Autostima

L’Autostima, terapia breve per superare le insicurezze

Nessuno può farti più male di quello che fai tu a  te stesso”. Gandhi.

Mai come negli ultimi tempi gli insoddisfatti di sé stessi crescono, l’insicurezza sembra un’epidemia, che sta producendo più vittime del coronavirus.

Aumentano il numero di persone che convivono ogni giorno con la sensazione di non essere adeguate.

Un timore di essere giudicati inadeguati rispetto agli standard sempre più elevati che la società impone. Può riguardare ogni ambito della vita: lavoro, vita privata, relazioni sociale.

Anche se spesso il giudice più severo si rivela quello interiore: che continua a ricordarci, che comunque non è mai abbastanza, che malgrado tuti gli sforzi effettuati non sarete mai attraenti e capaci e poco interessanti.

Per tamponare la fragile autostima ci si nasconde spesso e volentieri dietro le bugie, facilmente smascherabili, che finiscono inevitabilmente per danneggiare se stessi e i propri rapporti . Altre volte assecondiamo gli altri in una sorte di sottomissione relazionale. Pur di essere accettati anche se non siamo d’accordo rispondiamo a qualunque cosa ci viene richiesto. Per timore di deludere gli altri si finisce intrappolati nel bisogno di compiacere l’altro per essere costantemente benvoluti e apprezzati.

La paura di non essere all’altezza può spingerci alla fallimentare ricerca della perfezione. Una fatica inutile. Lo sforzo di perfezione rischia di trascinarci nella grande imperfezione o per eccesso di rigidità o per perdita del controllo.

La tanto agognata pietra filosofale chiamata autostima, non si eredita, ma si costruisce.

Come sosteneva Albert Einstein, “la misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario. Si è sconfitti solo quando ci si arrende. Il percorso per diventare capaci implica provare, carriere e rialzarsi.”

  1. La propria sicurezza, viene guadagna sul campo, dimostrando a se stessi che siamo in grado di agire concretamente.

2. Bisogna evitare gli obiettivi impossibili.

3. Accettare che qualunque abilità complessa va acquisita a piccoli passi.

4. Per saltare in alto bisogna prima allenarsi e saper tollerare le frustrazioni.

5. Nessuno può sostituirsi al nostro posto. La responsabilità di affrontare le prove che la vita ci pone è personale.

6. Se deleghiamo a qualcun altro, ci priviamo di un’importante opportunità di crescita, oltre a incrementare le nostre insicurezze

7.Spesso il bisogno di fare bene, ci irrigidisce nella ricerca di una perfezione irrealistica e stagnante.

8.Occorre tenere a mente che non si può piacere a tutti, vista l’enorme varietà dei gusti, valori, opinioni e abitudini che caratterizza il genere umano.

Le relazioni sono come un tango: per creare relazioni costruttive occorre stabilire rapporti reciproci nel dare e ricevere. Possiamo piacere agli altri solo se corriamo il rischio di mostrarci per quello che siamo, con le nostre debolezze, senza fingere, con i nostri pregi difetti.

Come affrontare i problemi della separazione

Quali sono le reazioni dei figli alla notizia della separazione?

Le reazioni sono diverse a seconda dell’età e della fase di sviluppo che stanno attraversando.

Inoltre, un peso fondamentale è rivestito dalla personalità del bambino e dal suo livello emotivo.

  • Possiamo immaginare che bambini  tendenzialmente tranquilli, cioè emotivamente stabili, in grado di adattarsi alle variazioni dell’ambiente circostante, tenderanno a rispondere, almeno inizialmente, in maniera più positiva alla notizia della separazione.

Un altro fattore molto importante sono le circostanze in cui avviene la separazione.

  1. I figli reagiscono meglio alla separazione dei genitori quando la decisione è condivisa da entrambi.
  2. La decisione non dovrebbe essere solo condivisa, ma anche sviluppata in modo funzionale e con una giusta elaborazione della scelta.

Le diverse circostanze avranno implicazioni emotive diverse ed effetti diversi sui membri della famiglia:

Differente è la separazione decisa gradualmente in seguito alla continua verifica della incompatibilità della coppia coniugale, rispetto a una  decisione presa repentinamente in seguito alla scoperta di un tradimento.

