TRAUMA

L’IMMAGINAZIONE NELLA PSICOTERAPIA DEL TRAUMA

Il terapeuta chiede al paziente:

Di pensare ad un evento traumatico vissuto nel passato che ancora ha un impatto doloroso e limitante sulla vita quotidiana. 

1. Concentrarsi su un’immagine rappresentativa o dell’episodio nella sua interezza o nella sua parte più disturbante. 

2. Identificare un’affermazione che esprima una convinzione negativa o un’autovalutazione disadattiva associata  all’immagine.

3. Riferire ciò che sente a livello viscerale, corporeo.

 Una cognizione che rappresenta l’interpretazione che il paziente ha di se stesso nel momento attuale non una mera descrizione

Le cognizioni negative 

Quali sono le convinzioni auto svalutanti che possiede su se stesso in relazione all’ evento traumatico? 

Le cognizioni negative comprendono informazioni del tipo “sono cattivo, non valgo nulla, sono in capace di avere successo..”.

Vengono definite come un’autovalutazione che le persone fanno nel momento presente.

Quando il paziente richiama alla mente il ricordo di un trauma , il terapeuta potrà verificare il livello di disturbo sperimentato attualmente dall’individuo.

Se il paziente continua a vedersi in modo inadeguato , dimostra che il ricordo non è stato risolto.

Tali valutazioni sono gli obiettivi primari della terapia. Se un paziente ha difficoltà a verbalizzare una cognizione negativa può rivelarsi utile suggerirgli alcuni esempi che, secondo l’esperienza clinica, sembrano adattarsi bene al suo caso.

Ecco alcuni esempi: 

“non valgo nulla.. c’è qualcosa di sbagliato in me… sono una persona cattiva… sono sporca.. non sono degno damore… sono in pericolo.. sono impotente… non ho il controllo… non posso avere successo”. 

Le cognizioni Positive

La fase successiva sarà dedicata all’identificazione della cognizione positiva.

Con l’attribuzione di un punteggio da uno a sette da completamente falso a completamento del vero

Il punteggio sulla scala dovrebbe essere assegnato in base a quanto il paziente percepisca la cognizione positiva come vera e credibile non alla sua verità oggettiva.

Lo scopo dell’identificazione di una cognizione positiva desiderata è stabilire un punto di arrivo per la terapia, stimolare l’attivazione delle reti neuronali alternative adeguate e offrire al paziente una condizione di base per valutare i progressi fatti.

Ovviamente rappresentare una cognizione “positiva ma falsa” sarà inadeguata per un efficace rielaborazione con la terapia.

Al momento di sviluppare la cognizione positiva è bene insegnare al paziente a fare un’affermazione su di sé e che comporti un controllo interno.

I pazienti propongono spesso affermazioni relative a fenomeni che vanno aldilà del proprio controllo. È bene fornire ai pazienti degli esempi adeguati, mostrando come è impossibile assicurarsi della veridicità di asserzioni come “i miei figli devono stare sempre bene”. Oppure “Mi amerà per sempre “non è una cognizione positiva perché non è possibile un controllo sui pensieri e sulle azioni degli altri.

Cognizioni positive adeguate per esempio: “Sono in grado di gestire questa situazione, posso fidarmi di me stesso, posso agire in modo responsabile“. Infatti offrono al paziente una ridefinizione delle proprie capacità.

Per il raggiungimento di un senso di valore personale di equilibrio indipendentemente dalle forze esterne, senza rifugiarsi  nella razionalizzazione o in false speranze per il futuro.

Le cognizioni positive che possono essere ragionevolmente identificati sono affermazioni: “è una cosa che appartiene al passato, ho fatto del mio meglio, ora ho la possibilità di scegliere.” 

“Posso imparare da quello che è successo”, in questi casi il paziente si riconosce un livello adeguato di rischio e di responsabilità per i propri comportamenti passati e l’enfasi è posta sulle azioni presenti e future.

Aiutare i pazienti a identificare una cognizione positiva costituisce una fase importante della terapia. La capacità di sviluppare una prospettiva alternativa rispetto al trauma, esprimendo in un linguaggio ragionevole, offre una speranza di fuga dal dolore dall’autodenigrazione.

