ACT : Processo terapeutico per creare una vita significativa.

L’ACT un intervento psicoterapeutico, ideato da Steven Hayes (2006). 

Alla radice, l’ACT è una terapia comportamentale: si tratta di agire. Ma non si tratta di un’azione qualsiasi. 

In primo luogo, riguarda un’azione guidata dai valori:

  •  Per che cosa vogliamo vivere la nostra vita? 
  • Quali sono i desideri più profondi rispetto a chi vogliamo essere ?
  • Che cosa vogliamo fare durante il nostro breve tempo su questa terra? 

L’individuazione di questi valori fondamentali consente:

  1. di guidare, motivare ed ispirare il cambiamento comportamentale. 
  2. In secondo luogo, riguarda l’azione consapevole,
  3. l’azione da intraprendere con piena consapevolezza,
  4. aperti all’esperienza e pienamente coinvolti nel qui ed ora. 

L’ACT prende il nome da uno dei suoi messaggi fondamentali:

accettare ciò che è fuori dal controllo personale ed impegnarsi nell’intraprendere azioni che arricchiscono la propria vita. 

Lo scopo è quello di aiutare a creare una vita ricca, piena e significativa, accettando il dolore inevitabile .

I sei processi fondamentali nell’ACT sono: 

  1. il contatto con il momento presente (essere qui adesso), 
  2. la defusione (osservare il proprio pensare)
  3. l’accettazione (aprirsi),
  4. il sé come contesto (pura consapevolezza), 
  5. i valori (sapere ciò che è importante
  6. e l’azione impegnata (fare ciò che conta) (Hayes et al., 2006). 

Tali passi non sono da considerarsi come processi separati.

Insieme portano alla Flessibilità Psicologica: piena consapevolezza e apertura all’esperienza, intraprendendo azioni guidate dai valori.

Allo sviluppo di tale abilità, ne consegue un graduale miglioramento della qualità di vita, è in grado di rispondere molto più efficacemente ai problemi e alle sfide che la vita porta inevitabilmente con sé (Harris, 2016).

Il protocollo ACT, nel perseguire gli scopi sopra citati, si avvale prevalentemente di tecniche esperienziali:

  1. esercizi di mindfulness,
  2. metafore
  3. richiede impegno e allenamento costante nella vita quotidiana.

Il protocollo basato sull’ACT si è dimostrato efficace nell’incoraggiare i pazienti ad accettare la realtà e compiere azioni in linea con i propri valori, piuttosto che rafforzare strategie di evitamento della sofferenza (Mathew et all, 2020). Tali evidenze, possono avere importanti implicazioni per la cura di pazienti con componenti di ansia, depressione e timore di recidiva nelle patologie oncologiche. Possono trarre benefici dal modello ACT.

Quando l’ansia diventa una normalità.

Impariamo a riconoscerla: ci aiuterà a riportarci in asse. 

Esiste un tipo di ansia sottile, cronica, che si confonde con il normale umore. Non viene quasi mai considerata ma è presente nella vita di molte persone .

  1. Ansia costante, fastidiosa, cronica, che vive sotto traccia per lungo tempo e apparentemente senza un motivo. 
  2. Un’ansia insidiosa, che sfugge alle classificazioni e alle diagnosi, innanzitutto perché chi la vive sembra essere abituato alla sua presenza e quindi non si allarma e non la segnala al medico. 
  3. Come se facesse parte della sua vita, quasi invisibile, eccetto in alcuni momenti nei quali di colpo si rende conto che invece esiste, ed è una presenza davvero scomoda. 

Facciamo un esempio: ” stai facendo la spesa in un market dove c’è poca gente e non hai alcuna fretta, in uno stato in apparenza tranquillità .Mentre aspetti alla cassa, ti accorgi allimprovviso di essere in ansia: la muscolatura è tesa,  sembra che debba cadere qualcosa che devi fare in fretta  o che qualcuno ti stia aspettando, anche se non è così. Non è un attacco dansia vero proprio, bensì uno stato dansia di cui ti rendi conto in quel momento. Altra scena sei con familiari o amici in una situazione conviviale tranquilla, in assoluta serenità. Ma un certo punto ti accorgi di una tensione interna, come una preoccupazione, come se ci fossero chissà quali problemi da affrontare, anche se in realtà non è così.