Allo stesso modo è fondamentale il clima emotivo e relazionale in cui si decide e si realizza la separazione:

  • Molto dipende,infatti, dal livello di accordo o di conflitto tra i genitori.
  • Un clima emotivo relativamente sereno e la capacità dei genitori di gestire la separazione senza coinvolgervi i figli in modi disfunzionali e ricattatori. Contribuiscono a rendere questo momento meno problematico per la prole.
  • Infine ha il suo peso, ovviamente, il modo ed il momento in cui viene data ai figli la notizia della separazione.
  • L’impatto di questa notizia sarà ridotto se la comunicazione viene fatta in un ambiente rilassato e familiare. Con la possibilità di avere a disposizione tutto il tempo necessario per rispondere alle domande che i figli potrebbero voler porre.

Esperienze stressanti e traumatiche : il dolore dietro il camice

Il dolore dietro il camice: esperienze stressanti e traumatiche

Un’infermiera racconta: “vorrei riposare perché sono stremata, ma ho paura ad addormentarmi, di sognare l’immagine  dei pazienti, i loro occhi sbarrati che supplicano aria, che implorano speranza di rassicurazioni.”

In queste parole emerge quello che sembra essere riconosciuto da tutti gli operatori come il maggior rischio di fragilità a cui sono sottoposti, ovvero farsi carico  della comunicazione tra i pazienti ricoverati e la loro rete familiare, trovandosi schiacciati dalle aspettative di salvezza  e di guarigione, dalla paura di fallire, dal senso di impotenza e da quello di mancare alla promessa fatta a un figlio, a un genitore. Perché in questa emergenza non si tratta solo di curare clinicamente i sintomi di un virus sconosciuto, ma soprattutto di prendersi cura, sostituendosi a quelle figure familiari che non possono essere vicini ai propri cari.

L’epidemia sta stravolgendo negli operatori sanitari le personali modalità elaborative dei decessi, inducendoli spesso a colpevolizzarsi per non aver salvato il paziente e facendoli sentire inadeguati. Moltissimi medici infermieri soffrono di disturbi del sonno poiché attraverso il sogno vengono processati tutti gli episodi traumatici a cui durante la veglia non viene dato spazio, tempo è opportunità di essere elaborati. Da qui l’angoscia che trova un suo sfogo e una sua espressione proprio nei processi onirici.

Non condividere con l’altro ciò che genera dolore correlato al fallimento dei processi di coping, ovvero la capacità cognitiva e  di fronteggiare esperienze stressanti o traumatiche.

La paura il contaminare le persone vicine, richiama in maniera analoga un’altra forma di terrore condivisa dagli operatori .  La paura di infettare i propri familiari portando a casa la malattia,  il timore di contagiare emotivamente i coniugi, genitori figli chi aspetta la casa.

Il terrore di essere contaminato ed infettare gli altri, con la messa in atto di gesti ripetitivi di vestizione e svestizione e di pulizia,  che rischiano di diventare maniacali e persecutori.

L’ossessione di disinfettare che placa ed esorcizzare la paura rinnova contemporaneamente il rischio e il timore di un circolo vizioso che non trova mai pace.

Ancora una volta una sintomatologia fobica-ossessiva rischia di amplificarsi proprio perché la persona si esclude, attraverso la comprensibile scelta dell’isolamento volontario come gesto di amore, dalla dimensione relazionale con l’altro. Questa malattia non ha solo infettato le persone, ha contaminato soprattutto le relazioni , dal momento che in assenza di un vaccino l’unica modalità di sicurezza che possiamo mettere in atto passa attraverso il distanziamento e isolamento. I contributi e le evidenze portate negli ultimi anni dalle neuroscienze ci dimostrano come la mente umana è relazionale e la privazione di questa dimensione ha  ricadute  sul nostro funzionamento psichico, cognitivo ed emotivo.

 

Sul lungo periodo questa pandemia rischia di danneggiare i professionisti medico sanitario, sia nella loro sfera umana personale e privata, sia nelle relazioni sociali.

