Gestire la sofferenza veleggiando tra le onde della vita

GESTIRE LA SOFFERENZA

IMPARARE A VELEGGIARE TRA LE ONDE DELLA VITA

E’ possibile gestire il dolore e la sofferenza ?

Quando la realtà ci crolla addosso può farlo in modi diversi. A volte accade  con una tale violenza che pare annientarci: è il caso della morte  di una persona  amata, di una malattia grave, un incidente inaspettato, la disabilità di un figlio, la perdita di lavoro.

Altre volte invece, la realtà ci colpisce in modo meno devastante ma altrettanto diretto:

  • come quando ci sentiamo sopraffatti dall’invidia  verso qualcuno che ha  quello che desidereremmo avere,
  • dalla solitudine nei momenti in cui misuriamo la distanza fra noi e gli altri,
  • dal risentimento tutte le volte che ci sentiamo trattati ingiustamente, dalla frustrazione per aver fallito un certo traguardo.

Spesso non si è preparati a gestire il dolore soprattutto se imprevisto.

Una psicoterapia scientificamente dimostrata che si chiama ACT di Russ Harris Acceptance and commitment Therapy, finalizzata ad imparare a resistere agli urti della vita, trovando un modo appagante di vivere la realtà anche quando esiste uno scarto difficile da colmare tra la realtà e i propri desideri.

Utilizzando  i principi dell’ACT significa:

  • Conquistare la calma nonostante il caos o la sofferenza
  • Orientarsi nelle tempeste emotive
  • Aumentare il senso di connessione con noi stessi e con gli altri
  • Utilizzare le proprie emozioni dolorose per coltivare tolleranza e saggezza
  • Guarire dalle ferite e diventare più forti

Tra le Tecniche utilizzate:

  1. defusione
  2. neutralizzazione

Defusione significa separarci dai nostri pensieri, vederli per quello che sono veramente e lasciare che siano così come sono.

Ci sono tre principali tipi di strategie per praticare la defusione:

  1. notare,
  2. dare un nome
  3. neutralizzare.

Neutralizzare i propri pensieri significa porli in un nuovo contesto nel quale è possibile facilmente riconoscere che sono nient’altro che parole e immagini, neutralizzando efficacemente il potere che hanno su di noi.

Le tecniche di neutralizzazione implicano generalmente l’accentuazione o degli aspetti visivi (cioè vederli) dei pensieri o dei loro aspetti uditivi (cioè sentirli) o di entrambi.

Ricordando che lo scopo della defusione non  è sbarazzarsi dei pensieri indesiderati né ridurre le emozioni sgradevoli.

Lo scopo è quello di permetterci di coinvolgerci pienamente nella vita anziché perdersi o farsi bistrattare dai propri pensieri. Quando pratichiamo la defusione dai pensieri inutili, spesso scopriamo che di lì a poco scompaiono o che le nostre emozioni sgradevoli si riducono rapidamente; ma questi risultati sono dei bonus extra, non l’obiettivo principale.

Crisi della coppia e intervento del Terapeuta

Crisi della coppia 

Come può intervenire il terapeuta nelle idealizzazioni?

“Eravamo molto innamorati quando ci siamo sposati. E’ cambiato tutto, in poco tempo. Prima voleva stare con me ora  sta sempre con gli amici…. Ero convinta che fosse generoso e invece mi sono accorta che è un avaro… Una volta era divertente poi è diventato noiso, pedante e non perde occasione per criticarmi….”

Ecco una coppia dove entrambi si sono legati a un partner ideale che non corrisponde a quello reale.

Ecco due innamorati che hanno attribuito al partner dei contenuti soggettivi alla ricerca di una collocazione, senza verificare se corrispondessero oppure no alla realtà.

Lei aspettare il suo principe azzurro. Lui era in attesa di una fata .Lei era felice di piacergli. Lui era lusingato di essere il preferito.

Nella fase dell’innamoramento non soltanto hanno cercato di trasmettere reciprocamente un’immagine di sé in sintonia con i desideri dell’altro, ma hanno anche proiettato sull’altro le proprie attese, le caratteristiche del partner ideale che avevano in mente e che desideravano incontrare.

Tutti quanti sappiamo, che la fase dell’innamoramento è un momento magico dove una persona fino allora sconosciuta o indifferente può assumere improvvisamente una grande importanza agli occhi dell’innamorato o dell’innamorata.

L’oggetto d’amore occupa tutti i pensieri. Pensando al proprio oggetto d’amore e incontrandolo, l’ Innamorato vive forti emozioni. Attende con gioia il prossimo incontro. Difficile sottrarsi alla seduzione del colpo di fulmine.

La scienza contemporanea risponde  parzialmente alla questione: le ricerche sulla passione amorosa hanno rivelato l’esistenza di un  ormone, la feniletilamina. Questa sostanza ha l’effetto di eccitare le cellule del cervello in modo da rendere l’ innamorato, desideroso di prendere delle iniziative per perpetuare tale stato di euforia. E’ come un elisir, una droga… Il fenomeno del partner ideale fornisce un senso di completezza personale: è costruito su proiezioni  appaganti, anche quando su di sé e sull’altro si riversano credenze e pretese irrealistiche, che non reggono alla prova dei fatti.

Eccone alcuni: seguirò la tua volontà, ti darò sempre ragione, sarò sempre al tuo fianco, Indovinerò i tuoi desideri, resterò con te qualunque cosa accada, ecc. Un insieme di buoni propositi che, qualche volta vanno a buon fine, ma che possono anche essere spazzati via, con il trascorrere del tempo, man mano che Il partner reale prende il posto di quello ideale.

Come può intervenire il terapeuta in questo caso?