Se un paziente presenta difficoltà a verbalizzare una cognizione positiva è bene applicare  una delle seguenti affermazioni: ho fatto del mio meglio e qualcosa che appartiene al passato, ho imparato da ciò che è successo, al controllo, sono degno damore, sono una brava persona, ora la passività di scegliere, posso avere successo, sono in grado di affrontare la situazione, ora sono al sicuro.  

L’obiettivo della terapia: aiutare l’individuo a raggiungere una ridefinizione di sé in termini positivi.

Dopo aver elaborato il materiale disfunzionale più antico, la fase successiva del trattamento, si focalizzerà sull’associazione intenzionale della cognizione positiva alle informazioni che prima erano disturbanti.

Si lavorerà per incorporare la cognizione positiva all’interno delle reti mnestiche, contenenti il materiale da modificare. Quando l’informazione verrà elaborata,  riattivata, emergerà a livello cosciente in associazione alle cognizioni positive dominanti.

Tali connessioni, permetteranno a tutte le informazioni relative a risultati positivi di associare il materiale precedentemente traumatico.

ATTACCO DI PANICO IN AUTOSTRADA

PAURA DI GUIDARE IN AUTOSTRADA

Nella vita capita di imboccare strade che non ci convincono, ma andiamo avanti reprimendo la nostra contrarietà.

Così ci resta solo il malessere, per esprimere il dissenso.

Credo che il problema di attacchi di panico mentre si guida, si alimentano proprio dall’incapacità di dar voce alle proprie perplessità: sul lavoro, nel rapporto col proprio compagno, su se stessi.

L’autostrada, con il suo tragitto lineare e le carreggiate ben delimitate e senza vie d’uscite, ha proprio l’aspetto di quei percorsi obbligatori che ci auto-imponiamo. Mentre in città si può cambiare direzione facilmente . Il problema del panico non sono le strade, ma gli obblighi che abbiamo imposto alla propria vita.

Un colloquio con un psicoterapeuta potrebbe essere d’aiuto

RELAZIONI TOSSICHE

Motivi per soffrire, la realtà ce ne offre ogni giorno: lavori sottopagati, capi tirannici, partner inadeguati e amici assenti al momento del bisogno. Tutte ottime ragioni per stare male.

Dalla prospettiva dello psicoterapeuta, solo fino a un certo punto.

Le persone che vengono nel mio studio hanno sempre veri motivi per recriminare. La vita  non è stata loro amica. Spesso è stata decisamente ostile.

Certamente, un terapeuta non può aggiustarla ma può, gettare le basi per un futuro più libero, nei limiti di ciò che l’ambiente può offrire, per poter di nuovo sperare, progettare e creare.

Per riuscirci occorre accompagnare le persone fino a un certo punto preciso: all’acquisizione di una consapevolezza. 

 L’ostacolo più importante lo portiamo con noi. Anche se vengono offerti tutti gli strumenti più potenti che la psicoterapia moderna mette a disposizioni, magari utilizzati bene inizialmente, ma poi l’avversario interno tornerà a farsi sentire e senza grandi difficoltà riprenderà il sopravvento.

Convinzioni su di sé infondate.

Questo avversario interno si chiama schema interpersonale maladattivo.

Di cosa si tratta,  come  causa sofferenze e problemi che vanno oltre l’impatto della realtà?

Mi spiego con alcuni esempi. Valeria una manager di 29 anni mi racconta che:” ha dei rapporti con il capo anche se lei non è innamorata. Esploriamo le memorie remote ed emergono elementi importanti: ha perso il padre in adolescenza, dopo una lunga malattia. La madre diceva spesso che doveva farlo stare tranquillo, perché altrimenti avrebbe sofferto“.

Valeria interpreta la scarsa disponibilità del padre e i richiami della madre come: “io non sono amabile, la sofferenza dell’altro è causata da me stessa. Se lo faccio soffrire, mi abbandonerà.

Per proteggersi dall’abbandono, la ragazza ha sviluppato la tendenza ad essere compiacente, condiscendente, fino al punto da perdere il contatto con i propri desideri e la propria volontà. Questo modo di pensare si è cristallizzato. Valeria si rende conto che non lo applica soltanto al suo capo, ma in tutte le relazioni con persone per lei importanti che mostrano sofferenza. Fa di tutto per  accontentarli anche facendo cose a lei sgradite: non vuole che la abbandonino, altrimenti sarebbe la conferma di non essere amabile.

