pessimismo

Come superare il pessimismo

 Come superare il pessimismo patologico

“E’ andata male ieri, quindi andrà male domani” è il ragionamento di chi vede sempre tutto nero. Un’idea che condiziona la vita e la peggiora nettamente.

Scopriamo come rompere l’incantesimo

Il pessimismo non  funziona: non propone niente di risolutivo, non aiuta ad attingere alle risorse disponibili, si oppone a peso morto ai tentativi di cambiamento.

 Ma non solo: si presenta come ideologia latente della persona, segue come un’ombra le sue azioni, le influenza in modo negativo e poi spinge a trarre le solite,fallimentari conclusioni. Naturalmente esiste anche un pessimismo creativo: letteratura e cinema utilizzano spesso una visione negativa della vita. Tanto che viene da pensare che sia una delle manifestazioni essenziali del pensiero umano

Il pessimismo esiste da quando esiste la coscienza, perciò dobbiamo dedurre che funziona come elemento necessario per lo sviluppo del pensiero autonomo e della consapevolezza. Tuttavia, oltre a questo pessimismo naturale ne esiste un altro, molto meno filosofico.

 Anzi, è altamente distruttivo e rischia davvero di rovinare l’esistenza di chi lo produce ovviamente senza che ve ne sia consapevolezza. Parliamo di quella matassa di pensieri fallimentari e svilenti che, rigorosamente, invade la mente di alcune persone nel momento  in cui qualcosa della vita non va per il verso giusto.

Non è quindi una filosofia di vita, né una visione del mondo, bensì l’invasione da parte di un flusso di conclusioni che ruotano intorno al concetto grezzo e acritico, di “fallimento totale”. La persona viene lasciata dal partner oppure è un momento difficile della coppia? Ecco subito aprirsi in automatico, un ventaglio di pensieri : “la mia vita è finita,… non sarò mai capace di avere una relazione,.. sono io ad essere sbagliato, fallito in tutto”. La persona va incontro a una crisi  lavorativa o anche un semplice errore professionale. Ecco ripartire lo stesso ventaglio. Il pensiero: “ho fallito in tutto” .

  •  Il disfattista trae una conclusione sul passato sul presente: tutto quello che si è fatto non è servito a niente, non è andato bene, non ho alcuna chance di riscatto. La sensazione di fallimento non è relegata all’ambito in cui ci si trova in difficoltà, ma a tutti gli ambiti la singola crisi, singola battuta d’arresto riverberano sull’intero valore della persona.
  • Il disfattismo banalizza il passato, annienta il presente, impedisce il futuro, coinvolge tutto e trascina tutto nel baratro. Chi lo vive ne viene stravolto, resta immobilizzato, avendo ogni volta, la sensazione globale che è stato “tutto inutile”. Si potrebbe dire che il pessimismo diventa patologico quando influenza in modo così decisivo i momenti di difficoltà.
  • Il pessimismo normale infatti non paralizza, certamente ostacola, rende le azioni più farraginose, ma permette comunque di fare tentativi, sebbene senza entusiasmo. Il pessimismo patologico invece blocca con forza.
  • La persona, invasa dal flusso di pensieri, non può realmente affrontare la vera difficoltà.  Quindi ogni crisi e  difficoltà diventano ancora più grandi.
  1.  Affrontare la vita.

È dunque necessario provare a liberarsi da questa pesante zavorra che condiziona l’esistenza. Il primo passo è sicuramente quello di chiedersi se, per caso, dietro tutta questa negatività non vi sia proprio la paura di crescere, di affrontare la vita è di prendersi la reale responsabilità della propria trama e quindi, al contempo, se non vi sia un’infantile non accettazione della vita nelle sue varie, complicate manifestazioni.

Dire che è tutto finito, in fondo è più facile rispetto all’affrontare le crisi a viso aperto.

Può essere giunto il momento di iniziare a vivere e a smettere di nascondersi nella tana delle disfattismo. Il vaccino al pessimismo è accorgersi che tutto è ancora possibile. Purtroppo il pessimismo, soprattutto quello intenso è contagioso per chi ci vive accanto, si rischia di convincere qualcuno di creare  un’atmosfera negativa .

2. Esci dal “  bianco e nero”.  Chi di fronte al fallimento o una crisi, sviluppa un  grande pessimismo patologico, che non gli fa vedere eventuali problemi. Occorre uscire dalla visione dualistica,  dall’alternanza tra i due estremi. Stai nella realtà della sua mutevolezza, altrimenti non potrai mai affrontarla al meglio delle tua possibilità. Le visioni statiche ti limitano, perché la vita si nutre di imprevisto.