  • Un primo passo sarà quello di portare i due coniugi a comprende che reciprocamente hanno sposato la parte idealizzata  del partner. Il crollo dell’idealizzazione porta alla delusione e il partner viene così avvertito come “cattivo”, “privo di valore”.
  • Un secondo passo sarà quello di valutare insieme se, stando così le cose, esistono condizioni per una nuova solidarietà: il divario che si è creato tra idealizzazione e realtà può infatti essere stato accentuato dalla disillusione e dalle attese troppo irrealistiche da una parte come dall’altra, il che non indica però che non ci sia più alcuno spazio per ricostruire un rapporto su nuove basi, ossia le persone autentiche non falsate dalle loro idealizzazione.
  • Il terapeuta spiegherà che riconosce l’Ombra che è in noi significa ammettere che non possiamo sfuggire i nostri errori, al lato oscuro, alla nostra inferiorità. Spiegherà anche, però, che quando più siamo in grado di riconoscere e affrontare questa negatività, tanto più le impediremo di farci del male.
  • Dal punto di vista tecnico, Il terapeuta chiederà fin dall’inizio ai suoi  pazienti di smetterla di accusarsi a vicenda e di abituarsi a esprimersi in prima persona, di usare cioè il pronome “io”. Così, per esempio, invece di incolpare la moglie lui dirà : “quando tu fai la tal cosa io mi sento..”.
  • In parallelo, il terapeuta chiederà alla moglie di ascoltare bene ciò che dice suo marito e di ripetere ciò che ha inteso, esprimendosi anch’essa in prima persona. È un modo per manifestare  i reciproci disagi senza recriminare o accusarsi a vicenda, una modalità espressiva quest’ultima che, se non seguita,  non consentirebbe alla terapia di fare dei passi avanti, ma neppure di avere inizio.

LA FIBROMIALGIA: MALATTIA REUMATICA O PSICOLOGICA?

LA FIBROMIALGIA: MALATTIA REUMATICA O PSICOLOGICA?

Si pensa al reumatismo ogni qualvolta è presente un dolore corporeo a carico dell’apparato osteo-artro- muscolare. La fibromialgia entrerebbe pieno titolo fra le malattie reumatiche, in quanto la sua caratteristica clinica più saliente è la presenza di dolore cronico diffuso. Vi è però una differenza sostanziale: l’assenza di un danno anatomopatologico che giustifichi  la sintomatologia dolorosa.

La fibromialgia ha una sintomatologia caratterizzata soprattutto:

  1. da dolore cronico diffuso, stanchezza,
  2. disturbi del sonno, rigidità muscolare,
  3. disfunzioni cognitive, 

Sintomi tali da indurre il paziente a recarsi frequentemente dal medico. A fronte di una sintomatologia soggettiva lamentata dal paziente come pervasiva che condiziona e modula in termini negativi ogni comune atto della giornata, il medico riscontra un soggetto in apparente buona salute. I più sofisticati e moderni esami strumentali di laboratorio non individuano mai importanti segni di danno organico.

In fondo la fibromialgia è ancora una malattia oscura. Anche se il medico si è documentato, in realtà l’intima essenza della malattia continua a sfuggirgli.

Attualmente l’habitus psichico del fibromialgia è stato sostanzialmente delineato.

  • Si tratta di individui con incapacità di introspezioni e conseguenti cattive letture e gestione delle emozioni.
  • Un’incapacità di abbandonare o meglio modificare uno stile di vita caratterizzato da investimento affettivo, sensi di colpa, eccessivo senso di responsabilità.
  • Persone che devono costantemente appoggiarsi su familiari, amici, colleghi con inconsapevole dipendenza e con continua ricerca di conferma e verifiche dall’esterno per mantenere la propria autostima.
  • Solitamente si tratta di individui che hanno vissuto in contesti depressivi, ad anaffettivi, coercitivi, invasivi, ansiogeni e traumatici.
  • Tali ambienti sono stati in grado di minare in loro la fiducia di base e la sicurezza in se stessi, facendone derivare una personalità apparentemente resistente ma in realtà profondamente fragile.
  • Quando sono esposti ad uno stress cronico, i meccanismi di difesa personale finiscono per cedere.
  • Sono individui che non riescono a impermeabilizzarsi rispetto a situazioni di sofferenza cronica, per cui versano in un perenne stato di allarme interiore che innesca il disturbo dolorifico, con conseguente alterazione dell’architettura del sonno, quindi con aumento della fatica e infine della depressione.

È il tipico quadro di reazione allo stress cronico, in cui, a differenza di quello acuto, le cause determinanti sono sfumate. Coinvolgono la sfera intima dell’individuo e non sono completamente consce, poiché inquinate dai vari adattamenti che la psiche addotta per preservare la propria integrità e la sopravvivenza del soggetto.

Ne deriva un’alterazione dei neurotrasmettitori responsabili, a livello fisiopatologico, nell’innesco e nella persistenza dei sintomi. In pratica, il disagio generato da uno stress cronico indurrebbe inconsciamente l’individuo a proiettare sul corpo le sue conflittualità, così da creare dei sintomi che distolgono la sua attenzione dalla sofferenza psichica.

La malattia è considerata come il risultato dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e socioculturali. Si instaurerebbe un meccanismo a feedback positivo in cui gli aspetti biologica influiscono sui fattori psicologici, come l’umore e sul contesto sociale, come le relazioni interpersonali e viceversa. Nessuna delle numerose variabili che lo compongono è in grado da sola di determinare e spiegare la malattia. La complessa dinamica dei fattori in gioco può essere così sintetizzata:

  • Variabili biologiche. Una probabile predisposizione genetica sarebbe responsabile di un frequente riscontro nella fibromialgia di bassi livelli di serotonina e noradrenalina, nuerotrasmettitori che agiscono nelle vie di inibizione endogena discendente del dolore e responsabile di un abbassamento della soglia del dolore.
  • Variabili psicologiche. È evidente che aspetti affettivi, caratteristiche soggettive, emozioni e fattori cognitivi affiancano il dolore. Queste variabili sarebbero coinvolte nell’ elaborazione dello stimolo doloroso e quindi nel modo di percepirlo, a volte con clamorose incongruenze dall’effettivo danno esistente e la percezione dolorosa da parte del paziente.
  • Variabili socioculturali. Le esperienze negative dell’infanzia soprattutto nell’abuso fisico o psicologico, sono eventi spesso presenti nella storia del fibromialgico.  Tale condizione indurrà poi nell’adulto una maggiore vulnerabilità allo stress quotidiano e una maggiore influenza degli aspetti cognitivi, affettivi e comportamentali dell’esperienza dolorosa. La focalizzazione dell’attenzione sul dolore permetterebbe a tali soggetti la distrazione dall’evento traumatico infantile.