  • Gli operatori sanitari sono sottoposti a un carico di lavoro È una fatica emotiva senza precedenti, che rischia di lasciare segni profondi nelle loro vite e nelle  loro identità professionale.
  • Fondamentale è un supporto psicologico intervento clinico per prevenire o arginare  fenomeni di burnout come conseguenza di questa emergenza, affinché la ferita del  trauma  non si cronici in stati di disturbo post traumatico da stress, ma possa dare vita a processi di resilienza e a una più efficace crescita post-traumatica.
  • Un supporto psicologico specifico per medici, infermieri ma anche addetti alle pulizie alla sanificazione e alle strutture ospedaliere per intervenire precocemente sui sintomi, fornendo uno spazio di ascolto psicologico affinché non si sentano lasciati soli in quest’esperienza.
  • Con modelli che derivano dalla medicina narrativa o tecniche di natura supportivo espressiva per l’elaborazione del trauma e la promozione di processi di resilienza. Passata l’onda anomala di questa lunga tempesta resteranno le ferite in tanti medici infermieri che non si sono mai fermati.

Tornerà anche per loro una nuova normalità, ma scopriranno che il paesaggio è cambiato: è in quel momento che avranno più bisogno di uno spazio di ascolto di cura.

 

Frustrazioni e disagio psicofisico:il potere antistress del respiro.

Frustrazioni e disagio psicofisico: potere antistress del respiro

Sia che tratti di paura per contagio da Covid o di timore di perdere il lavoro , per rispondere  al senso di frustrazione e insoddisfazione, all’apatia e al disagio psicofisico, si ricorre a compensazioni che minano la salute :“ fumo, sedentarietà, eccesso di zuccheri  e alcool ” che sono i fattori principali che oggi ci fanno ammalare. Tutti siamo immersi in un vortice di vita, che ci lascia senza respiro, che aumenta il nostro disagio fino a stati di ansia e di attacchi di panico. Un adeguata tecnica respiratoria , può combattere efficacemente ogni tipo di stress, che è alla base di malattie minacciose come ipertensione, depressione, sistema immunitario indebolito. La tesi ormai accreditata da parte di tanti esperti è che lo stress e le malattie provocate possono essere eliminate con un approccio dolce, buttando via quantità di farmaci a cui ricorriamo ormai dipendenti.

Quattro aree del benesssere:

  • La gestione del respiro
  • Il lavoro mentale come rigenerazione, definita Mindfulness
  • L’attività fisica e la corretta alimentazione

Esercizio per i momenti di crisi.

Ogni volta che siamo in crisi e ci ritroviamo in una tempesta di pensieri ed emozioni difficili, se vogliamo agire efficacemente, non possiamo lasciare che la tempesta ci porti via, quindi la prima cosa da fare è  gettare l’ancora. In altre parole, dobbiamo tenerci saldi nel momento presente. Fatto questo, possiamo considerare le opzioni disponibili.

  1. Il primo passo è connetterti con il tuo ambiente: nota cinque cose che puoi vedere, cinque che puoi udire e cinque che puoi toccare o sentire sulla tua pelle.
  2. Dopodiché, inizia a  respirare in modo lento e profondo.
  3. Dopo aver ripreso contatto con il momento presente, continua a respirare consapevolmente, usando la respirazione  come un’ancora per mantenerti saldo fino a quando la tempesta delle emozioni comincia a placarsi.
  4. Poi, prenditi qualche momento per esaminare il tuo corpo, ascolta ciò che provi. Identifica le sensazioni dolorose, osserva, respira in esse, espanditi attorno ad esse e lascia che siano presenti.
  5. Dopodiché, fai un passo indietro e nota tutti pensieri che ti frullano in testa. Infine riconosci in te stesso  ciò che sta succedendo, la crisi in atto, i pensieri e le emozioni che stai provando.
  6. Le azioni che sono possibili da intraprendere per affrontare la crisi efficacemente.
  7. Ritorna continuamente su questi passi fondamentali e continua a  usarli finché la crisi non è superata.

Ricorda: tutte le crisi, per quanto dolorosi siano, sono opportunità per crescere, per espandere la propria flessibilità psicologica. Perciò, ogni volta che puoi chiediti

  • In che modo è possibile crescere con questo disagio?
  • Cosa possiamo imparare?
  • Quale abilità, conoscenze o risorse possono sviluppare da quest’esperienza?

Come superare i momenti più critici.

Superare i momenti critici e vivere pienamente il presente

Nella società occidentale del benessere , specialmente in questo periodo di epidemia da “Covid-19″ sembra impossibile raggiungere un controllo sulla realtà e sui nostri pensieri, come il famoso “andrà tutto bene” .