Nel corso della terapia, in pochi mesi è riuscita a prendere distanza da queste idee, capisce che l’idea dannosa di essere non amabile è un suo pensiero, non la realtà, riesce a mettere distanza tra sé e il capo. Valeria si è quindi resa conto che soffriva a causa di uno schema che prediceva come le sue relazioni interpersonali sarebbero andate a finire.

ACT : Processo terapeutico per creare una vita significativa.

L’ACT un intervento psicoterapeutico, ideato da Steven Hayes (2006). 

Alla radice, l’ACT è una terapia comportamentale: si tratta di agire. Ma non si tratta di un’azione qualsiasi. 

In primo luogo, riguarda un’azione guidata dai valori:

  •  Per che cosa vogliamo vivere la nostra vita? 
  • Quali sono i desideri più profondi rispetto a chi vogliamo essere ?
  • Che cosa vogliamo fare durante il nostro breve tempo su questa terra? 

L’individuazione di questi valori fondamentali consente:

  1. di guidare, motivare ed ispirare il cambiamento comportamentale. 
  2. In secondo luogo, riguarda l’azione consapevole,
  3. l’azione da intraprendere con piena consapevolezza,
  4. aperti all’esperienza e pienamente coinvolti nel qui ed ora. 

L’ACT prende il nome da uno dei suoi messaggi fondamentali:

accettare ciò che è fuori dal controllo personale ed impegnarsi nell’intraprendere azioni che arricchiscono la propria vita. 

Lo scopo è quello di aiutare a creare una vita ricca, piena e significativa, accettando il dolore inevitabile .

I sei processi fondamentali nell’ACT sono: 

  1. il contatto con il momento presente (essere qui adesso), 
  2. la defusione (osservare il proprio pensare)
  3. l’accettazione (aprirsi),
  4. il sé come contesto (pura consapevolezza), 
  5. i valori (sapere ciò che è importante
  6. e l’azione impegnata (fare ciò che conta) (Hayes et al., 2006). 

Tali passi non sono da considerarsi come processi separati.

Insieme portano alla Flessibilità Psicologica: piena consapevolezza e apertura all’esperienza, intraprendendo azioni guidate dai valori.

Allo sviluppo di tale abilità, ne consegue un graduale miglioramento della qualità di vita, è in grado di rispondere molto più efficacemente ai problemi e alle sfide che la vita porta inevitabilmente con sé (Harris, 2016).

Il protocollo ACT, nel perseguire gli scopi sopra citati, si avvale prevalentemente di tecniche esperienziali:

  1. esercizi di mindfulness,
  2. metafore
  3. richiede impegno e allenamento costante nella vita quotidiana.

Il protocollo basato sull’ACT si è dimostrato efficace nell’incoraggiare i pazienti ad accettare la realtà e compiere azioni in linea con i propri valori, piuttosto che rafforzare strategie di evitamento della sofferenza (Mathew et all, 2020). Tali evidenze, possono avere importanti implicazioni per la cura di pazienti con componenti di ansia, depressione e timore di recidiva nelle patologie oncologiche. Possono trarre benefici dal modello ACT.

Quando l’ansia diventa una normalità.

Impariamo a riconoscerla: ci aiuterà a riportarci in asse. 

Esiste un tipo di ansia sottile, cronica, che si confonde con il normale umore. Non viene quasi mai considerata ma è presente nella vita di molte persone .

  1. Ansia costante, fastidiosa, cronica, che vive sotto traccia per lungo tempo e apparentemente senza un motivo. 
  2. Un’ansia insidiosa, che sfugge alle classificazioni e alle diagnosi, innanzitutto perché chi la vive sembra essere abituato alla sua presenza e quindi non si allarma e non la segnala al medico. 
  3. Come se facesse parte della sua vita, quasi invisibile, eccetto in alcuni momenti nei quali di colpo si rende conto che invece esiste, ed è una presenza davvero scomoda. 

Facciamo un esempio: ” stai facendo la spesa in un market dove c’è poca gente e non hai alcuna fretta, in uno stato in apparenza tranquillità .Mentre aspetti alla cassa, ti accorgi allimprovviso di essere in ansia: la muscolatura è tesa,  sembra che debba cadere qualcosa che devi fare in fretta  o che qualcuno ti stia aspettando, anche se non è così. Non è un attacco dansia vero proprio, bensì uno stato dansia di cui ti rendi conto in quel momento. Altra scena sei con familiari o amici in una situazione conviviale tranquilla, in assoluta serenità. Ma un certo punto ti accorgi di una tensione interna, come una preoccupazione, come se ci fossero chissà quali problemi da affrontare, anche se in realtà non è così.