Tra le varie figure professionali coinvolte, emerge sempre più quella del psicologo clinico, in grado di contribuire a un modello integrato di trattamento secondo un’ottica psicosomatica.

L’essere umano è un tutto unitario, dove la malattia si manifesta, a livello organico, come sintomo e, a livello psicologico, come disagio. Pertanto non viene focalizzata solamente la manifestazione fisiologica della malattia, ma anche l’aspetto emotivo che l’accompagna.

L’approccio multimodale,

Associa al trattamento farmacologico quello psicoeducativo, è in grado di garantire risultati migliori (Toussaint  et al.2010). Questo approccio, oltre a curare il sintomo, si prefigge lo scopo di diminuire la sofferenza psicologica. La figura del medico continua a mantenere una notevole importanza nella gestione della malattia che può essere associata o secondaria a numerose patologie anche  pericolose. Ne deriva la necessità di formulare adeguate diagnosi differenziali.

L’affezione necessità di un trattamento su più livelli:

  1. psicoeducativo: indicazione sull’igiene di vita e del sonno un’adeguata attività fisica una corretta alimentazione, istruzioni al paziente e alla famiglia per un azione di contrasto al catastrofismo e alla alessetimia.
  2. Una  terapia cognitivo comportamentale.
  3. Metabolizzare la consapevolezza che la fibromialgia anche se in alcuni casi può indurre una sintomatologia particolarmente penosa,  in realtà è una malattia che non provocherà danni all’organismo.

I sintomi che si percepiscono sono reali, anche se  non sono determinati da una malattia organica. I meccanismi e la fisiopatologia delle alterazioni  che ne sono responsabili sono stati sufficientemente identificati. Non è giustificato un comportamento passivo e rassegnato, la fibromialgia non è una malattia incurabile, è un’affezione cronica caratterizzata da remissione e ricadute, ma adeguandosi alle istruzioni degli specialisti (attività fisica, trattamento psicologico, eventuali farmaci)  si può ottenere una condizione di stabile benessere.

Terapia di Coppia: le emozioni nascoste nell’incontro con l’altro

TERAPIA DI COPPIA

LE EMOZIONI NASCOSTE NELL’INCONTRO CON L’ALTRO

Marco e Sara chiedono una terapia di coppia per quello che definiscono un problema di incompatibilità caratteriale.

Qual è il loro problema? Opposti che non si attraggono.

“Opposti che non si attraggono”. Confessa Marco nel corso del primo colloquio. Sara lamenta “l’eccessiva passività del coniuge, che è assente anche quando è presente”. Le lamentele di Marco sono complementari a quelli della consorte, definita invadente e irrispettosa degli spazi altrui.

Dunque, due mondi paralleli destinati a non incontrarsi mai?

Eppure, in passato questi mondi si sono incontrati, come raccontato con dovizia di particolari da entrambi. Ammette Sara “Mi aveva affascinato la sua capacità di estraniarsi da tutto di esserci senza esserci.”.

Marco e Sara ci appaiono oggi con i due prigionieri di quello stesso incantesimo, che li aveva fatti innamorare.

Quell’affascinante capacità di estraniarsi che aveva colpito Sara anni addietro, oggi diviene ai suoi occhi un “intollerabile evanescenza”, così come la determinazione della compagna che aveva rapito Marco nel momento del loro incontro, adesso gli appare un minaccioso carrarmato.

Non è infrequente che le coppie vanno in crisi. Si frantumino proprio su quello stesso punto di congiunzione che un tempo le aveva unite. In effetti questo apparente paradosso non deve sorprenderci. Come le giunture anatomiche nella loro flessibilità ci consento un rapporto con il mondo ma sono proprio i distretti più fragili e soggetti a fratture.

L’incontro di coppia è anche l’incontro di due dimensioni parallele e non sempre conciliabili punto.

  • Da una parte, il programma ufficiale di ciascuno, ossia l’insieme di richieste, desideri intenti che partner si dichiarano l’un l’altro.
  • Dall’altra parte, occultata alla vista di noi stessi e del nostro compagno, giace “la mappa del mondo”, ossia quell’inestricabile coacervo di tacite aspettative che uno di noi ha costruito nel corso della storia personale.(Mony Elkaim 1992).

L’incontro tra il partner è la costruzione di un mondo nuovo, che però non può prescindere dalle dimensioni di significato salienti chi ciascuno ha maturato nel corso del proprio cammino personale.

Quando incontro Giulia, in crisi col marito pare avvolta in una cappa di infelicità. Si definisce una ragazza di parrocchia, molto devota la famiglia altruista e profondamente cattolica. Giulia ha incontrato all’esterno della parrocchia Davide, un bevitore, fedifrago e amante del gioco d’azzardo. Si rivelerà un potentissimo incontro fra opposti.

Per comprendere l’apparentemente inspiegabile giuntura di questa coppia occorre addentrarsi nelle pieghe emotive più profonde di Giulia, nella sua “mappa del mondo”.

Pur nella sofferenza che le sue condotte quotidiane le arrecano, Davide rappresenta per lei anche un profondo atto di ribellione e di affermazione di sé. Giulia racconterà con soddisfazione tutti gli episodi in cui la sfrontata irriverenza di Davide ha messo in imbarazzo il padre di lei, obbligandolo a frettolosi ritirati.