  1. Immagina per un momento che quasi tutto ciò che credi su come raggiungere la felicità è in realtà inesatto o falso. Immagina che siano proprio queste  convinzioni a farci sentire infelici.
  2. Se in realtà fossero proprio i nostri sforzi per riconquistare la felicità a impedirci di ottenerla?
  3. Se scoprissimo che quasi tutte le persone che conosciamo si trovano sulla stessa barca?

Non sto ponendo queste domande soltanto per attirare l’attenzione, ma molte ricerche scientifiche lo dimostrano.

  • Conduciamo la nostra esistenza affidandoci a molte convinzioni inutili e inesatte a proposito della felicità, idee ampiamente accettate solamente perché tutti sanno che è così.  Tali convinzioni sembrano assolutamente sensate, ed è per questo che li ritroviamo in quasi tutti i libri di auto-aiuto. Purtroppo, però, queste idee fuorvianti creano un circolo vizioso. Questa trappola psicologica è nascosta così bene che nulla ci fa sospettare di esserci dentro.
  • Si può imparare a riconoscere la trappola della felicità e cosa ancora più importante, si può scoprire come uscirne.
  • Siamo prigionieri, un circolo vizioso che ci spinge a dedicare il nostro tempo, la nostra energia, la nostra vita, in una battaglia persa in partenza: quella contro i pensieri e le emozioni negative. Che poi è una battaglia contro la realtà e contro la stessa natura dell’essere umano.
  • Perennemente in lotta e destinati alla sconfitta, dato che il controllo che abbiamo sui nostri pensieri ed emozioni è in realtà infinitamente minore di quanto la nostra cultura voglia farci credere, come abbiamo potuto sperimentare difronte a un virus sconosciuto. E’ inevitabile ritrovarsi spossati, frustrati e delusi di sé e della propria esistenza.
  • Occorre un percorso per prendere coscienza dei meccanismi mentali che ci tengono prigionieri, destinati a perseguire chimere impossibili: essenzialmente in ricerca di emozioni e pensieri positivi pensando di  recuperare la nostra libertà di scegliere di agire come riteniamo meglio per noi.
  • E’ possibile applicando i principi della ACT (Acceptence and Commitment Therapy), di Russ Harris un approccio terapeutico che ha solide base scientifiche, con l’obiettivo di sviluppare la flessibilità psicologica che ci consente di superare i momenti critici e di vivere pienamente il presente muovendosi nella direzione tracciata dai propri valori. 

AFFIDO CONDIVISO o ESCLUSIVO

LA SCELTA TRA AFFIDO CONDIVISO O ESCLUSIVO

  • Nell’affidamento esclusivo è il genitore affidatario ad esercitare in via primaria la responsabilità genitoriale. Tuttavia, egli deve favorire il rapporto tra il figlio e l’altro genitore, affinché quest’ultimo eserciti il diritto di visita (nei tempi e secondo le modalità stabilite dal giudice) e partecipi alle decisioni più importanti nell’interesse dei figli.
  • La decisione di un affido esclusivo se non trova circostanze concrete, dettagliate e specifiche tali da poter stabilire che l’interesse e il sano equilibrio e sviluppo psico-fisico del figlio  sia  pregiudicato dal comportamento di un genitore, difficilmente potrà trovare applicazione. Pur non comportando la perdita della responsabilità genitoriale, impone delle limitazioni.
  • La richiesta di un affidamento esclusivo  sarà evidentemente inammissibile in carenza dei presupposti di legge, perché è in contrasto con il principio della bigenitorialità.
  • Una conflittualità fra genitori, non è sufficiente ad elidere il diritto alla bigenitorialità, (cfr. Cass. Civ. n.27/2017). Infatti la conflittualità tra i coniugi, se deriva dalla particolarità caratteriali di entrambi, non risulta, un pregiudizio tale da alterare e porre in serio pericolo il sano equilibrio e sviluppo psico-fisico del figlio.
  • Inoltre un regime escludente rischia di essere interpretato come una ghiotta occasione di vendetta da utilizzare nei confronti dell’altro genitore. Con il rischio che il figlio rappresenti un oggetto di ritorsioni fra i coniugi, piuttosto che il fulcro centrale di cui tener conto per modellare accordi e richiedere provvedimenti.