Consideriamo, che quest’ansia non arriva all’improvviso, ma è già presente. Se sei impegnato non la senti, mentre se sei in disimpegno, te ne accorgi. Implica una costante tensione emotiva di medio bassa intensità, che non ha bisogno di crisi acute per far sentire il suo messaggio. 

  • Sta segnalando un malessere, un fastidio.
  • Percepisci la fatica anche quando non dovresti farne, ti fa sentire preoccupato anche quando non lo sei. 
  • Sembra mandare in scena una sorta di scomodità, una postura psichica inadatta, un atteggiamento mentale sbagliato. 
  • Come se non riuscissi a stare nel presente, goderti il momento e rilassarti. 

Ritrova il tuo presente.

Come se ci fosse una discrepanza tra ciò che sei e ciò che riesci a essere, la tensione psicofisica esprime questa difficoltà posturale. 

  • Quest’ansia indica la modalità con cui stai affrontando la quotidianità, ti fa essere teso, scomodo, insicuro. 
  • Ti impedisce di essere a tuo agio lì dove ti trovi. Questo perché non sei concentrato
  • Sei troppo avanti col pensiero, proteso verso obiettivi futuri, in costante atteggiamento anticipatorio. Oppure sei troppo indietro, la rincorsa di parti di te che stai cronicamente trascurando, in costante atteggiamento di recupero. 
  • Ti manca, quindi un baricentro temporale: o troppo avanti o troppo indietro, ma il più delle volte tutte e due. Ciò che lasci indietro  andando troppo avanti, ma non riesce ad andare bene avanti perché ci sono cose rimaste indietro. 
  • Quindi un circolo vizioso che deve essere spezzato. Il baricentro va riportato nel presente. 

Scopriamo così che questa forma dansia un motivo ce lha, ed è anche molto raffinato: esprime un disequilibrio sottile, non spettacolare, ma proprio per questo difficile da vedere. Possiamo dire che senza questa tensione, forse non ci accorgeremo di nulla.

 Riscopri cosa conta per te

Quest’ansia scomoda, perciò è frutto della sapienza del sistema nervoso, che coglie la situazione interiore e di conseguenza, tende i muscoli come se il corpo fosse tirato un po’ avanti e un pò indietro. Dando come risultato una rigidità posturale che bene imita la controversa dinamica psichica.

  1. L’ascolto attento del sintomo, ancora una volta, ci aiuta a capire quello che sta succedendo e a impostare un orientamento terapeutico, rivolto verso un miglioramento della qualità della vita soprattutto della vita mentale.
  2. Dobbiamo fare un’attenta ricognizione della nostra scala di priorità e dell’attribuzione di significato agli eventi, perché evidente che esista ormai da tempo, un certo disordine. 
  3. Scopriremo, con una certa sorpresa, che nel nucleo più profondo di questo sintomo c’è una richiesta ancora più importante, quello di fare uno scatto nello sviluppo della personalità. 
  4. Percepire meglio cosa siamo e cosa non siamo.
  5.  Godere non solo dei momenti ufficialmente belli, ma anche del semplice esistere, dei momenti anonimi. Proprio come fare la spesa, rilassarsi con gli amici stare senza far niente. Un’ansia preziosa che, se risolta, si trasforma in gioia di vivere. 

Imparare a riconoscere i rischi per la salute

Rischi per la salute.

Uno stato di tensione e di allerta costante può favorire :

 

  1. Artrosi lo stato di tensione psichica costante riverbera in una tensione muscolare costante che nel tempo modifica la cartilagine articolare. 
  2. Problemi surrenali. L’attivazione continua dello stato di allerta può indurre surreni a produrre cortisolo in modo costantemente superiore alla norma. 
  3. Problemi alla tiroide. A forza di avere un metabolismo mentale troppo veloce, si finisce per influenzare anche quello fisico.
  4. Ipertensione arteriosa L’allerta costante richiede un maggiore afflusso di sangue al cervello, che richiede a sua volta un aumento della pressione.

LA GUIDA PRATICA

  • Sfoga gli eccessi di energia. Spesso questa forma d’ansia si accompagna un accumulo di energia fisica che non scarichiamo e in generale a una certa trascuratezza nella cura dello stato di forma dell’attività fisica. Da evitare assolutamente la sedentarietà. Assai utile impostare un programma anche solo di camminate giornaliere. 
  • Serve una riorganizzazione più prudente del tempo, che tenga conto della fattibilità e delle caratteristiche personali.  Non ci rendiamo conto che il programma della giornata della settimana e quindi lo stile di vita e ai limiti dell’impossibile e genera uno stato di stress continuo.
  • Aumenta le attività piacevoli. L’ansia cronica è costituita anche da un’energia psicofisica legata al principio del piacere. Un’energia che ha bisogno di prendere forma, nei modi a noi più adatti. Non commettiamo l’errore di pensare che tale energia possa essere troppo a lungo ignorata o trascurata, perché si farà comunque sentire , appunto come ansia.