Consideriamo, che quest’ansia non arriva all’improvviso, ma è già presente. Se sei impegnato non la senti, mentre se sei in disimpegno, te ne accorgi. Implica una costante tensione emotiva di medio bassa intensità, che non ha bisogno di crisi acute per far sentire il suo messaggio. 

  • Sta segnalando un malessere, un fastidio.
  • Percepisci la fatica anche quando non dovresti farne, ti fa sentire preoccupato anche quando non lo sei. 
  • Sembra mandare in scena una sorta di scomodità, una postura psichica inadatta, un atteggiamento mentale sbagliato. 
  • Come se non riuscissi a stare nel presente, goderti il momento e rilassarti. 

Ritrova il tuo presente.

Come se ci fosse una discrepanza tra ciò che sei e ciò che riesci a essere, la tensione psicofisica esprime questa difficoltà posturale. 

  • Quest’ansia indica la modalità con cui stai affrontando la quotidianità, ti fa essere teso, scomodo, insicuro. 
  • Ti impedisce di essere a tuo agio lì dove ti trovi. Questo perché non sei concentrato
  • Sei troppo avanti col pensiero, proteso verso obiettivi futuri, in costante atteggiamento anticipatorio. Oppure sei troppo indietro, la rincorsa di parti di te che stai cronicamente trascurando, in costante atteggiamento di recupero. 
  • Ti manca, quindi un baricentro temporale: o troppo avanti o troppo indietro, ma il più delle volte tutte e due. Ciò che lasci indietro  andando troppo avanti, ma non riesce ad andare bene avanti perché ci sono cose rimaste indietro. 
  • Quindi un circolo vizioso che deve essere spezzato. Il baricentro va riportato nel presente. 

Scopriamo così che questa forma dansia un motivo ce lha, ed è anche molto raffinato: esprime un disequilibrio sottile, non spettacolare, ma proprio per questo difficile da vedere. Possiamo dire che senza questa tensione, forse non ci accorgeremo di nulla.

 Riscopri cosa conta per te

Quest’ansia scomoda, perciò è frutto della sapienza del sistema nervoso, che coglie la situazione interiore e di conseguenza, tende i muscoli come se il corpo fosse tirato un po’ avanti e un pò indietro. Dando come risultato una rigidità posturale che bene imita la controversa dinamica psichica.

  1. L’ascolto attento del sintomo, ancora una volta, ci aiuta a capire quello che sta succedendo e a impostare un orientamento terapeutico, rivolto verso un miglioramento della qualità della vita soprattutto della vita mentale.
  2. Dobbiamo fare un’attenta ricognizione della nostra scala di priorità e dell’attribuzione di significato agli eventi, perché evidente che esista ormai da tempo, un certo disordine. 
  3. Scopriremo, con una certa sorpresa, che nel nucleo più profondo di questo sintomo c’è una richiesta ancora più importante, quello di fare uno scatto nello sviluppo della personalità. 
  4. Percepire meglio cosa siamo e cosa non siamo.
  5.  Godere non solo dei momenti ufficialmente belli, ma anche del semplice esistere, dei momenti anonimi. Proprio come fare la spesa, rilassarsi con gli amici stare senza far niente. Un’ansia preziosa che, se risolta, si trasforma in gioia di vivere. 

Imparare a riconoscere i rischi per la salute

Rischi per la salute.

Uno stato di tensione e di allerta costante può favorire :

 

  1. Artrosi lo stato di tensione psichica costante riverbera in una tensione muscolare costante che nel tempo modifica la cartilagine articolare. 
  2. Problemi surrenali. L’attivazione continua dello stato di allerta può indurre surreni a produrre cortisolo in modo costantemente superiore alla norma. 
  3. Problemi alla tiroide. A forza di avere un metabolismo mentale troppo veloce, si finisce per influenzare anche quello fisico.
  4. Ipertensione arteriosa L’allerta costante richiede un maggiore afflusso di sangue al cervello, che richiede a sua volta un aumento della pressione.

