Tutor per DSA e difficoltà di apprendimento

Le difficoltà di apprendimento interessano uno specifico dominio di abilità :lettura, scrittura, calcolo, lasciando inalterato il funzionamento intellettivo generale.

Vengono definiti Disturbi Specifici dell’apprendimento e  classificati come dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia.

Presentano anche difficoltà di memoria, concentrazione e disturbi del linguaggio più o meno evidenti.

A questi si aggiungono i BES, ossia quella fascia di studenti che presentano un funzionamento intellettivo limite che impatta tutte le materie scolastiche.

La figura del tutor dell’apprendimento, può  supportare in modo specialistico e competente i bambini e ragazzi con già un inquadramento diagnostico.

La capacità di leggere e tradurre in strategie operative, necessaria al fine di costruire un metodo di studio ad hoc per il ragazzo e dall’altra comprendere quali strumenti compensativi (elettronici, mappe, sintesi vocali…) è preferibile adottare rispetto ad altri.

 Tutor svolge il ruolo di facilitatore e guida per i processi di apprendimento, di promozione dell’autonomia e di mediazione nei rapporti famiglia-scuola.

 

Ruolo del Tutor

 

– La presa in carico emotiva del bambino e della sua famiglia;

– Mantiene i contatti e aggiorna  la famiglia e la scuola (ruolo di mediatore);

– Strategie metodologiche, didattiche e forme di interazioni per alunni DSA: intervento sulla prestazione, sulle abilità dominio-generali, interventi strategici e meta-cognitivi.

 

 

Apprendimento della lingua scritta

– Strumenti e strategie per leggere;

– La comprensione del testo: strategie per favorire il processo di comprensione;

– Come affrontare la stesura di un testo;

– Esercitazione pratica sugli strumenti informatici compensativi (sintesi vocali) per facilitare la lettura e la scrittura.

 

Apprendimento della matematica

– La discalculia e l’area logico-matematica;

– Strumenti compensativi

– Strategie di studio e modalità di apprendimento nell’area logico-matematica

– Modalità di approccio e strategie per la soluzione del problema aritmetico e del problema geometrico.

 

Lo studio: come affrontarlo

– Metodo di studio: fasi dello studio efficace e difficoltà DSA. Costruire un proprio metodo di studio;

– Mappe: dalla teoria alla pratica delle diverse tipologie: quando e come usarle;;

– Esercitazione pratica con strumenti informatici per la costruzione di mappe delle tipologie apprese con difficoltà crescente in diverse materie di studio.

 

Lingua straniera: come affrontarla

– Apprendimento delle lingue straniere , difficoltà e strategie;

– Strumenti compensativi per lingue straniere e  come usarli.

 

 

 

Come gestire l’Ansia

COME GESTIRE L’ANSIA

Innanzitutto le emozioni non “capitano”: sono sempre la conseguenza di ciò che immaginiamo o ciò che ci diciamo mentalmente, vengono influenzate anche dai profumi, sapori, suoni, ecc. ma oggi mi concentro solo sui primi due.

L ‘Esempio di chi deve effettuare un interrogazione o un esame e si chiede: “ Come mai mi sento sempre in ansia?”

Anche se il mio prof. di italiano mi diceva che non si risponde ad una domanda con un’altra domanda, ti voglio far ragionare:

  • Cosa stai facendo per generare quell’ansia?
  •  Cosa stai immaginando?
  • Cosa ti stai dicendo?

Infatti questo è il punto: l’ansia non capita! La generi. Come?

  1. Spostando la tua attenzione nel futuro e pre-occupandoti, ossia occupandoti prima di qualcosa che forse accadrà poi.
  2. La “genialità” di chi si pre-occupa sta nell’immaginarsi come tutto possa andare storto: sbaglio il colpo, il professore mi fa la domanda che non so, il datore di lavoro mi mette in difficoltà, i clienti mi fanno obiezioni a cui non so rispondere, ecc.
  3. Ma non è finita qui. A questo punto caliamo il carico da undici e parte la vocina interna: 

          “e se non sono all’altezza delle aspettative?”,“se mi boccia ho buttato via 8 mesi”“se fallisco oggi non avrò più possibilità in questo ambiente”

      4. Ci sono i veggenti che leggono nella palla di cristallo“so già che andrà male”“tanto quel cliente non comprerà mai”“non riusciremo mai a vincere                  contro di loro in queste condizioni”

Dopo un po’ di queste attività, come dicevo, stranamente si crea ansia…

Allora cosa fare in questi casi?