L’unione di Giulia con Davide rappresenta una sfida a una famiglia che ne ha sempre preteso la docile sottomissione. In questo caso, se il programma ufficiale di Giulia è all’insegna dell’ altruismo e del sacrificio, nella sua “mappa del mondo “si annida il desiderio di ribellione che soltanto Davide è stato in grado di cogliere e soddisfare.

L’incontro di coppia nasce spesso su dimensioni di significato profonde. Alcune volte il partner rappresenta un quesito la cui risposta è il motore di cambiamento. Altre volte, l’altro rappresenta una possibile risposta al dilemma personale familiare.

Se guardiamo a Davide e Giulia come un’entità isolata, la loro scelta ci appare inspiegabile, almeno per Giulia, per gli affanni di sofferenza. Solo espandendo il nostro sguardo possiamo arrivare a cogliere quell’intricata geometria familiare che ne giustifica l’esistenza.

È solo guardando all’ambivalente relazione di Giulia con la sua famiglia, possiamo cominciare a spiegarci quale filo invisibile leghi assieme due essere persone così diverse.

  • Nessuna coppia, esiste nel vuoto.
  • L’incontro avviene entro lo spazio complesso, costellato di altre figure significative, la cui presenza, nel campo delle relazioni, orienta e dà significato alle nostre scelte.
  • Tale incontro si sviluppa entro tempo fatto di svolte e momenti critici che possono mutare in modo radicale le condizioni e le premesse dell’incontro stesso.
  • La capacità dei partner di mantenere viva la matrice di significati che ha reso quell’incontro unico, tramite rinegoziazioni e rilanci, è da considerarsi probabilmente la principale funzione evolutiva della coppia stessa.

 

 

 

Misura la tua Rabbia

MISURA LA TUA RABBIA

ANGER RUMINATION SCALE (ARS)

ISTRUZIONI

 

Tutti si arrabbiano e si sentono frustrati di tanto in tanto, ma le persone differiscono nel modo in cui esse pensano ai loro episodi di rabbia. Le affermazioni sottostanti descrivono differenti modi in cui le persone richiamano alla mente o pensano alle loro esperienze di rabbia. Per favore, legga ciascuna affermazione e poi risponda scrivendo il numero appropriato a ciascuna affermazione. Non ci sono risposte giuste o sbagliate in questo questionario, e sono molto importanti le sue sincere risposte che meglio la descrivono. Per favore, risponda a tutte le affermazioni

 

 

1   MAI                                             2    A VOLTE                                       3   SPESSO                                                        4 SEMPRE

 

 

 

1 Rumino sulle mie passate esperienze di rabbia

 

2 Rifletto sulle ingiustizie che mi sono state fatte
3 Continuo a pensare per lungo tempo alle situazioni che mi hanno fatto arrabbiare
4 Penso a certi avvenimenti di tanto tempo fa e ancora mi fanno arrabbiare
5 Ho difficoltà perdonare le persone che mi hanno ferito
6 Dopo che una discussione è terminata, continuo a litigare con questa persona nella mia immaginazione
7 I ricordi di essere stato innervosito affiorano nella mia mente prima di addormentarmi
8 Ogni volta che provo rabbia, continuo a pensarci per un pò
9 Ho avuto momenti in cui non potevo smettere di essere preso da un particolare conflitto
10 Mi sento arrabbiato riguardo a certe cose della mia vita
11 Quando qualcuno mi provoca, continuo a domandarmi perché questo debba essere capitato a me
12 I ricordi di seccature anche di poco conto mi disturbano per un pò
13 Quando qualche cosa mi fa arrabbiare, ci torno sopra con la mente più e più volte
14 Ricostruisco nella mia mente l’episodio di rabbia dopo che si è verificato

 

 

 

ANGER RUMINATION SCALE (ARS)

SCORING

La ARS fornisce un unico punteggio complessivo, che si ottiene sommando i punteggi dei singoli item

Un punteggio superiore a 24 indica significativi livelli di ruminazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dare significato alla propria vita: un effetto protettivo sulla salute

Il senso della vita

Chi percepisce un senso nella propria esistenza è più felice e gode di maggiore salute mentale. Dare significato alla propria vita ha un effetto più duraturo rispetto alla ricerca del piacere.

Le crisi di “senso “aumentano il rischio di soffrire di ansia , di depressione, fino ad arrivare al suicidio. Anche dal punto di vista medico, considerare la propria esistenza ricca di significato ha un effetto protettivo sulla salute. Persone di tutte le età presentano un rischio di mortalità più basso se riconoscono un senso alla propria vita, tra l’altro con percentuali minori di infarto, demenze. Si riducono anche tutti quei processi infiammatori del corpo che sono responsabili di molte malattie croniche.

Nel corso degli anni la psicologia positiva si è occupata di individuare ciò che rende felici, ma recenti ricercatori stanno cercando di capire soprattutto la questione di quanto troviamo significativa la nostra esistenza. Come si fa raggiungere questa condizione?

La psicologa T. Schnell è l’unica docente nel mondo germanofono ad affrontare la ricerca di ” senso” con metodi scientifici empirici e dirige un team dedicato esclusivamente a questo tema all’Università di Innsbruck.

Risultato principale. “Quali e quante fonti si usano è una cosa estremamente personale”.

Comunque alcune di queste fonti di senso si dimostrano particolarmente feconde, sopra a tutte la cosidetta generatività. Si definisce così quando qualcuno fa qualcosa che è utile ai posteriori o al ” tutto”, per esempio perché trasmette le proprie conoscenze e competenze o si impegna nella politica o nel volontariato. Sono anche importanti il bisogno di prendersi cura degli altri, la spiritualità o religiosità, l’aspirazione all’armonia e il desiderio di sviluppo personale.

Essenzialmente l’uomo vuole sapere a che cosa serve la propria vita.