LA GUIDA PRATICA

  • Sfoga gli eccessi di energia. Spesso questa forma d’ansia si accompagna un accumulo di energia fisica che non scarichiamo e in generale a una certa trascuratezza nella cura dello stato di forma dell’attività fisica. Da evitare assolutamente la sedentarietà. Assai utile impostare un programma anche solo di camminate giornaliere. 
  • Serve una riorganizzazione più prudente del tempo, che tenga conto della fattibilità e delle caratteristiche personali.  Non ci rendiamo conto che il programma della giornata della settimana e quindi lo stile di vita e ai limiti dell’impossibile e genera uno stato di stress continuo.
  • Aumenta le attività piacevoli. L’ansia cronica è costituita anche da un’energia psicofisica legata al principio del piacere. Un’energia che ha bisogno di prendere forma, nei modi a noi più adatti. Non commettiamo l’errore di pensare che tale energia possa essere troppo a lungo ignorata o trascurata, perché si farà comunque sentire , appunto come ansia.

Come superare il dolore di un abbandono

IL DOLORE PSICOLOGICO DELL’ABBANDONO

Il nostro occhio è troppo proiettato sull’esterno: “ Lui o lei mi ha lasciato, perché l’ha fatto? Non mi do pace?”

Aggrapparsi al passato ci rende vulnerabili e rende cronico il dolore.

 Ogni abbandono ripulisce l’anima e apre le porte a un nuovo inizio. 

La prima cosa da capire  è che quando veniamo lasciati, in realtà siamo noi che lasciamo un immagine di noi stessi che non è più funzionale. 

La sofferenza diventa  una fase naturale: 

  • Possiamo attivare uno sguardo interiore che percepisce i propri stati interni, facendo un vuoto senza giudicare. 
  • Altrimenti  il dolore continuerà a lungo, ciò che ci farà soffrire non sarà l’evento in sé, che è passato, ma l’orgoglio, cioè il nostro aggrapparci a quell’immagine di noi stessi ormai morta. 
  • Niente è per sempre. Tutto ciò che ci capita ha un valore funzionale. 

Anche l’abbandono: ha una funzione evolutiva, trasformativa.

Quando siamo ancorati alla nostra idea comincia l’inferno, perché rendiamo reale ciò che non è reale e nell’irreale non possiamo trovare soluzioni. Eppure la vita  è fatta di abbandoni: Il feto deve abbandonare la placenta iniziare a respirare poi camminare con le proprie gambe. 

L’idea di amore perenne è una malattia. Rendendolo permanente lo rendi artificiale. Impara a cedere. 

Chiediti :”Che rapporto era diventato se non ti sei nemmeno accorto che non gli piaci di più?” Vuol dire che il tuo sguardo era assente, era fissato altrove, sull’idea di un rapporto ideale. Quindi è una disperazione omologata. È una ferita del l’Ego. Ma è una ferita che prepara il prossimo sviluppo, se ci concediamo di accoglierla. 

Il dolore dell’abbandono arriva per spazzare via un identità che non ti appartiene, ti costringe a entrare in rapporto con le tue radici, con la parte di te che non vedi, che vive nel buio e ti crea. 

Se affidi la tua felicità a qualcuno ti perdi: l’abbandono ti fa riprendere in mano te stessa.

Se stai bene solo perché stare con qualcuno, allora si che c’è un problema!

 I disagi per fare il loro lavoro hanno bisogno della nostra resa. 

Non stai male perché lui ti ha lasciata, stai male perché il dolore in realtà ti libera da una relazione che ormai ti aveva stancato hai bisogno di trovare la tua nuova identità. Arrenditi e tutto inizierà a muoversi

Un Pronto soccorso per i disturbi psicologici

Un pronto soccorso per i disturbi psicologici.

Un’emergenza psicologica 

Può capitare, dopo un trauma un lutto, una delusione amorosa o una semplice giornata difficile, di essere abbattuti. Non riuscire a trovare risorse per riemergere dallo scombussolamento. 

Lo studio della dott.ssa Gussoni Nicoletta, unisce le tecniche della psicologia strategica e del benessere, finalizzata all’acquisizione delle risorse necessarie per gestire le crisi emotive anche in modo autonomo. 

Il servizio si rivolge a diverse tipologie di pubblico. 