 

  • L’affidamento condiviso garantisce il diritto del minore di ricevere  cure ed educazione da entrambi  i genitori. E’ fondamentale che le decisioni di maggiore interesse per la vita dei figlio, possano essere assunte di comune accordo da entrambi i coniugi. Quindi i genitori dovranno confrontarsi tra di loro e decidere insieme (ad es la scuola scegliere, le cure mediche non urgenti; l’attività sportiva ecc.). Per ciò che concerne il quotidiano, invece, entrambi i genitore potranno scegliere in assoluta autonomia nel rispetto dell’interesse del minore.

Cosa significa valutare le capacità genitoriali?

Cosa significa valutare le capacità genitoriali?

In funzione del quesito posto dal giudice per l’affidamento dei minore è fondamentale, l’approfondimento delle competenze genitoriali.

  • Intesa come la capacità di leggere i bisogni dei figli. Di distinguerli dai propri e di adattare il parenting e la funzione genitoriale a tali richieste;
  • di favorire azioni e movimenti di contenimento e di supporto;
  • di assolvere funzioni di cura e di accudimento; di definirsi come modelli solidi e rassicuranti per la crescita emotiva e socio-relazionale dei figli;
  • di garantire accessibilità all’altro genitore.
  • Di vivere i  figli come portatore di bisogni soggettivi e non come contenitore dei propri o come prolungamento del Sé. Con specifica attenzione verso la capacità e competenza nel preservarla dalle proprie ansie, dalle strumentalizzazioni e da effetti e condizioni ambientali di possibile incidenza patologica.
  • Di porre in essere atteggiamenti di cura idonei e tutelanti. Di farsi carico delle esigenze primarie e delle istanze di protezione, continuità affettiva e di soddisfacimento dei bisogni primari e secondari dei figli;
  • Di sviluppare adeguate funzioni normativo-regolative. Di identificarsi in modo empatico con i vissuti dei figli, con le esigenze di ascolto, riconoscimento,  rassicurazione, protezione, continuità affettiva; di offrire garanzie stabili e stabilizzanti per il suo processo di evoluzione.

Per l’approfondimento delle competenze genitoriali può essere utilizzato il Parents Preference Test, (Baiocco et al., 2008)

un test grafico a scelta multipla che utilizza immagini per rappresentare scene di vita familiare e per valutare lo stile di parenting.

Lo scopo del PPT è misurare aspetti generali e universali delle interazioni tra i genitori e i bambini e motivare una riflessione sui diversi aspetti che caratterizzano il proprio stile di parenting. Come la focalizzazione dell’attenzione, la modalità esperienziale, la regolazione del comportamento e il livello di energia.

Un genitore competente è in grado di potersi muovere in modo flessibile su entrambi i poli di ognuna di queste variabili a seconda del contesto , degli stati d’animo e dei bisogni propri del figlio.

Elementi integrativi e fondamentali riguardanti le dinamiche relazionali nel confronto con le figure genitoriali, vengono acquisiti anche tramite osservazioni delle modalità interattive con i figli

Gestire la sofferenza veleggiando tra le onde della vita

GESTIRE LA SOFFERENZA

IMPARARE A VELEGGIARE TRA LE ONDE DELLA VITA

E’ possibile gestire il dolore e la sofferenza ?

Quando la realtà ci crolla addosso può farlo in modi diversi. A volte accade  con una tale violenza che pare annientarci: è il caso della morte  di una persona  amata, di una malattia grave, un incidente inaspettato, la disabilità di un figlio, la perdita di lavoro.

Altre volte invece, la realtà ci colpisce in modo meno devastante ma altrettanto diretto:

  • come quando ci sentiamo sopraffatti dall’invidia  verso qualcuno che ha  quello che desidereremmo avere,
  • dalla solitudine nei momenti in cui misuriamo la distanza fra noi e gli altri,
  • dal risentimento tutte le volte che ci sentiamo trattati ingiustamente, dalla frustrazione per aver fallito un certo traguardo.

Spesso non si è preparati a gestire il dolore soprattutto se imprevisto.

Una psicoterapia scientificamente dimostrata che si chiama ACT di Russ Harris Acceptance and commitment Therapy, finalizzata ad imparare a resistere agli urti della vita, trovando un modo appagante di vivere la realtà anche quando esiste uno scarto difficile da colmare tra la realtà e i propri desideri.