Come superare il dolore di un abbandono

IL DOLORE PSICOLOGICO DELL’ABBANDONO

Il nostro occhio è troppo proiettato sull’esterno: “ Lui o lei mi ha lasciato, perché l’ha fatto? Non mi do pace?”

Aggrapparsi al passato ci rende vulnerabili e rende cronico il dolore.

 Ogni abbandono ripulisce l’anima e apre le porte a un nuovo inizio. 

La prima cosa da capire  è che quando veniamo lasciati, in realtà siamo noi che lasciamo un immagine di noi stessi che non è più funzionale. 

La sofferenza diventa  una fase naturale: 

  • Possiamo attivare uno sguardo interiore che percepisce i propri stati interni, facendo un vuoto senza giudicare. 
  • Altrimenti  il dolore continuerà a lungo, ciò che ci farà soffrire non sarà l’evento in sé, che è passato, ma l’orgoglio, cioè il nostro aggrapparci a quell’immagine di noi stessi ormai morta. 
  • Niente è per sempre. Tutto ciò che ci capita ha un valore funzionale. 

Anche l’abbandono: ha una funzione evolutiva, trasformativa.

Quando siamo ancorati alla nostra idea comincia l’inferno, perché rendiamo reale ciò che non è reale e nell’irreale non possiamo trovare soluzioni. Eppure la vita  è fatta di abbandoni: Il feto deve abbandonare la placenta iniziare a respirare poi camminare con le proprie gambe. 

L’idea di amore perenne è una malattia. Rendendolo permanente lo rendi artificiale. Impara a cedere. 

Chiediti :”Che rapporto era diventato se non ti sei nemmeno accorto che non gli piaci di più?” Vuol dire che il tuo sguardo era assente, era fissato altrove, sull’idea di un rapporto ideale. Quindi è una disperazione omologata. È una ferita del l’Ego. Ma è una ferita che prepara il prossimo sviluppo, se ci concediamo di accoglierla. 

Il dolore dell’abbandono arriva per spazzare via un identità che non ti appartiene, ti costringe a entrare in rapporto con le tue radici, con la parte di te che non vedi, che vive nel buio e ti crea. 

Se affidi la tua felicità a qualcuno ti perdi: l’abbandono ti fa riprendere in mano te stessa.

Se stai bene solo perché stare con qualcuno, allora si che c’è un problema!

 I disagi per fare il loro lavoro hanno bisogno della nostra resa. 

Non stai male perché lui ti ha lasciata, stai male perché il dolore in realtà ti libera da una relazione che ormai ti aveva stancato hai bisogno di trovare la tua nuova identità. Arrenditi e tutto inizierà a muoversi

Un Pronto soccorso per i disturbi psicologici

Un pronto soccorso per i disturbi psicologici.

Un’emergenza psicologica 

Può capitare, dopo un trauma un lutto, una delusione amorosa o una semplice giornata difficile, di essere abbattuti. Non riuscire a trovare risorse per riemergere dallo scombussolamento. 

Lo studio della dott.ssa Gussoni Nicoletta, unisce le tecniche della psicologia strategica e del benessere, finalizzata all’acquisizione delle risorse necessarie per gestire le crisi emotive anche in modo autonomo. 

Il servizio si rivolge a diverse tipologie di pubblico. 

  • Il destinatario principale è la persona a cui è successo di recente qualcosa di sgradevole: interruzione di una relazione, lutto, delusioni, litigi, incidenti, mobbing, bullismo, aggressioni perdita del lavoro.
  • Persone che hanno vissuto una giornata difficile perché si sentono invasi da ansia, rabbia o tristezza  non sanno come gestire l’emozione. 
  • Persone che stanno bene ma desiderano  usufruire di uno spazio e di un tempo di relax fisico e mentale. 

Non occorre per forza aver subito un trauma per rivolgersi al servizio di emergenza. 

