltà a trovare il partner giusto…

  • Nessun amore nemmeno quello che vive nella promessa del “per sempre”, è al riparo del rischio della fine, perché ogni amore umano implica sempre l’esposizione assoluta all’Altro che non esclude mai la possibilità del suo ritiro e della sua scomparsa.

Cosa accade agli amori investiti dal trauma del tradimento e dell’abbandono? Cosa accade poi se chi tradisce chiede il perdono?
Dobbiamo ridicolizzare gli amanti nel loro sforzo di far durare l’amore?
Le analisi di Freud sviluppate nei suoi “Contributi alla psicologia della vita amorosa” si interessano di descrivere solo la versione nevrotica della vita amorosa. La sua tesi relativa alla scissione tra desiderio sessuale e amore che conduce l’uomo a sdoppiare l’oggetto del suo godimento erotico da quello dell’amore affettivo è stata spesso fraintesa come se vi fosse una impossibilità strutturale nell’accordare il piano del godimento sessuale del corpo con quello dell’amore come dono si sé all’Altro. Le tesi di Freud sull’amore ; ripetizione che rende la scelta dell’oggetto pilotata dal fantasma dell’inconscio, ripetizione dell’amore edipico infantile nella scelta del partner
La seconda tesi è la struttura narcisistica. L’amato appare sempre come una forma di alienazione immaginaria dell’io del soggetto. Amo nell’altro ciò che vorrei essere e non sono, amo in lui il mio ideale irraggiungibile

LACAN cerca di ANDARE OLTRE IL RIDUZIONISMO freudiano e l’ideologia del nuovo.
L’IDEOLOGIA DEL NUOVO che diventa un ulteriore schiavitù, la richiesta ideologica del “GODI” che deriva dal nuovo padrone “il capitalismo” che ci propone due illusione l’individualismo come libertà e il nuovo come felicità

Lacan non si accontenta di ridurre l’amore alla passione dell’Io per se stesso e vuole provare a emancipare l’amore dalla ripetizione edipica e dalla specularità immaginaria dell’io nell’altro e viceversa
Mostrare che non esiste possibilità di vita umana senza la presenza dell’Altro. Il bambino attraverso il grido richiama l’Altro, solo la risposta dell’altro rende possibile la traduzione significante del grido in appello,tradurre il grido in domanda d’amore e umanizzare la vita sottraendola dal buio.
L’Altro con il suo desidero risponde al desiderio di essere desiderato.
Lacan può affermare che l’amore è dare all’altro quello che non si ha, che significa donare all’altro la mancanza che la sua vita particolare ha aperto nel nostro essere. Dove c’è risposta, esposizione alla responsabilità della parola, la vita non è più per caso, ma è voluta, desiderata, attesa. Infatti la genitorialità non è mai naturale è sempre adottiva, il riconoscimento della vita attraverso la parola” Si tu sei mio figlio”
Per LACAN prevale l’ idea che l’uomo e la donna siano due universi sconosciuti nei quali non si parla la stessa lingua, non esiste concordia né armonia, uno vuole il dettaglio feticista l’altra godere delle parole.

Il rapporto sessuale non esiste di fronte all’abisso che separa gli universi paralleli dell’uomo e della donna.

L’amore può costituire la sola supplenza capace di mettere in relazione l’Uno all’Altro, cioè di mettere in relazione ciascuno dei due con ciò con cui è impossibile avere una relazione. L’amore non è una fuga dalla sessualità ma il modo di entrare in un rapporto erotico con l’altro senza pretendere di appropriarsi della sua alterità. Rende possibile l’esposizione assoluta di ciascuno al desiderio e al corpo dell’altro. La possibilità dell’amore è data per ciascuno dei due dall’impossibilità di superare la propria solitudine. Conoscere tutto della vita dell’altro non è semplicemente il desiderio di essere ricambiati nel nostro amore, ma la spinta a entrare nel mondo dell’altro,a rompere lo schermo narcisistico, per poter amare, ammirare, apprendere che esiste un Altro mondo, apprendere la potenza del Due al di là dell’Uno.
Lacan ci invita a pensare l’inconscio come all’avvenire, nell’ordine del non ancora realizzato, del non ancora accaduto.

Non solo come un programma già scritto che esige la sua ripetizione (Freud), ma come un’apertura, un salto in avanti verso ciò che non è ancora mai accaduto. Se l’evento dell’amore è un incontro contingente che nessun sapere può prevedere, neppur l’inconscio, una volta accaduto la tendenza degli amanti è quella di farlo esistere per sempre di tradurre la sua contingenza in necessità.

Per via dell’Amore io vengo salvato dalla mia faticità, non esisto più per caso privo di senso, non sono più di troppo, la mai esistenza diventata il senso della vita dell’Altro. La mia esistenza, che non è mai il fondamento di se stessa, una volta amata si trova ad esistere perché è voluta dall’altro nei suoi minimi particolari, per tutto. La domanda d’amore si qualifica quindi come una domanda di senso e diventa richiesta di ripeterlo  per sempre.