Utilizzando  i principi dell’ACT significa:

  • Conquistare la calma nonostante il caos o la sofferenza
  • Orientarsi nelle tempeste emotive
  • Aumentare il senso di connessione con noi stessi e con gli altri
  • Utilizzare le proprie emozioni dolorose per coltivare tolleranza e saggezza
  • Guarire dalle ferite e diventare più forti

Tra le Tecniche utilizzate:

  1. defusione
  2. neutralizzazione

Defusione significa separarci dai nostri pensieri, vederli per quello che sono veramente e lasciare che siano così come sono.

Ci sono tre principali tipi di strategie per praticare la defusione:

  1. notare,
  2. dare un nome
  3. neutralizzare.

Neutralizzare i propri pensieri significa porli in un nuovo contesto nel quale è possibile facilmente riconoscere che sono nient’altro che parole e immagini, neutralizzando efficacemente il potere che hanno su di noi.

Le tecniche di neutralizzazione implicano generalmente l’accentuazione o degli aspetti visivi (cioè vederli) dei pensieri o dei loro aspetti uditivi (cioè sentirli) o di entrambi.

Ricordando che lo scopo della defusione non  è sbarazzarsi dei pensieri indesiderati né ridurre le emozioni sgradevoli.

Lo scopo è quello di permetterci di coinvolgerci pienamente nella vita anziché perdersi o farsi bistrattare dai propri pensieri. Quando pratichiamo la defusione dai pensieri inutili, spesso scopriamo che di lì a poco scompaiono o che le nostre emozioni sgradevoli si riducono rapidamente; ma questi risultati sono dei bonus extra, non l’obiettivo principale.

Crisi della coppia e intervento del Terapeuta

Crisi della coppia 

Come può intervenire il terapeuta nelle idealizzazioni?

“Eravamo molto innamorati quando ci siamo sposati. E’ cambiato tutto, in poco tempo. Prima voleva stare con me ora  sta sempre con gli amici…. Ero convinta che fosse generoso e invece mi sono accorta che è un avaro… Una volta era divertente poi è diventato noiso, pedante e non perde occasione per criticarmi….”

Ecco una coppia dove entrambi si sono legati a un partner ideale che non corrisponde a quello reale.

Ecco due innamorati che hanno attribuito al partner dei contenuti soggettivi alla ricerca di una collocazione, senza verificare se corrispondessero oppure no alla realtà.

Lei aspettare il suo principe azzurro. Lui era in attesa di una fata .Lei era felice di piacergli. Lui era lusingato di essere il preferito.

Nella fase dell’innamoramento non soltanto hanno cercato di trasmettere reciprocamente un’immagine di sé in sintonia con i desideri dell’altro, ma hanno anche proiettato sull’altro le proprie attese, le caratteristiche del partner ideale che avevano in mente e che desideravano incontrare.

Tutti quanti sappiamo, che la fase dell’innamoramento è un momento magico dove una persona fino allora sconosciuta o indifferente può assumere improvvisamente una grande importanza agli occhi dell’innamorato o dell’innamorata.

L’oggetto d’amore occupa tutti i pensieri. Pensando al proprio oggetto d’amore e incontrandolo, l’ Innamorato vive forti emozioni. Attende con gioia il prossimo incontro. Difficile sottrarsi alla seduzione del colpo di fulmine.

La scienza contemporanea risponde  parzialmente alla questione: le ricerche sulla passione amorosa hanno rivelato l’esistenza di un  ormone, la feniletilamina. Questa sostanza ha l’effetto di eccitare le cellule del cervello in modo da rendere l’ innamorato, desideroso di prendere delle iniziative per perpetuare tale stato di euforia. E’ come un elisir, una droga… Il fenomeno del partner ideale fornisce un senso di completezza personale: è costruito su proiezioni  appaganti, anche quando su di sé e sull’altro si riversano credenze e pretese irrealistiche, che non reggono alla prova dei fatti.

Eccone alcuni: seguirò la tua volontà, ti darò sempre ragione, sarò sempre al tuo fianco, Indovinerò i tuoi desideri, resterò con te qualunque cosa accada, ecc. Un insieme di buoni propositi che, qualche volta vanno a buon fine, ma che possono anche essere spazzati via, con il trascorrere del tempo, man mano che Il partner reale prende il posto di quello ideale.

Come può intervenire il terapeuta in questo caso?