Ecco tre semplici passi che uso sempre quando la situazione si fa impegnativa.

  1. STOP!

Fermati
Per citare un mio allenatore di pallavolo: “giocare veloce è diverso da giocare in fretta!”. Infatti nella fretta c’è stress, non sei in controllo dei tuoi pensieri. In queste situazioni hai bisogno di fermarti un attimo e:

– se ti stai facendo dei film mentali stupidi, smettila! Rimpicciolisci le immagini come se le stessi guardando dallo schermo del cellulare, mettile in bianco e neroallontanale in modo da vederle a fatica. Sintonizzati su un altro canale! Già che ti fai dei film, mi sembra più furbo guardare quelli che ti piacciono e non quelli che ti spaventano.

2) RESPIRA! 
Cambia la tua postura e prendi un bel respiro profondo: dai ossigeno al tuo cervello. Magari aggiungi anche un bel sorriso e sostanze come la serotonina inizieranno a nuotare nel tuo organismo cambiando decisamente il tuo stato d’animo. Manna dal cielo!

3 ) RISOLVI
Solo a questo punto guarda la situazione da nuove prospettive e focalizzati sulle possibili soluzioni. Invece di subire la situazione, agisci.

Di solito penso al mio collega e amico  che, nelle situazioni critiche, entra nell’identità di un personaggio   e ripete: “Sono il signor Wolf: risolvo problemi!”

SINTOMI GASTRICI

Il grande “No” dello Stomaco chiuso.

Quando arriva un sintomo gastrico diventa difficile fare qualsiasi cosa: nausea, bruciore e digestione lenta, influenzano l’intera nostra persona

Segnali che parlano di emozioni in conflitto: ansia, rabbia, sconforto sono variabili da considerare, per imparare a digerire meglio la vita. 

Lo stomaco si trova nella zona centrale dell’organismo, in collegamento nervoso con il cervello e più in generale con il sistema neurovegetativo e quindi anche con i centri che regolano le emozioni e lo stato d’animo di ogni momento.

Lo stomaco subisce ed esprime le emozioni e i pensieri che non riconosciamo o trascuriamo, ci consente di sentirle come se ci parlassero in modo diretto.

Per comprenderlo dobbiamo tenere presente che la mucosa gastrica è costituita da tessuto epiteliale, strutturato apposta per incontrare il mondo, per entrare in contatto con la realtà esterna. Contengono l’archetipo dell’incontro, della relazione con ciò che è altro da noi.

La mucosa gastrica è fatta per accogliere per far entrare nel nostro corpo qualcosa che sta fuori: il cibo la materia del mondo. È il luogo corporeo in cui si gioca la relazione, percepita come nutriente o come velenosa, nemica e non digeribile.

Possiamo cercare di ignorarlo, ma la sua volontà comunicativa è più forte e ci obbliga ad ascoltarlo.

Uno dei sintomi gastrici più diffusi: il cosiddetto stomaco chiuso, con la sensazione di una totale indisponibilità del corpo a ingerire cibo.

Si manifesta, in momenti e in contesti specifici, ma non in altri. E’ possibile che una persona lo provi quando si trova a tavola con i familiari. Però sente lo stomaco aperto quando è da solo o in compagnia di amici.

Ci sono situazioni in cui lo stomaco si chiude quando occorre partire per le vacanze o sottoporsi a un esame clinico o quando si avvicina un incontro importante.

Ci sono anche i casi in cui lo stomaco è sempre serrato, anche se non si tratta di anoressia.

Tuttavia la chiusura è da prendere in considerazione perchè ci sta dicendo qualcosa di importante. Innanzitutto sta esprimendo un grande rifiuto verso qualcosa. Un rifiuto che evidentemente, non riusciamo o non possiamo dire. 

Lo stomaco chiuso ci dice che siamo intimamente e fermamente indisponibili a incontrare uno più aspetti della realtà che in quel momento, in quel periodo in quel contesto, non ci piace ci disgusta, ci fa paura, ci avvelena.

Insomma per qualche motivo non riusciamo o non possiamo rifiutare.