  • Si può anche scegliere di effettuare un colloquio per rilassarsi.
  •  Con la possibilità di imparare esercizi su misura di rilassamento per prolungare gli effetti delle sedute anche a casa. 
  1. Il pronto soccorso interviene durante lo stato di crisi, ma le sedute servono anche a rendere i pazienti autonomi nella gestione delle emozioni.

Si insegna a trasformare la rabbia, l’ansia la paura il dolore in emozioni più gestibili, essendo stati passeggeri fisiologici, si possono modificare, imparando delle tecniche appropriate. 

2. L’intento è creare una cultura dell’aiuto psicologico più vicina al relax e all’autoefficacia. 

  • Portando la psicologia pratica all’interno e al servizio della quotidianità con tutti i suoi stati emotivi di alti e bassi. 
  • Per differenziare l’idea sanitaria del “guarire” dal concetto più gratificante umano di “stare bene”.

Non si vuole sostituire e opporsi a un intervento psicoterapeutico strutturato e ordinario. 

Anzi, in parte si tratta di una prevenzione rispetto al consolidamento di disturbi conclamati, in parte può generare inserimenti a percorsi psicoterapeutici più strutturati. 

È possibile prenotare le sedute da effettuare sia in presenza che on-line, con una durata di 45  minuti .

Ansia

VINCERE L’ANSIA

E’ possibile vincere l’ansia?

Quando scopriamo che disagi non vanno combattuti ma accolti, tutto può cambiare

Dobbiamo smettere di attribuire la causa dell’ansia a qualcosa di esterno: come il lavoro, i figli, il futuro, la coppia, le troppe cose da fare.

L’ansia non è mai legata all’esterno.

Non serve a nulla impegnarsi per sistemare le cose che non vanno nella propria vita.

Anzi è proprio l’eccesso di controllo che esercitiamo su noi stessi a scatenare quest’energia misteriosa e dirompente.

L’ansia nasce dal nostro mondo interiore, un’energia interna che viene dal buio.

Un’energia che vuole solo una cosa: farci vivere, liberare la nostra sorgente dalle gabbie mentali, far fiorire il proprio seme.

Non ha senso combatterla: siamo noi a crearla!

Occorre accoglierla e con lei andare nel profondo da cui proviene.

Cos’è il profondo?

  1. L’occhio deve scendere nel buio.
  2. Deve andare in profondità: dove non esiste l’esterno, il passato e futuro o la famiglia che noi pensiamo ci abbia condizionato, il lavoro pieno di insidie.
  3. Dove non ci sono tutti gli alibi che ci creiamo, le idee che ci siamo messi in testa, i doveri da assolvere, i modelli da imitare.
  4. Nel profondo tutto questo non esiste.
  5. Anzi la persona che pensiamo di essere non esiste.

Esiste l’ansia che ci sta dicendo: non sei al mondo per sistemare le cose.

Devi stare con ciò che c’è così com’è.

Allora ci accorgiamo che qualcosa nel profondo sa come costruire la nostra vita e lo fa in ogni istante: ci fa respirare, crea il nostro corpo, ci manda le emozioni lo fa senza il nostro parere.  

Come incontrare il nostro seme, che ci costruisce, ma che  non tollera i nostri schemi mentali le nostre idee su dove guidare e indirizzare la nostra vita.

Non ne può più dei nostri lamenti per le cose che non vanno come vorremmo.

Quel seme vuole che noi ci facciano da parte , altrimenti se insistiamo a chiuderci nelle nostre gabbie mentali, ci manda un’energia così forte che ci travolge.

Ogni sera quando andiamo a dormire, sprofondiamo nel buio. Non importa cosa è accaduto, qualcosa dentro di noi sceglie il buio. Ci porta proprio lì, dove esiste il nostro seme.

Siamo fatti per qualcosa di più profondo, non banalizziamoci dando importanza ai problemi di superficie. Non siamo banali. L’energia dell’ansia ce lo ricorda.

Autostima

L’Autostima, terapia breve per superare le insicurezze

Nessuno può farti più male di quello che fai tu a  te stesso”. Gandhi.

Mai come negli ultimi tempi gli insoddisfatti di sé stessi crescono, l’insicurezza sembra un’epidemia, che sta producendo più vittime del coronavirus.

Aumentano il numero di persone che convivono ogni giorno con la sensazione di non essere adeguate.

Un timore di essere giudicati inadeguati rispetto agli standard sempre più elevati che la società impone. Può riguardare ogni ambito della vita: lavoro, vita privata, relazioni sociale.