 Per superare tutta questa negatività, che spesso è il timore del nuovo, occorre ritrovare, giorno per giorno, il filo della propria trama e il piacere della scoperta. Quando allontani alcune frasi il cervello apri le finestre e fai scorrere aria nuova: frasi autosvilenti: sono” un fallimento totale”; “non riesco a far andare bene niente” “sono io essere sbagliato”.

Frasi sfiduciate: “ciò provato ma non funziona e non funzionerà mai. Ma chi potrà mai interessare?”

Frasi apocalittiche: “è tutto finito ormai non c’è più niente da fare. Le possibilità sono esaurite”.

 Frasi rassegnate:” Non potrà che andar male; a me le cose non possono andare bene. Certe cose non possono cambiare.”

3.  Per evitare di essere attaccato da questi pensieri. Occorre astenersi dal recitare il proprio dolore. Spesso il pessimismo acuto porta con se aspetti di autocompiacimento,  ci si atteggia in modo teatrale quasi si stesse interpretando la parte drammatica. Così si trasforma un momento parziale di difficoltà in un’identità fissa. Evitiamo di crogiolarci, perché potenziamo il pessimismo ricreando un attaccamento proprio verso i pensieri che ci trascinano in giù. Scegliere libri e film di tipi diversi, spesso senza accorgercene privilegiamo lettura impronta nichilista e film drammatici. Sebbene espresse artisticamente, entro in noi. Diversifichiamo la scelta. Frequentate persone costruttive. Per un buon equilibrio psichico, se siamo tendenzialmente pessimisti. La frequentazione dovrebbero prevedere una buona percentuale di persone dall’ aspetto costruttivo, il cui rapporto con la realtà è ben presente e c’è fiducia nel futuro.

Psicodiagnosi

L’importanza di una diagnosi accurata per iniziare una psicoterapia

Una diagnosi accurata per iniziare una  Psicoterapia.

 

Prima di intraprendere qualsiasi trattamento terapeutico o di sostegno è importante capire con accuratezza la natura del problema presentato dal paziente.

Per questo motivo i primi colloqui sono finalizzati ad una valutazione psicodiagnostica. Quindi, alla raccolta di informazioni sia sulla storia personale e medica, sia sulla sintomatologia di chi richiede l’intervento terapeutico.

L’obiettivo della diagnosi non è quello di dare un’etichetta alla problematica portata dal cliente.

La diagnosi serve per capire le aree di potenzialità della persona, fare più chiarezza e aver diretto accesso alle sue risorse e con lui poter decidere quale intervento sia il più indicato.

Un corretto processo di valutazione, quindi, prevede la formulazione di una diagnosi da parte del clinico, ossia l’identificazione del disturbo di cui soffre il paziente.

  1. La psicodiagnosi serve tanto allo psicologo che al cliente perché permette di comprendere meglio la totalità della persona. In tutta la sua complessità: nei suoi punti di forza, risorse, aree problematiche e deficit.
  • L’obiettivo della psicodiagnosi è quello di avere una visione globale della personalità del paziente, per orientarsi più facilmente nel suo mondo interiore.
  • Volendo fare un paragone sarebbe come camminare per una città dopo averne studiato la mappa. Lo sforzo diagnostico è quello di trovare la terapia utile per quella persona. Non per il sintomo che presenta il cliente ma perché lui è storicamente e strutturalmente organizzato in un certo modo.

 

 2. Un’adeguata valutazione del problema del paziente consente di capire:

  • Il tipo di disturbo presentato e la gravità con cui si manifesta.
  • Quanto la sintomatologia del disturbo interferisce sul funzionamento affettivo, sociale e lavorativo della persona.
  • Se è possibile delineare un programma di trattamento adeguato al problema ed, eventualmente, che tipo di trattamento intraprendere.

 

3. Di solito la conoscenza della propria diagnosi aiuta il paziente a comprendere meglio che cosa sta succedendo e lo rassicura, poiché si rende conto che ciò di cui soffre è un fenomeno circoscritto, conosciuto e curabile.

La formulazione della diagnosi, inoltre, consente al terapeuta di seguire dei protocolli per la cura di quello specifico disturbo, incrementando così la probabilità che il trattamento risulti efficace.
La valutazione psicodiagnostica è un processo complesso dal momento che diversi disturbi possono presentare la medesima sintomatologia.