Pensiamo ai tanti casi in cui le relazioni familiari sono tese e  conflittuali. Il pranzo e la cena possono diventare il momento in cui si esprime, attraverso lo stomaco il rifiuto della condivisione del cibo. Un’avversione verso la polemica e verso quelle relazioni irrisolte, evidentemente dolorose.

Se potesse parlare con il nostro linguaggio, lo stomaco chiuso direbbe “che non ha alcuna intenzione di stare in questa relazione, di sottoporsi a questo trattamento, di condividere il tempo e lo spazio, di affrontarle in questo modo, con queste persone sottoposto a giudizi”.

Questo sintomo raccoglie tanti tipi di rifiuto.

  1. E’ assolutamente necessario non lasciare al sintomo la soluzione del problema, perché esso è soltanto positivo, ma non propone nulla.
  2. Dobbiamo invece tradurre il sintomo e capire bene quale rifiuto si tratta.
  3. Poi individuare come portarlo nella realtà in modo sano e lineare, per risolverlo.
  4. Tradurre un sintomo, quando questo è leggibile, non è mai soltanto un fatto mentale, ma deve diventare esperienza concreta di cambiamento. 

Ansia e Covid : come affrontare lo stress da pandemia

L’ ANSIA come affrontarla

Non serve a nulla lamentarsi o combatterla: l’ansia tornerà sempre più forte. 

Occorre invece dargli spazio, perché è un farmaco: il suo scopo è farci crescere e diventare noi stessi

L’ansia ci paralizza perché vuole liberarci dalle nostre credenze o meglio è la nostra anima che la produce.  Da diverso tempo ci chiama e ci tormenta per essere ascoltata e invece  passiamo il tempo a lamentarci e a soffrire. 

Infatti pensiamo che tutto dipenda da noi :“soffriamo perché siamo estremamente responsabile di ogni cosa..  soffro per la pandemia…perché non so prendere decisioni, soffro perché i miei genitori mi hanno dato tutto… io me ne frego, soffro perché butto via i migliori anni e così via….”

 Un ego sovrabbondante e pervasivo è il protagonista solitario di questo monologo, come sul palcoscenico stiamo recitando il copione del dolore. Occupando tutto lo spazio, non si vede nient’altro che il proprio IO.

 Se pensi che la guarigione possa arrivare senza  ridurre il peso sovrabbondante del Io nella propria vita, siamo  fuori strada. 

Non decidiamo noi quando  l’ansia prende il sopravvento, o quando mandarla via, non decidiamo nulla. 

Se un disagio arriva c’è un senso che è simboleggiato perfettamente dal dolore percepito per esempio al petto o alla gola, che si aggiunge ad altri disturbi preesistenti. 

L’oppressione che sembra bloccarti il respiro è l’ennesimo tentativo della tua anima di farti orientare lo sguardo dall’esterno  al mondo interiore, dal modo in cui pensiamo di doverci comportare a quello che dovremmo fare davvero. 

 Quando l’anima è stanca, alza la sua intensità. Se non basta l’agitazione dell’ansia a scuoterci, si passa direttamente al corpo. Ecco emergere le sensazione di oppressione, effettivamente c’è qualcuno che ci opprime e siamo proprio noi o meglio il nostro Io

  • Occorre smettere di lamentarsi,  concentrandosi sul dolore quando arriva e mettersi in attesa. 
  • Lasciamo fare l’ansia: all’apparenza è un demone, ma a uno sguardo più profondo è un angelo che vuole ancora salvarci. 

Esercizio: quando sentiamo che l’ansia diventa un gran peso sul petto, come se qualcuno ci schiacciasse, 

  • sdraiamoci su un letto, 
  • chiudiamo gli occhi, e immaginiamo due grandi mani che schiacciano.
  •  Non resistere, non opporti, quel peso sta sgretolando le difese.
  •  Immagina che da dentro di noi, come compressa da secoli di prigionia, possa uscire  un aria pura, benefica rigenerante. 
  • Immaginiamoci nell’atto di respirarla profondamente, poi nutrendoci come se fosse latte materno.

Quando le decisioni creano angoscia

Occorre guardare i propri lati oscuri e le decisioni arriveranno da sole

I primi colloqui sono fondamentali per valutare le motivazione personali. Spesso i pazienti  vengono  in terapia con l’idea di farsi aiutare a non soffrire, a superare un problema, ma senza cambiare niente del proprio atteggiamento mentale e quindi della loro vita. “Desiderare il nuovo, ma non voler cambiare nulla.. Bramare una relazione appagante, ma subire  le lusinghe della vita comoda accanto al ragazzo o al marito che pensi di non amare più… Voler prendere in mano la propria vita, ma non sopportare lidea di deludere i propri genitori.”