Anche se spesso il giudice più severo si rivela quello interiore: che continua a ricordarci, che comunque non è mai abbastanza, che malgrado tuti gli sforzi effettuati non sarete mai attraenti e capaci e poco interessanti.

Per tamponare la fragile autostima ci si nasconde spesso e volentieri dietro le bugie, facilmente smascherabili, che finiscono inevitabilmente per danneggiare se stessi e i propri rapporti . Altre volte assecondiamo gli altri in una sorte di sottomissione relazionale. Pur di essere accettati anche se non siamo d’accordo rispondiamo a qualunque cosa ci viene richiesto. Per timore di deludere gli altri si finisce intrappolati nel bisogno di compiacere l’altro per essere costantemente benvoluti e apprezzati.

La paura di non essere all’altezza può spingerci alla fallimentare ricerca della perfezione. Una fatica inutile. Lo sforzo di perfezione rischia di trascinarci nella grande imperfezione o per eccesso di rigidità o per perdita del controllo.

La tanto agognata pietra filosofale chiamata autostima, non si eredita, ma si costruisce.

Come sosteneva Albert Einstein, “la misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario. Si è sconfitti solo quando ci si arrende. Il percorso per diventare capaci implica provare, carriere e rialzarsi.”

  1. La propria sicurezza, viene guadagna sul campo, dimostrando a se stessi che siamo in grado di agire concretamente.

2. Bisogna evitare gli obiettivi impossibili.

3. Accettare che qualunque abilità complessa va acquisita a piccoli passi.

4. Per saltare in alto bisogna prima allenarsi e saper tollerare le frustrazioni.

5. Nessuno può sostituirsi al nostro posto. La responsabilità di affrontare le prove che la vita ci pone è personale.

6. Se deleghiamo a qualcun altro, ci priviamo di un’importante opportunità di crescita, oltre a incrementare le nostre insicurezze

7.Spesso il bisogno di fare bene, ci irrigidisce nella ricerca di una perfezione irrealistica e stagnante.

8.Occorre tenere a mente che non si può piacere a tutti, vista l’enorme varietà dei gusti, valori, opinioni e abitudini che caratterizza il genere umano.

Le relazioni sono come un tango: per creare relazioni costruttive occorre stabilire rapporti reciproci nel dare e ricevere. Possiamo piacere agli altri solo se corriamo il rischio di mostrarci per quello che siamo, con le nostre debolezze, senza fingere, con i nostri pregi difetti.

Come affrontare i problemi della separazione

Quali sono le reazioni dei figli alla notizia della separazione?

Le reazioni sono diverse a seconda dell’età e della fase di sviluppo che stanno attraversando.

Inoltre, un peso fondamentale è rivestito dalla personalità del bambino e dal suo livello emotivo.

  • Possiamo immaginare che bambini  tendenzialmente tranquilli, cioè emotivamente stabili, in grado di adattarsi alle variazioni dell’ambiente circostante, tenderanno a rispondere, almeno inizialmente, in maniera più positiva alla notizia della separazione.

Un altro fattore molto importante sono le circostanze in cui avviene la separazione.

  1. I figli reagiscono meglio alla separazione dei genitori quando la decisione è condivisa da entrambi.
  2. La decisione non dovrebbe essere solo condivisa, ma anche sviluppata in modo funzionale e con una giusta elaborazione della scelta.

Le diverse circostanze avranno implicazioni emotive diverse ed effetti diversi sui membri della famiglia:

Differente è la separazione decisa gradualmente in seguito alla continua verifica della incompatibilità della coppia coniugale, rispetto a una  decisione presa repentinamente in seguito alla scoperta di un tradimento.

Allo stesso modo è fondamentale il clima emotivo e relazionale in cui si decide e si realizza la separazione:

  • Molto dipende,infatti, dal livello di accordo o di conflitto tra i genitori.
  • Un clima emotivo relativamente sereno e la capacità dei genitori di gestire la separazione senza coinvolgervi i figli in modi disfunzionali e ricattatori. Contribuiscono a rendere questo momento meno problematico per la prole.
  • Infine ha il suo peso, ovviamente, il modo ed il momento in cui viene data ai figli la notizia della separazione.
  • L’impatto di questa notizia sarà ridotto se la comunicazione viene fatta in un ambiente rilassato e familiare. Con la possibilità di avere a disposizione tutto il tempo necessario per rispondere alle domande che i figli potrebbero voler porre.