  • Un primo passo sarà quello di portare i due coniugi a comprende che reciprocamente hanno sposato la parte idealizzata  del partner. Il crollo dell’idealizzazione porta alla delusione e il partner viene così avvertito come “cattivo”, “privo di valore”.
  • Un secondo passo sarà quello di valutare insieme se, stando così le cose, esistono condizioni per una nuova solidarietà: il divario che si è creato tra idealizzazione e realtà può infatti essere stato accentuato dalla disillusione e dalle attese troppo irrealistiche da una parte come dall’altra, il che non indica però che non ci sia più alcuno spazio per ricostruire un rapporto su nuove basi, ossia le persone autentiche non falsate dalle loro idealizzazione.
  • Il terapeuta spiegherà che riconosce l’Ombra che è in noi significa ammettere che non possiamo sfuggire i nostri errori, al lato oscuro, alla nostra inferiorità. Spiegherà anche, però, che quando più siamo in grado di riconoscere e affrontare questa negatività, tanto più le impediremo di farci del male.
  • Dal punto di vista tecnico, Il terapeuta chiederà fin dall’inizio ai suoi  pazienti di smetterla di accusarsi a vicenda e di abituarsi a esprimersi in prima persona, di usare cioè il pronome “io”. Così, per esempio, invece di incolpare la moglie lui dirà : “quando tu fai la tal cosa io mi sento..”.
  • In parallelo, il terapeuta chiederà alla moglie di ascoltare bene ciò che dice suo marito e di ripetere ciò che ha inteso, esprimendosi anch’essa in prima persona. È un modo per manifestare  i reciproci disagi senza recriminare o accusarsi a vicenda, una modalità espressiva quest’ultima che, se non seguita,  non consentirebbe alla terapia di fare dei passi avanti, ma neppure di avere inizio.

LA FIBROMIALGIA: MALATTIA REUMATICA O PSICOLOGICA?

LA FIBROMIALGIA: MALATTIA REUMATICA O PSICOLOGICA?

Si pensa al reumatismo ogni qualvolta è presente un dolore corporeo a carico dell’apparato osteo-artro- muscolare. La fibromialgia entrerebbe pieno titolo fra le malattie reumatiche, in quanto la sua caratteristica clinica più saliente è la presenza di dolore cronico diffuso. Vi è però una differenza sostanziale: l’assenza di un danno anatomopatologico che giustifichi  la sintomatologia dolorosa.

La fibromialgia ha una sintomatologia caratterizzata soprattutto:

  1. da dolore cronico diffuso, stanchezza,
  2. disturbi del sonno, rigidità muscolare,
  3. disfunzioni cognitive, 

Sintomi tali da indurre il paziente a recarsi frequentemente dal medico. A fronte di una sintomatologia soggettiva lamentata dal paziente come pervasiva che condiziona e modula in termini negativi ogni comune atto della giornata, il medico riscontra un soggetto in apparente buona salute. I più sofisticati e moderni esami strumentali di laboratorio non individuano mai importanti segni di danno organico.

In fondo la fibromialgia è ancora una malattia oscura. Anche se il medico si è documentato, in realtà l’intima essenza della malattia continua a sfuggirgli.

Attualmente l’habitus psichico del fibromialgia è stato sostanzialmente delineato.

  • Si tratta di individui con incapacità di introspezioni e conseguenti cattive letture e gestione delle emozioni.
  • Un’incapacità di abbandonare o meglio modificare uno stile di vita caratterizzato da investimento affettivo, sensi di colpa, eccessivo senso di responsabilità.
  • Persone che devono costantemente appoggiarsi su familiari, amici, colleghi con inconsapevole dipendenza e con continua ricerca di conferma e verifiche dall’esterno per mantenere la propria autostima.
  • Solitamente si tratta di individui che hanno vissuto in contesti depressivi, ad anaffettivi, coercitivi, invasivi, ansiogeni e traumatici.
  • Tali ambienti sono stati in grado di minare in loro la fiducia di base e la sicurezza in se stessi, facendone derivare una personalità apparentemente resistente ma in realtà profondamente fragile.
  • Quando sono esposti ad uno stress cronico, i meccanismi di difesa personale finiscono per cedere.
  • Sono individui che non riescono a impermeabilizzarsi rispetto a situazioni di sofferenza cronica, per cui versano in un perenne stato di allarme interiore che innesca il disturbo dolorifico, con conseguente alterazione dell’architettura del sonno, quindi con aumento della fatica e infine della depressione.