 Non siamo la persona che crediamo e nemmeno quella che vorremmo essere. Proviamo invece a dirci che credevamo di non poter rimanere accanto una persona che non amiamo più, invece ci accorgiamo che lo sappiamo fare. Magari credevamo anche di non poterci innamorare di un altro, invece è accaduto.

 Non si tratta di tragedie, in verità ogni volta che scopriamo un lato nuovo di noi, è una buona giornata, anche se quello che scopriamo non ci piace.

 I lati “ombra” direbbe Jung, sono indispensabili per trovare la vera luce, cioè la direzione che dobbiamo imprimere alla nostra vita. Occorre entrare nelle tenebre, come fece Dante nella Divina Commedia, per ritrovarci e rinascere, quando siamo in crisi. Il Sommo poeta iniziò la sua grande opera perché stava perdendo la fede e per un uomo del suo tempo era un enorme problema.

 Occorre chiederci quale fede stiamo perdendo?

Forse stiamo perdendo la fede nell’immagine che vogliamo dare al mondo: di una persona perbene, che ha una relazione stabile, che non fa soffrire nessuno, orgoglio di mamma e papà. Si tratta di una visione infantile di se stessi, che ammette solo le presunte qualità e nega i difetti. 

Qualsiasi visione manichea ci sta ingabbiando e ci rende incapaci di qualunque decisione. Rischia di farci perdere tutto ed è forse questo ad angosciarci maggiormente.

 La soluzione non sta nella decisione. 

  • Si tratta di contemplare le infinite contraddizioni che albergano nel nostro animo lasciandole esattamente così come sono. 
  • Non c’è da scegliere, da migliorare, da diventare più forti, sicuri. 
  • Occorre osservare con occhio aperto il mondo interno, la selva scura di Dante… Attendere che le parti che ci compongono, ora in lotta, smettano di guardarsi in cagnesco e comincino a parlarsi.
  •  Non si può farlo se continuiamo a pensare di dover scegliere la prima strada del bivio o la seconda. 
  • Se ci fermiamo e contempliamo, tutto andrà posto da sé.

GUARIRE L’ATTACCAMENTO INSICURO CON LE IMMAGINI.

GUARIRE L’ATTACCAMENTO INSICURO IN PSICOTERAPIA

CON L’AIUTO DI FIGURE GENITORIALI IDEALI IMMAGINATE

I trattamenti più efficaci per l’attaccamento insicuro includono il riconoscimento del ruolo essenziale svolto dalla sensazione percepita in uno stato di sintonizzazione empatica con gli altri significativi.

In Psicoterapia, la sintonizzazione serve per esprimere e rispecchiare modi di essere con lo scopo di aiutare i pazienti a sentirsi protetti e accuditi, visti e riconosciuti, valorizzati e apprezzati .

Nonostante tale intervento possa risultare molto utile, esistono dei limiti pratici a questa modalità di trattamento.

Le persone con uno stile di attaccamento insicuro presentano dei modelli operativi interni associati a una relazione in qualche modo problematica con i propri genitori durante l’infanzia.

Una relazione adulta, nuova e positiva, con uno Psicoterapeuta costituisce senza dubbio un elemento benefico, ma difficilmente potrà sostituirsi o cambiare efficacemente il modello operativo interno problematico.

Uno strumento complementare rispetto alla funzione del terapeuta è la “figura di attaccamento positiva” :

  • Consiste nell’utilizzo di immagini come le“figure genitoriali ideali” , finalizzato al raggiungimento di un attaccamento sicuro.
  • nel contesto di una relazione terapeutica , immagina di tornare bambino,
  • di provare le stesse sensazioni dell’infanzia, e di interagire con genitori immaginari che incarnano tutti quei modi di essere e di comportarsi percepiti come “giusti” attraverso i suoi occhi di bambino,
  • il modello operativo interno originale e problematico, potrà essere sostituito da un modello relazionale nuovo, positivo, centrato sull’attaccamento sicuro.

Questo approccio è in linea e integra i principi e le implicazioni della teoria polivagale, del riconsolidamento della memoria e delle Psicoterapie relazionali orientate al corpo.