Su questo bisogno si basa la logoterapia e la psicoterapia.

  • Spesso il paziente è incoraggiato a prendersi la responsabilità della propria vita 
  • a riconoscere che le sue azioni quotidiane hanno un’influenza sugli altri. 
  • per esempio i pazienti che soffrono di fobie scoprono che ci sono cose che li allontanano dal loro continuo ruminare su se stessi e così notano che i loro pensieri e i loro sentimenti non hanno un potere assoluto su di loro.

In ogni caso le prove sono inequivocabili: per il benessere la salute sembra più importante perseguire un senso della vita più ampio anziché una felicità rapida e superficiali.

È evidente che la comunione con altre persone e la dimensione spirituale sono due elementi che promuovono fortemente il senso della vita.

Gli abitanti delle nazioni più ricche , che raggiungono il miglior livello di formazione , vivono  con meno figli e danno più valore all’individualismo, tutti fattori che a loro volta si accompagnano a un  livello più basso di senso della vita.

Chi non riesce a trovare un significato alla propria vita?

  • Per prima cosa bisogna avere il coraggio di porsi domande esistenziali, perché può essere doloroso riconoscere che la nostra condotta di vita non è compatibile con ciò che consideriamo ricco di senso.
  • È importante prendersi tempo è lo spazio necessario per affrontare queste domande, perché spesso la vita quotidiana non ce ne lascia l’opportunità.
  •  In ogni caso bisogna liberare un po’ di tempo: la tv, chiudere il cellulare nel cassetto, fuggire per qualche giorno dallo stress.

 

Uno studio noto nella psicologia della religione: con l’età diventiamo tutti più religiosi e spirituali. Evidentemente quando si avvicina la fine della vita raggiungiamo una prospettiva diversa sulla nostra esistenza, e d ‘un tratto molte cose acquistano un senso

 

Cambiare: quando il cambiamento è difficile

IL CAMBIAMENTO

La maggior parte degli psicologi, ritiene che il cervello sia costituito da due sistemi indipendenti che lavorano in parallelo. Il lato emotivo, la parte istintiva, che prova dolore piacere, poi c’è il lato nazionale,  la parte che giudica e analizza, quella che guarda al futuro.

L’umanità è sempre stata consapevole della tensione fra di essi.

  • Platone scriveva: la parte razionale  tiene le redini di un cavallo ribelle.
  • Freud descrisse: “Es” egoista, il “Super io”, il coscienzioso “IO” che deve mediare tra i due.
  • Gli economisti comportamentali hanno definito le due istanze del sè come pianificatore e esecutore.

UTILIZZIAMO LA GUIDA per descrivere la parte razionale e l’ELEFANTE per descrivere il nostro lato emotivo

In sella all’elefante, la guida tiene le redini sembra esercitare il comando ma il suo controllo è precario, perché molto piccola in confronto agli elefanti. Molti di noi hanno fin troppa familiarità con la situazione in cui l’elefante ha la meglio sulla guida. La debolezza degli elefanti, il nostro lato emotivo istintivo, è chiara: l’elefante è pigro e incostante, spesso alla ricerca della gratificazione immediata invece di quella a lungo termine.

Quando gli sforzi per il cambiamento falliscono, di solito è colpa dell’ elefante, dato che spesso il cambiamento richiede sacrifici a breve termine per ottenere risultati nel lungo periodo.

Spesso i cambiamenti falliscono perché la guida non sa tenere l’elefante sulla strada abbastanza lungo per raggiungere la destinazione. Anche l’elefante a enormi punti di forza. L’emotività e il suo territorio d’elezione: l’amore, la compassione, l’empatia, la lealtà. Per chi vuole realizzare un cambiamento: è l’elefante quello che ottieni risultati. Per progredire verso un obiettivo, è necessaria l’energia e la tenacia dell’elefante.

La principale debolezza della guida: la tendenza a perdere tempo a pensare troppo. La sua analisi verte quasi sempre sugli elementi problematici, anziché sulle eccellenze. Se volete cambiare le cose, dovete fare appello a entrambi. La guida si occupa della pianificazione e della direzione, l’elefante fornisce energia.

Quindi, se in azienda riuscite a comunicare con le guide ma non con gli elefanti, il vostro team sarà competente ma non motivato. Se raggiungete i loro elefanti ma non la guida, avrete dipendenti motivati ma che non sanno dove andare. Quando guide e gli elefanti sono in disaccordo sulla direzione da prendere, sorge un problema. La guida può averla vinta temporaneamente, sentire le origini con forza e obbliga l’elefante alla sottomissione. Ma la guida non può rimanere a lungo in un tiro alla fune contro un animale enorme: presto o tardi esaurirà le energie.

Per modificare i comportamenti:

  • Indirizzare la guida: quella che sembra resistenza è spesso una mancanza di chiarezza. Quindi è importante dare istruzioni chiare e non equivoche.
  • Motivare l’elefante. Quella che sembra pigrizia è spesso stanchezza. E’ essenziale coinvolgere il lato emotivo delle persone. La guida non riesce ad imporsi con la forza molto a lungo.
  • Tracciare il percorso. Quello che sembra un problema di persone è spesso un problema di situazione. Dando forma al percorso aumenterete la probabilità di un cambiamento, qualunque cosa accada alla guida e all’elefante (effetto scodelle più piccole per il popcorn al cinema)

Come far scattare un cambiamento

Ciascuno ha un lato emotivo, l’elefante, e un lato razionale la Guida, dovete parlare ad entrambi. Spianare la strada perché abbiano successo. In breve, dovete fare tre cose:

  1. Indirizzare la guida.
  • Trovare le eccellenze. Indagate su ciò che funziona e clonatelo.
  • Sceneggiate le mosse decisive Non pensare alle grandi cose, pensate a comportamenti specifici.
  • Indicate la destinazione. Il cambiamento è più facile se sapete dove state andando e perché ne vale la pena.