Hai problemi di Autostima?

AUTOSTIMA…… COME POTENZIARLA…

Spesso le richieste rivolte a uno psicologo sono di insoddisfazione:

Ho 26 anni e non mi sono ancora laureata…”

“Ho 41 anni e non ho ancora avuto un figlio “

“ Rispetto a lei non ho ancora un impiego di prestigio…”

Spesso i pazienti arrivano come Anna e si presentano in questo modo: “Sono debole, non riesco ad uscire dai miei problemi. Ho cercato con tutte le miei forze, ho riflettuto, ho effettuato tre anni di psicoterapia, ho indagato sulle possibili cause, ma niente. Ho sempre paura di prendere qualche malattia e di morire”Se passiamo il tempo a paragonarci agli altri stiamo dimenticando chi siamo.

Se non siamo nel nostro tempo, non possiamo realizziamo la nostra natura.
Autostima è percepire cosa c’è e non cosa ci dovrebbe essere. Imparare a festeggiare gli stati d’animo, come ospiti che vengono a trovarci.
Quando ci svegliamo al mattino proviamo a dirci” Sono qui con te tristezza, sono qui con te paura, sono qui con te insoddisfazione…per prendermi ciò che tu dal profondo ci porti..”
Non ci può essere autostima se pensiamo di dover cambiare vita e migliorare. Più interveniamo su di noi, più roviniamo il processo e complichiamo le cose. E’ proprio il contrario di quanto facciamo di solito: continuaiamo a intervenire sul mondo interno pensando di saperne più di lui. Invece, solo la consapevolezza di essere qui, ora, è la più grande terapia.
L’autostima è percepire cosa c’è adesso dentro di noi e fargli spazio, non è dirti cosa ci dovrebbe essere.

Spesso invece la confondiamo con l’imperturbabilità: un errore che ha l’effetto di renderci ancora più fragili e insicuri
Stiamo bene quando fioriamo, è un processo naturale, non dipende dai nostri sforzi. Anzi: ci accorgiamo di fiorire quando lo sguardo si assenta dall’Io, dal protagonista che crediamo di essere e lasciamo che le cose, in noi, accadano come devono accadere.
Autostima è percepire il mondo interno e l’esterno non con l’occhio di chi si aspetta qualcosa, ma con l’occhio di chi guarda quale pianta sta fiorendo, quale stagione sta arrivando.
Diventiamo i nostri problemi perché ci attacchiamo agli eventi che passano dentro di noi come se fossero eterne e quindi le fissiamo. Le trattiamo da nemici e non come qualcosa che arriva da noi e per noi.
A seconda di come guardiamo il mondo interno, cambiamo il nostro destino. Combatterlo ci fa star male, riempirlo di immagini ci fa rinascere. Se ci dicessimo a noi stessi “ voglio osservare la mia ansia ..la mia ipocondria: è nostra, arriva da noi stessi, perché dovrebbe farmi male? Svolgono di certo una funzione, anche se noi non la conosciamo”.
Occorre spostare il problema su un altro piano, perché non si risolvono razionalmente,

  • Anziché concentrarci sul problema occorre richiamare un ” immagine”, spostando l’asse del mondo interno dal pensiero all’immagine come nell’ esercizio successivo “io sto camminando”.
  • Non occorre risolvere i problemi razionalmente, ma trasformarli in immagini, perché sono il linguaggio dell’anima e contengono le vere soluzioni.

 

 Un esercizio immaginativo.
“In un luogo tranquillo con gli occhi chiusi …Pensate a un problema che vi assilli, uno solo. Adesso immaginate di lasciarlo lì e iniziate a camminare, passo dopo passo…camminate cercando un ritmo ..Scorgete scenari che vi affascinano. Vi guardate attorno con meraviglia, come se foste in una fiaba. Tutta l’attenzione è sui piedi che si muovono leggeri. Se state attenti, adesso il problema non esiste più. L’avete lasciato indietro. Camminate da soli. Siete immersi nella passeggiata. Arrivate in un punto riparato, dove vi sarà facile trovare un rifugio. Vi nascondete in un casolare, in una grotta, sotto un albero. L’anima si nasconde. Non avete niente da dirvi. Arriva una grande tranquillità…”

  • L’immagine della grotta è un simbolo molto arcaico ( Jung li chiamava archetipi) che parla direttamente al nostro cervello profondo. L’atto del nasconderci allude alle facoltà creative innate del cervello, quelle capaci di farcdi vedere i nostri problemi da punti di vista nuovi e così offrirci soluzioni inedite.
  • Nascondendoci rinunciamo all’identità che crediamo di essere, la quale non ha soluzioni,
  •  Accettiamo di affidarci a un sapere più profondo che ci guida.