  • Il destinatario principale è la persona a cui è successo di recente qualcosa di sgradevole: interruzione di una relazione, lutto, delusioni, litigi, incidenti, mobbing, bullismo, aggressioni perdita del lavoro.
  • Persone che hanno vissuto una giornata difficile perché si sentono invasi da ansia, rabbia o tristezza  non sanno come gestire l’emozione. 
  • Persone che stanno bene ma desiderano  usufruire di uno spazio e di un tempo di relax fisico e mentale. 

Non occorre per forza aver subito un trauma per rivolgersi al servizio di emergenza. 

  • Si può anche scegliere di effettuare un colloquio per rilassarsi.
  •  Con la possibilità di imparare esercizi su misura di rilassamento per prolungare gli effetti delle sedute anche a casa. 
  1. Il pronto soccorso interviene durante lo stato di crisi, ma le sedute servono anche a rendere i pazienti autonomi nella gestione delle emozioni.

Si insegna a trasformare la rabbia, l’ansia la paura il dolore in emozioni più gestibili, essendo stati passeggeri fisiologici, si possono modificare, imparando delle tecniche appropriate. 

2. L’intento è creare una cultura dell’aiuto psicologico più vicina al relax e all’autoefficacia. 

  • Portando la psicologia pratica all’interno e al servizio della quotidianità con tutti i suoi stati emotivi di alti e bassi. 
  • Per differenziare l’idea sanitaria del “guarire” dal concetto più gratificante umano di “stare bene”.

Non si vuole sostituire e opporsi a un intervento psicoterapeutico strutturato e ordinario. 

Anzi, in parte si tratta di una prevenzione rispetto al consolidamento di disturbi conclamati, in parte può generare inserimenti a percorsi psicoterapeutici più strutturati. 

È possibile prenotare le sedute da effettuare sia in presenza che on-line, con una durata di 45  minuti .

Ansia

VINCERE L’ANSIA

E’ possibile vincere l’ansia?

Quando scopriamo che disagi non vanno combattuti ma accolti, tutto può cambiare

Dobbiamo smettere di attribuire la causa dell’ansia a qualcosa di esterno: come il lavoro, i figli, il futuro, la coppia, le troppe cose da fare.

L’ansia non è mai legata all’esterno.

Non serve a nulla impegnarsi per sistemare le cose che non vanno nella propria vita.

Anzi è proprio l’eccesso di controllo che esercitiamo su noi stessi a scatenare quest’energia misteriosa e dirompente.

L’ansia nasce dal nostro mondo interiore, un’energia interna che viene dal buio.

Un’energia che vuole solo una cosa: farci vivere, liberare la nostra sorgente dalle gabbie mentali, far fiorire il proprio seme.

Non ha senso combatterla: siamo noi a crearla!

Occorre accoglierla e con lei andare nel profondo da cui proviene.

Cos’è il profondo?

  1. L’occhio deve scendere nel buio.
  2. Deve andare in profondità: dove non esiste l’esterno, il passato e futuro o la famiglia che noi pensiamo ci abbia condizionato, il lavoro pieno di insidie.
  3. Dove non ci sono tutti gli alibi che ci creiamo, le idee che ci siamo messi in testa, i doveri da assolvere, i modelli da imitare.
  4. Nel profondo tutto questo non esiste.
  5. Anzi la persona che pensiamo di essere non esiste.

Esiste l’ansia che ci sta dicendo: non sei al mondo per sistemare le cose.

Devi stare con ciò che c’è così com’è.

Allora ci accorgiamo che qualcosa nel profondo sa come costruire la nostra vita e lo fa in ogni istante: ci fa respirare, crea il nostro corpo, ci manda le emozioni lo fa senza il nostro parere.  

Come incontrare il nostro seme, che ci costruisce, ma che  non tollera i nostri schemi mentali le nostre idee su dove guidare e indirizzare la nostra vita.

Non ne può più dei nostri lamenti per le cose che non vanno come vorremmo.

Quel seme vuole che noi ci facciano da parte , altrimenti se insistiamo a chiuderci nelle nostre gabbie mentali, ci manda un’energia così forte che ci travolge.

Ogni sera quando andiamo a dormire, sprofondiamo nel buio. Non importa cosa è accaduto, qualcosa dentro di noi sceglie il buio. Ci porta proprio lì, dove esiste il nostro seme.

Siamo fatti per qualcosa di più profondo, non banalizziamoci dando importanza ai problemi di superficie. Non siamo banali. L’energia dell’ansia ce lo ricorda.