2.    Motivare l’elefante.

  • Trovare il sentimento. Sapere qualcosa non basta a scatenare il cambiamento. Fate in modo che la gente provi un’emozione.
  • Minimizzare il cambiamento. Fate a pezzetti il cambiamento finché non smettete di far paura all’elefante.
  • Far crescere le persone. Coltivate un senso di identità e instillate una mentalità di crescita.

3. Tracciare il percorso.

  • Ottimizzare l’ambiente. Quando la situazione cambia, cambia il comportamento. Quindi voi dovete cambiare la situazione.
  • Costruire abitudine. Quando il comportamento è abituale, è gratis: non stanca la guida. Cercate modi per incentivare le buone abitudini.
  • Radunare il greggio. Il comportamento è contagioso: aiutatelo a propagarsi

Superare gli ostacoli

 

Problema: Cambierò domani

Consigli: minimizzate il cambiamento per poter cominciare oggi.

Se non potete cominciare oggi, fissata una stimolazione per domani.

Problema: la gente mi dice sempre non funzionerà.

Consigli: trovate un’eccellenza mi dimostri che può funzionare. C’è situazione che sia un fallimento al 100%. Come un terapista centrato sulla soluzione, cercate gli istanti di successo.

Potete creare a tavolino un successo che aiuti la vostra squadra cambiare mentalità?

Problema: so cosa dovrei fare, ma non lo sto facendo.

Consigli: saperlo non basta. Avete un problema di elefante.

Pensate al salvataggio in cinque minuti. Iniziare in piccolo può aiutarmi a superare la paura. Qual è la cosa più semplice che potete fare, in questo istante, che rappresenterebbe un piccolo passo verso l’obiettivo?

Cercate soluzioni del percorso. Come potete ottimizzare l’ambiente in modo da essere costretti a cambiare?

Il comportamento è contagioso. Coinvolgete altre persone in modo da rinforzarvi a vicenda.

 

Problema: le persone erano entusiaste ad inizio, ma poi abbiamo avuto momenti difficili e abbiamo perso l’energia.

Consigli: concentratevi sulla costruzione di abitudini. Quando create abitudine, ottenete il nuovo comportamento gratis, ed è meno probabile una ricaduta.

Motivate l’elefante rammentando alle persone quanto hanno ottenuto.

Insegnate la mentalità di crescita. Ogni successo passa attraverso momenti difficili. Ricordate di  non lasciarsi prendersi dal panico quando il gioco si fa duro. Non date l’elefante una scusa per arrendersi.

Iniziate a sviluppare la mentalità di crescita. Il progresso non è sempre facile: il successo richiede alcuni fallimenti lungo la strada. Non buttatevi giù a ogni cosa che va storta.

Problema: Tutti sembrano d’accordo che dobbiamo cambiare, ma poi non succede niente.

Consigli: ricordate, quella che somiglia a resistenza spesso è mancanza di chiarezza.

Non dimenticate il percorso. Ci sono ostacoli che potete rimuovere?

Potete trovare eccellenza che serve da modello per il comportamento desiderato

 

 

Accogliere le emozioni e non giudicarti

ACCOGLI LE EMOZIONI E NON GIUDICARTI PIU’

Rimurginare su cosa non va bene dentro di noi non porta a nulla, se non a cronicizzare il problema.

  • Arriva un‘emozione?

Accoglila, ma senza interferire: occorre fare spazio a rabbia, paura, invidia o tristezza senza giudicarle e senza chiedersi la causa , è la via fondamentale per stare con se stessi

 

Secondo Jung, l’uomo alla nascita non è una tabula rasa su cui agisce unicamente l’ambiente: le emozioni non sono condizionate solo da fattori esterni, hanno origini e funzioni interne. Cercare subito le cause della nostra tristezza o rabbia ecc è un’abitudine mentale sbagliata e dannosa, che porta le emozioni nel razionale, dove la loro vera funzione si perde.

Gli eventi esterni sono un interruttore, ma è interno il processo che crea le emozioni: attraverso ciò che ci capita l’anima estrae le energie trasformative di cui abbiamo bisogno. Occorre separare l’emozione dalla causa, accogliendola le permettiamo di operare la trasformazione silenziosa che ci porterà alla tappa successiva della propria maturazione.

 

Spesso emerge in terapia la difficoltà ad accogliere certe emozioni come la rabbia , la tristezza, invidia e gelosia.

Ce ne vergoniamo, le temiamo come se fossero un marchio indelebile che determina la nostra identità. Oppure pensiamo di poterle gestire e quando non ci riusciamo lottiamo per scacciarle e per” diventare migliori”. Le trattiamo da nemiche come se agissero contro di noi.

Dimentichiamo chi siamo noi a crearle. Giudicare, negare o lottare contro gli stati emotivi li rinforza perché alimenta un conflitto con noi stessi. Le emozioni infatti sono il linguaggio del mondo interno: giudicarle ci impedisce di ascoltarle.

Dobbiamo invece imparare a trattarle come un mare infinito, nelle sue profondità le correnti si mescolano, si perdono e si confondono tra loro.

Ciò che ci attrae ci può fare anche paura, la gioia può nascere al termine di una profonda tristezza. La rabbia può contenere la dolcezza, ammirazione e invidia sono intrecciate.

Quando ne provi una, l’opposta è sempre presente. Se spegni una, spegni anche l’altra. Le emozioni non sono tra loro separate, sono energie continuamente mutevoli che fluttuano una sull’altra, con una funzione nascosta: la nostra maturazione. Possiamo vederne gli effetti sono col tempo, si evitiamo di cercare spiegazioni razionali, se ci affidiamo a loro.

Sono risorse preziose.