Esperienze stressanti e traumatiche : il dolore dietro il camice

Il dolore dietro il camice: esperienze stressanti e traumatiche

Un’infermiera racconta: “vorrei riposare perché sono stremata, ma ho paura ad addormentarmi, di sognare l’immagine  dei pazienti, i loro occhi sbarrati che supplicano aria, che implorano speranza di rassicurazioni.”

In queste parole emerge quello che sembra essere riconosciuto da tutti gli operatori come il maggior rischio di fragilità a cui sono sottoposti, ovvero farsi carico  della comunicazione tra i pazienti ricoverati e la loro rete familiare, trovandosi schiacciati dalle aspettative di salvezza  e di guarigione, dalla paura di fallire, dal senso di impotenza e da quello di mancare alla promessa fatta a un figlio, a un genitore. Perché in questa emergenza non si tratta solo di curare clinicamente i sintomi di un virus sconosciuto, ma soprattutto di prendersi cura, sostituendosi a quelle figure familiari che non possono essere vicini ai propri cari.

L’epidemia sta stravolgendo negli operatori sanitari le personali modalità elaborative dei decessi, inducendoli spesso a colpevolizzarsi per non aver salvato il paziente e facendoli sentire inadeguati. Moltissimi medici infermieri soffrono di disturbi del sonno poiché attraverso il sogno vengono processati tutti gli episodi traumatici a cui durante la veglia non viene dato spazio, tempo è opportunità di essere elaborati. Da qui l’angoscia che trova un suo sfogo e una sua espressione proprio nei processi onirici.

Non condividere con l’altro ciò che genera dolore correlato al fallimento dei processi di coping, ovvero la capacità cognitiva e  di fronteggiare esperienze stressanti o traumatiche.

La paura il contaminare le persone vicine, richiama in maniera analoga un’altra forma di terrore condivisa dagli operatori .  La paura di infettare i propri familiari portando a casa la malattia,  il timore di contagiare emotivamente i coniugi, genitori figli chi aspetta la casa.

Il terrore di essere contaminato ed infettare gli altri, con la messa in atto di gesti ripetitivi di vestizione e svestizione e di pulizia,  che rischiano di diventare maniacali e persecutori.

L’ossessione di disinfettare che placa ed esorcizzare la paura rinnova contemporaneamente il rischio e il timore di un circolo vizioso che non trova mai pace.

Ancora una volta una sintomatologia fobica-ossessiva rischia di amplificarsi proprio perché la persona si esclude, attraverso la comprensibile scelta dell’isolamento volontario come gesto di amore, dalla dimensione relazionale con l’altro. Questa malattia non ha solo infettato le persone, ha contaminato soprattutto le relazioni , dal momento che in assenza di un vaccino l’unica modalità di sicurezza che possiamo mettere in atto passa attraverso il distanziamento e isolamento. I contributi e le evidenze portate negli ultimi anni dalle neuroscienze ci dimostrano come la mente umana è relazionale e la privazione di questa dimensione ha  ricadute  sul nostro funzionamento psichico, cognitivo ed emotivo.

 

Sul lungo periodo questa pandemia rischia di danneggiare i professionisti medico sanitario, sia nella loro sfera umana personale e privata, sia nelle relazioni sociali.

  • Gli operatori sanitari sono sottoposti a un carico di lavoro È una fatica emotiva senza precedenti, che rischia di lasciare segni profondi nelle loro vite e nelle  loro identità professionale.
  • Fondamentale è un supporto psicologico intervento clinico per prevenire o arginare  fenomeni di burnout come conseguenza di questa emergenza, affinché la ferita del  trauma  non si cronici in stati di disturbo post traumatico da stress, ma possa dare vita a processi di resilienza e a una più efficace crescita post-traumatica.
  • Un supporto psicologico specifico per medici, infermieri ma anche addetti alle pulizie alla sanificazione e alle strutture ospedaliere per intervenire precocemente sui sintomi, fornendo uno spazio di ascolto psicologico affinché non si sentano lasciati soli in quest’esperienza.
  • Con modelli che derivano dalla medicina narrativa o tecniche di natura supportivo espressiva per l’elaborazione del trauma e la promozione di processi di resilienza. Passata l’onda anomala di questa lunga tempesta resteranno le ferite in tanti medici infermieri che non si sono mai fermati.

Tornerà anche per loro una nuova normalità, ma scopriranno che il paesaggio è cambiato: è in quel momento che avranno più bisogno di uno spazio di ascolto di cura.