Quando è utile la terapia EMDR?

La terapia EMDR

La terapia EMDR è un approccio terapeutico per il trattamento del trauma.

Secondo il modello di elaborazione adattiva dell’informazione, che guida l’approccio EMDR, i sintomi presentati dal cliente hanno origine da esperienze dolorose che vengono immagazzinate, in modo maladattivo, nel cervello, senza che siano state pienamente elaborate e integrate all’interno della rete più ampia della memoria (Shapiro, 1995, 2001, 2018).

La terapia EMDR è un metodo suddiviso in otto fasi che implica l’elaborazione dei ricordi del passato all’origine dei problemi manifestati nel presente, nonché dei trigger che attivano il cliente nel presente.

Questo metodo implica, inoltre, la creazione di un modello futuro di comportamento adattivo.

L’EMDR può essere utilizzata non soltanto per trattare i traumi più gravi, ma anche per trattare quei ricordi onnipresenti “apparentemente piccoli” ma piuttosto impattanti (per es. lo sguardo arrabbiato di una madre, la richiesta di aiuto ignorata da un padre).

Questi ricordi sono alla base di svariate credenze negative: “non sono abbastanza”, “non merito di essere amato/a”, “sono impotente” o “non sono al sicuro” sono soltanto alcuni esempi.

Il trauma (l’abuso o la trascuratezza subìto/a) non è l’unico aspetto da trattare: anche l’attaccamento traumatico nei confronti della figura abusante deve essere adeguatamente trattato.

L’EMDR può essere utilizzata sia per il trattamento dell’attaccamento traumatico.

L’attaccamento disorganizzato ha luogo quando il caregiver è sia una fonte di sicurezza che di terrore; questa forma di attaccamento è all’origine del trauma complesso e dei disturbi dissociativi (Brown and Elliot, 2018).

MALATO IMMAGINARIO?

PSICOSOMATICA

Capita di sentirsi dire dai medici : ” alla luce delle visite e degli esami effettuati, lei non ha niente..sarà psicosomatico

Com’ è possibile, che non emerga nulla, quando in realtà il sintomo rimane: mal di testa, mal di stocamo , vertigine ecc

La medicina psicosomatica si occupa proprio in queste situazioni di confini, in cui fattori organici e psicologici si attivano e si intrecciano.

Occorre comprendere che in questi disturbi “senza causa“, esiste una componente di tipo psico emotivo. Non significa che sia l’unico motivo, ma alcuni stati di tensione psichica e di conflitto interiore o relazionale, attraverso il sistema neuro-immuno-endocrino, possono influenzare la funzionalità di alcuni organi o apparati.

Molte persone tendono ad ignorare i sintomi, una volta che visite ed esami abbiano appurato che non c’è nulla di patologico.

Ma si tratta di un errore.

  • Innanzitutto perché il fatto che non ci sia una spiegazione clinica ai sintomi non significa che non vi sia una causa, magari nascosta di natura psichico ambientale.
  • Infatti la presenza di sintomi indica che, comunque, il corpo è in difficoltà.
  • Fare finta di niente quindi rischia di peggiorare la situazione, sottoponendo l’organismo a una notevole stress e ponendo le basi per una maggiore organicità dei sintomi stessi. 

 Si ricorda che l’atteggiamento “del far finta” può essere, in diversi casi, la vera causa del sintomo, che vuole esprimere, con la sua presenza, la ribellione dell’intera nostra persona a un modo molto innaturale di trattare se stessi, oltre che irrispettoso dei propri limiti e caratteristiche.

Per uscire da questa situazione bisogna innanzitutto legittimarsi.

Il disturbo esiste, non è un’invenzione. Bisogna trovare il modo di curarlo, il fatto che le visite e gli esami non abbiano evidenziato nulla, significa che non c’è un danno organico .

Infatti esistono sintomi, che derivano da alterazioni funzionali spesso dovute a un sistema nervoso, immunitario e endocrino che lavorano al limite della norma, per così dire “al confine”.

Quindi basta poco per produrre dei sintomi ma anche per farli passare, in modo intermittente. In pratica ci sono situazioni in cui, finché un sintomo si manifesti, non occorre una causa riconoscibile.

Fondamentale riconoscerlo per avere una visione obiettiva della propria situazione.