I significati nascosti:

  • RABBIA: un sonoro “no” ha una vita troppo ordinata, ai rigidi schemi mentali quali siano confinati. Se accolta, si traduce spesso in intuizioni e atteggiamenti nuovi, più naturali.
  • GELOSIA : è un energia che rimette in discussione ciò che forse davamo per scontato. Ci costringe anche a guardare aspetti immaturi di noi e ci spinge a evolvere.
  • TRISTEZZA: grazie a lei ci rintaniamo, come gli animali che fanno la muta: nascondendoci, ci rigeneriamo e ci curiamo. Eliminiamo gli aspetti di noi che non servono più.
  • INQUIETUDINE: per Jung è la forza che ci spinge a progredire, a essere svegli e ricettivi. E’come il vento che spazza via le foglie secche e le nostre certezze. Annuncia il cambiamento.
  • INVIDIA: l’emozione più negata di tutti, in realtà ci aiuta a guardare le nostre debolezze. Contattiamo la fragilità, che è un altro volto della cedevolezza necessaria alla maturazione.
  • PAURA: con lei incontriamo il buio e il senso della perdita. Combatte l’ostinazione dei nostri ragionamenti, ricordandoci che, nonostante la voglia di controllare tutto, ciò che ci conduce è misterioso e più forte di noi.

Coppia in crisi: un aiuto per imparare a vedere il partener per come è

Imparare a vedere il partner per come è: solo così il rapporto diventa  autentico.

Cosa vedi nel tuo partner?

Cinque domande per capire se stai scaricando sull’altro tensioni e conflitti di cui non ti accorgi

 Smonta le aspettative sbagliate, altrimenti si smonterà la coppia

A volte chiediamo al nostro compagno di fare, nello stesso tempo, anche l’amante, il genitore, l’amico, il supporto psicologico.

Quando accade, la coppia rischia.

Una cosa è certa: se ami davvero il tuo partner ma le cose non vanno, vuol dire che qualcosa si è messo in mezzo a voi e interferisce.

Non attribuirlo solo all’esterno: spesso sono dinamiche interne, in cui partner diventa il parafulmine di tensioni interiori. Ecco delle domande che aiutano a rivelarne se è nato uno schema del genere.

  1. Mi sembra di trattare il partner come un figlio? Mi sembra che lui faccia lo stesso con me?
  2. Sfogo qualsiasi nervosismo sul partner, fregandomene della qualità del rapporto di coppia? O lo facciamo entrambi?
  3. Mi da fastidio ciò che dice e che fa, anche se in realtà non fa nulla di sbagliato?
  4. Tendo essere ipercritico nei suoi confronti, lo vedo come un nemico o un ostacolo? E lui mi vede così?
  5. Mi aspetto che il partner faccio tutto ciò di cui ho bisogno? Che mi risolva tutto? O lui lo faccia con me?

 

Una delle dinamiche più importanti che spesso manda in crisi la coppia sono le aspettative di cui la relazione viene inconsciamente sovraccaricata. Il partner, in molti casi, non viene vissuto solo come partner. Attraverso un automatismo psichico chiamato proiezione, la persona attribuisce al compagno un ruolo che non gli appartiene: ad esempio

  • quello di genitore super buono che deve accogliere qualsiasi cosa e aiutare senza batter ciglio.
  • quello di salvatore, capace di dar senso all’esistenza e di lenire traumi familiari e nevrosi di vecchia data
  • di amico, di fratello o di sorella
  • di psicoterapeuta
  • di figlio da accudire
  • di vittima da aggredire, di tiranno da ammansire, di nemico da combattere

Allo stesso modo si attribuisce alla coppia il ruolo di guaritore che risolve tutto, di nuova famiglia di origine che riscatti quella reale, di grembo materno che permetta di essere infantili, il campo di battaglia, di contenitori di ogni sfogo e così via.

Una relazione deve anche poter garantire sfumature emotive non legate ai ruoli di coppia. Il problema molto spesso, è la richiesta totalizzante di svolgere una mansione che non le compete. In pratica, Il partner può, in alcuni momenti, offrire una comprensione simile materna o una protezione simile paterna, ma non dovrebbe essere richiesta in modo costante di fare la mamma e papà perché questo altera l’equilibrio della coppia in modo sostanziale. Dopo la fine dell’entusiasmo iniziale, i due si innervosiscono, si annoiano, si combattono, si criticano, perché sentono che qualcosa non va, anche se non sanno cosa.

Appare evidente che, per uscire dalla situazione, è fondamentale diventare consapevoli di queste richieste reciproche.

Il meccanismo della proiezioni è così connaturato alla psiche, soprattutto quando siamo sentimentalmente coinvolti, che non ce ne accorgiamo. Le proiezioni ci sono, perché esprimono le paure, i bisogni profondi che ognuno di noi porta con sé. Quando si sta assistendo a una strana trasformazione del rapporto o della visione che si ha di lui.

Quando c’è qualcosa di bloccato, di forzato di perduto, bisogna chiedersi se la relazione sia davvero paritaria, in senso psicologico affettivo. Se non sia sovraccarica di richieste abnormi in cui essa, per natura, non dovrebbe essere sottoposta.

L’energia è limitata, se chiediamo al nostro partner di farci anche da genitore a tempo pieno, in breve non avrà le forze per svolgere entrambi ruoli. Farà il genitore per non scontentare l’altro, ma il rapporto imboccherà, senza saperlo, la via della crisi.

L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE

  • Occorre una nuova educazione sentimentale. Si impara come comportarsi in società e sul lavoro, ma nessuno ci insegna alcune leggi essenziali del rapporto di coppia.
  • Tra queste c’è anche quello di pretendere dall’altro e dalla relazione il “giusto”, cioè ciò che è peculiare della relazione di coppia.
  • Bisogna a livello cosciente abbandonare l’idea che il partner risolverà tutto o che debba pagare per tutto quello che c’è stato fatto da altri.
  • Educazione sentimentale significa proteggere la coppia da comportamenti che la snaturano e che, implicitamente, snaturano i due che la compongono.