È il tipico quadro di reazione allo stress cronico, in cui, a differenza di quello acuto, le cause determinanti sono sfumate. Coinvolgono la sfera intima dell’individuo e non sono completamente consce, poiché inquinate dai vari adattamenti che la psiche addotta per preservare la propria integrità e la sopravvivenza del soggetto.

Ne deriva un’alterazione dei neurotrasmettitori responsabili, a livello fisiopatologico, nell’innesco e nella persistenza dei sintomi. In pratica, il disagio generato da uno stress cronico indurrebbe inconsciamente l’individuo a proiettare sul corpo le sue conflittualità, così da creare dei sintomi che distolgono la sua attenzione dalla sofferenza psichica.

La malattia è considerata come il risultato dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e socioculturali. Si instaurerebbe un meccanismo a feedback positivo in cui gli aspetti biologica influiscono sui fattori psicologici, come l’umore e sul contesto sociale, come le relazioni interpersonali e viceversa. Nessuna delle numerose variabili che lo compongono è in grado da sola di determinare e spiegare la malattia. La complessa dinamica dei fattori in gioco può essere così sintetizzata:

  • Variabili biologiche. Una probabile predisposizione genetica sarebbe responsabile di un frequente riscontro nella fibromialgia di bassi livelli di serotonina e noradrenalina, nuerotrasmettitori che agiscono nelle vie di inibizione endogena discendente del dolore e responsabile di un abbassamento della soglia del dolore.
  • Variabili psicologiche. È evidente che aspetti affettivi, caratteristiche soggettive, emozioni e fattori cognitivi affiancano il dolore. Queste variabili sarebbero coinvolte nell’ elaborazione dello stimolo doloroso e quindi nel modo di percepirlo, a volte con clamorose incongruenze dall’effettivo danno esistente e la percezione dolorosa da parte del paziente.
  • Variabili socioculturali. Le esperienze negative dell’infanzia soprattutto nell’abuso fisico o psicologico, sono eventi spesso presenti nella storia del fibromialgico.  Tale condizione indurrà poi nell’adulto una maggiore vulnerabilità allo stress quotidiano e una maggiore influenza degli aspetti cognitivi, affettivi e comportamentali dell’esperienza dolorosa. La focalizzazione dell’attenzione sul dolore permetterebbe a tali soggetti la distrazione dall’evento traumatico infantile.

Tra le varie figure professionali coinvolte, emerge sempre più quella del psicologo clinico, in grado di contribuire a un modello integrato di trattamento secondo un’ottica psicosomatica.

L’essere umano è un tutto unitario, dove la malattia si manifesta, a livello organico, come sintomo e, a livello psicologico, come disagio. Pertanto non viene focalizzata solamente la manifestazione fisiologica della malattia, ma anche l’aspetto emotivo che l’accompagna.

L’approccio multimodale,

Associa al trattamento farmacologico quello psicoeducativo, è in grado di garantire risultati migliori (Toussaint  et al.2010). Questo approccio, oltre a curare il sintomo, si prefigge lo scopo di diminuire la sofferenza psicologica. La figura del medico continua a mantenere una notevole importanza nella gestione della malattia che può essere associata o secondaria a numerose patologie anche  pericolose. Ne deriva la necessità di formulare adeguate diagnosi differenziali.

L’affezione necessità di un trattamento su più livelli:

  1. psicoeducativo: indicazione sull’igiene di vita e del sonno un’adeguata attività fisica una corretta alimentazione, istruzioni al paziente e alla famiglia per un azione di contrasto al catastrofismo e alla alessetimia.
  2. Una  terapia cognitivo comportamentale.
  3. Metabolizzare la consapevolezza che la fibromialgia anche se in alcuni casi può indurre una sintomatologia particolarmente penosa,  in realtà è una malattia che non provocherà danni all’organismo.

I sintomi che si percepiscono sono reali, anche se  non sono determinati da una malattia organica. I meccanismi e la fisiopatologia delle alterazioni  che ne sono responsabili sono stati sufficientemente identificati. Non è giustificato un comportamento passivo e rassegnato, la fibromialgia non è una malattia incurabile, è un’affezione cronica caratterizzata da remissione e ricadute, ma adeguandosi alle istruzioni degli specialisti (attività fisica, trattamento psicologico, eventuali farmaci)  si può ottenere una condizione di stabile benessere.