Tali problematiche psichiche possono riguardare situazioni di vita specifiche: la coppia, relazioni parentali o amicali, oppure il rapporto con lo stile di vita, il lavoro. Possono scegliere nel corpo e alterare la funzione di un organo.

Possano usare lo schema simbolico racchiuse in quell’organo in quella funzione per dare forma al problema che viene trascurato.

LOMBOSCIATALGIA: Cosa fare?

LOMBOSCIATALGIA

Il dolore lombare è un gemito, a volte è un grido.

Una parte di noi che non riesce più a sostenere a sopportare qualcosa: un lavoro troppo pesante, una situazione problematica di tipo esistenziale, familiare, lavorativo a cui non ci si sottrae, di solito per un rigido senso del dovere o per un’incapacità di dire di “no”.

La tendenza a sottoporsi a sforzi eccessivi si associa spesso alla scarsa conoscenza dei propri limiti e a un abuso delle proprie risorse.

Vi è una percezione alterata delle forze, un atteggiamento portato al sacrificio basato anche sul senso del dovere eccessivo.

Il bel noto colpo della strega nasce da due possibili situazioni: un movimento maldestro in un momento in cui ci si dovrebbe fermare, nel secondo caso uno sforzo eccessivo, il sollevamento di peso, un insopportabile carico di responsabilità di cui non ci liberiamo per eccesso di zelo o di dovere.

La discopatia segue proprio un periodo di rigida e talora testarda sopportazione di eventi affrontati senza elasticità.

Il disco schiacciato (degenerazione discale) o che esce dalla sua sede (ernia) esprime la difficoltà a usare la flessibilità e l’adattamento. In generale, questo atteggiamento va a scapito del piacere. La libido si blocca nelle radici nervose deputati alla sessualità che escono in parte  proprio dalle ultime vertebre lombari.

Altre volte alla base del colpo della strega è presente una visione moralistica dell’eros. Le fantasie le pulsioni, per cui si cerca di difendersi con la contrattura dei muscoli lombari. Può essere anche un tentativo di controllare o gestire l’attrazione sessuale, per bloccare sul nascere una fantasia di tradimento.

Cosa fare?

Va cambiato l’atteggiamento: meno rigidità uguale meno sofferenza

1. Iniziare a rallentare.

2. È importante ricordare che il dolore non va eliminato con i farmaci, prima di sapere di che cosa si tratta,

L’ intervento principale sta nel modificare qualcosa nelle proprie abitudini la lombosciatalgia chiede di fermarsi quantomeno di rallentare: nei ritmi oppure nei modi, in uno o più ambiti deve vivere.

Assecondiamo tale suggerimento, individuando che cosa ci sta sovraccaricando negli ultimi tempi a che cosa vorremmo intimamente sottrarci.

3. Cerca il piacere. 

Vanno ritrovate delle parole chiavi: il rispetto e la complicità con se stessi, che nascono dalla conoscenza reale dei propri limiti e risorse.

Tuttavia, è necessario familiarizzare:

anche con le azioni semplicemente piacevoli, dimenticate, sganciate dall’utilità dalla produttività sociale e familiare.

IPERTENSIONE

IPERTENSIONE.

 IL SANGUE CHE PREME 

Un controllo mentale eccessivo mette l’organismo in una condizione di pressione interna. Il sangue, simbolo per eccellenza delle passioni, si fa portavoce.

LA PERSONALITA’ DELL’IPERTESO

Tutto o niente, senza sfumature: una modalità che porta in zona rischio.

Le persone ipertese hanno almeno tre fra le seguenti caratteristiche:

  • Tendono a un attivismo continuo,
  • Reagiscono con l’azione alle difficoltà della vita e ai problemi psicologici
  • Sono legate ad aspetti pragmatici e concreti dell’agire

In generale gli ipertesi tendono a nascondere le proprie emozioni:

Cercano di non commuoversi anche quando sono da sole.

Nei rapporti affettivi si aprono completamente oppure si chiudono totalmente: la modalità tutto niente si presenta anche quando cambiano idea su persone e situazioni.

Spesso l’iperteso testimonia un approccio maschile alla realtà, (intesa in senso simbolico, ricordando che tutti abbiamo una parte maschile e femminile). Predilige l’attività alla passività e appare come un soggetto sanguigno.

La parola chiave per comprendere la dimensione simbolica dell’ipertensione è controllo, meglio ancora ipercontrollo.