 

Dolori muscolari e tensioni, un messaggio dal corpo: FERMATI!

QUANDO IL CORPO TI DICE: FERMATI!

Tensione muscolare, dolori, distorsioni, ma anche sciatalgia o addirittura cadute accidentali: patologie di eventi legati al movimento. Il corpo li usa per dirci qualcosa di importante: di ascoltarlo.

  • Sto rispettando i miei limiti?
  • Ho coscienza delle mie effettive risorse, Energie, capacità, carenze?

Sono le domande da farsi quando un sintomo manda in crisi ossa  o muscoli.

Chi accetta la natura e non la spreme oltre il dovuto, va incontro a patologie osteo-muscolari con una frequenza almeno dieci volte inferiore.

Indagare il sintomo anche sul piano psicologico è  importante. 

Il corpo, uno sconosciuto che devi rispettare di più.

  •  Osserva quando è nato.

Si tratta , appunto, di fermarsi e di osservare con attenzione. Innanzitutto è necessario fare caso ai momenti in cui il sintomo si è manifestato per la prima volta

  • Cosa stavi facendo?

Emergono sentimenti emozioni ambivalenti, la questione semplicemente risiede lì, va valutato il contenuto, Magari ti senti obbligato, proprio non fa per te.

  • A cosa stavi pensando? 

Il sintomo, Strappo muscolare, distorsioni, contrattura, o l’incidente segnala allora che sei diviso: una parte di te non è lì. A volte c’è un intimo rifiuto verso ciò che stai facendo, a volte hai cose più urgenti di cui occuparti, che richiedono attenzione.

Il contesto interiore.

  •  Eri a riposo?

Se il sintomo è insorto mentre tranquillo e, apparentemente, senza alcun problema.

È molto probabile che il messaggio sia questo: c’è un problema che stai trascurando, relativo al tuo muoversi nella realtà, al quale non vuoi prendere in considerazione, per paura del cambiamento, per mancanza di voglia. Si fa sentire non appena il tuo tempo non è occupato dall’attività fisica e, spesso, anche mentale.

  • Non eri sereno?

Nel periodo in cui il sintomo si è palesato,  forse una sofferenza interiore, magari già da tempo, a cui non davi spazio. Ad esempio una separazione, una perdita, un evento traumatico, che avrebbe richiesto riposo,

  • Puoi esprimere i tuoi disagi o metti sempre una maschera fingere che vada tutto bene? Se c’è la maschera, aumentano le possibilità del sintomo.
  •  Non fare come se nulla fosse.

Se sei particolarmente soggetto ai sintomi osteo-muscolari , o se hai avuto  un sintomo importante, è fondamentale non sottovalutare la cosa non solo dal punto di vista medico, ma anche esistenziale. Ignorarlo espone al rischio di ulteriori messaggi, attraverso altri sintomi.

Quando un sintomo ricorre più volte a distanza di tempo, in modo identico o simile, svolge lo stesso ruolo di un sogno ricorrente. Segnala con forza un problema che non viene considerato a sufficienza.

Tecniche di rilassamento corporeo e massaggi, sono molto utili per rimetterci in contatto con il corpo e implicitamente, con la nostra dimensione profonda del corpo verso il quale, evidentemente, abbiamo perso sensibilità di cui, quindi non riusciamo più a rispettare i limiti delle esigenze sentire è fondamentale.

Espressione di conflitti e di sovraccarichi, prolungati nel tempo.

  1. Tensioni muscolari.

Sei in ansia per qualcosa che non affronti o non puoi al momento risolvere le tensioni fanno da recipiente a molti eccessi energetici e, spesso, indicano una conflittualità tra l’agire e non agire. Manifestano anche la necessità di mantenere un atteggiamento che proprio non si vorrebbe. Devi rivedere i tuoi ruoli e indagare meglio le cause dell’ansia.

  1. Dolori articolari.

Hai un problema nel campo della libertà di espressione: un super io rigido E censorio non ti permette di agire secondo natura e secondo volere. A ciò si sommano impedimenti esterni: situazioni che limita l’espressione disse E anche le soluzioni possibili. Legittima di più le tue esigenze E caratteristiche.

2.  Tendiniti. 

Da un po’ di tempo sta andando al di là delle tue forze, Come un atleta che vuole strafare. A volte per la smania di affermazione, A volte per scarsa conoscenza di sé. La tendinite, comunque, ti darà il tempo di riflettere su cosa vuole veramente E sul modo giusto di ottenerlo. Bisogna imparare a staccare subito, prima di farsi male, in tutti gli ambiti.

3. I movimenti maldestri.

Segnalano un modo di essere e di agire molto contraddittorio.

4.  Contratture.

Ti stai muovendo nella tua realtà trascurando lo stato di tensione o di conflitto in cui ti trovi. I muscoli, Che sono in contatto con l’interiorità profonda, inducono un blocco, Ad esempio il famoso colpo della strega, che ti impedisce, Di trascurarti. Sempre maggiore cura di sé.

5.     Fratture.

Sono l’espressione più nitida, di un intervento dell’inconscio che non aveva altri mezzi per segnalare alla coscienza la pericolosità di atteggiamenti e scelte. Una lettura estrema, certo, ma utile.  Riduci la discrepanza tra ciò che sei e ciò che fai.

.Colpi.

Prendere dentro come frequenza nei mobili, negli spigoli o in altre persone, causandosi ematomi I dolori localizzati, Rivela uno stato di sovrappensiero pericoloso anche qui si tratta di avvertimenti che vanno presi sul serio. Utile analizzare sogni e capire perché la testa non è lì.

7.    Cadute.

Inciampare in qualcosa con i propri piedi e carini. Può essere casuale ma vale la pena riflettere. Se c’è consenso, è quello che stai agendo, in uno o più ambiti importanti, in modo pericoloso per te stesso. Qualcosa, atterrandoti, tenta di fermarti.