Lo studio di Psicologia e Psicoterapia della Dott.ssa Gussoni Nicoletta ha messo a punto una procedura di valutazione psicodiagnostica che prevede:

  • un primo colloquio clinico
  • la somministrazione di strumenti psicodiagnostici standardizzati

 

 

depressione tristezza

Esistono metodi rapidi per allontanare i disturbi come ansia, depressione , fobie..?

Ho sempre pensato che la psicoterapia doveva essere la casa del mistero, piuttosto che offrire una serie di ricette o di consigli banali.

 

Molti mi domandano se esistono metodi rapidi per allontanare i disturbi come l’ansia, il panico, l’insonnia ostinata, le paure.

Quanto tempo ci vuole per guarire?

E’ una domanda che ricorre spesso. Per la verità, secondo la mia esperienza, più c’è ostinazione, sforzo di uscire da un disagio e più questo aumenta e si cronicizza. Sembra un paradosso, ma la forza di volontà non serve a niente per guarire i disturbi dell’anima. Anzi spesso li peggiora.

Meglio accettare inizialmente  “ il senso di impotenza”, meglio dire all’ansia ”Fai di me ciò che vuoi”  Questo è lo stato dell’animo più terapeutico.

Prigionieri come siamo dell’io e delle sue proiezioni, del personaggio in cui ci siamo identificati, potrei dire che dentro di noi si compie una sorte di grande inganno.

Il grande inganno si realizza quando recitiamo un personaggio che non ha niente a che vedere con noi stessi, con le nostre aspirazioni, con i nostri desideri, con quello che siamo veramente.

L’anima , questa forza che ci identifica e ci  costruisce giorno dopo giorno , sa la inganniamo non ha risorse per intervenire.

  1. Esempio di inganno ; presentarsi agli altri  in base a come gli altri vogliono o desiderano da m. Un rapporto che stabilisco con me stesso fatto di parole che non sono chiare

Quando le relazioni seguono aspettative e progetti è come se stessimo ripetendo uno schema e finiamo per imbrigliare i nostri comportamenti e quelli dell’altro

La sola domanda da farsi in ogni rapporto :

quali nuove capacità sta facendo emergere in me? Come mi sta aiutando a crescere?

La psicologia dell’aspettativa è malata e ci fa ammalare e blocca lo sviluppo personale

Siamo convinti di sapere in via definitiva chi siamo e dove dobbiamo andare.

In realtà ci trattiamo come robot che devono eseguire un programma prestabilito, quindi il risultato è l’infelicità e l’insorgere di disagi come depressione , ansia e disturbi psicosomatici

La psicologia dell’aspettative si compone di quattro aspetti:

  • le auto definizioni. “ Io sono fatto così..…”
  • L’idea di essere la propria storia: “ sono così perché da piccola è successo che…”
  • Le convinzioni rigide sul mondo e la vita: cosa è giusto e cosa è sbagliato
  • Il progetto di felicità costruito su convinzioni. “Sarò felice quando avrò realizzato i miei modelli”

Spegnere le aspettative esterne non significa cedere al fatalismo o alla rassegnazione.  Al contrario significa affinare i sensi e percepire con lucidità emozioni e desideri . Solo così puoi ascoltarti e scoprire cosa vuoi e cosa fa per te.

  • Trasformare un sintomo in un’immagine, che ci può mostrare come dietro un’ossessione può nascondersi un rito antico.
  • Occorre stare attenti per vedere se nei sintomi non si nasconde un percorso verso la propria individuazione.
  • Vedere l’”altrove” in ogni disturbo, in ogni disagio; questo ci rende unici

 

 

 

depressione e sintomi

La vera origine delle patologie refrattarie alle cure può essere la depressione

Qual è la vera causa delle patologie refrattari alle cure?

Sempre più spesso i medici incontrano patologie refrattari alle cure. In molti casi la vera origine e nascosta è più in profondità: in una depressione.

Qualche decennio fa la depressione si chiamava “esaurimento nervoso” ed era un argomento da tenere nascosto e di cui vergognarsi. Negli ultimi vent’anni sono state così tante persone famose che ha dichiarato di soffrirmi o di averne sofferto, e sono state così tante anche le opere letterarie, cinematografiche  che ne hanno parlato. Non è più tabù e per certi aspetti, non fa più così paura.

  • Il problema attuale, semmai, oggi oltre alle sue forme classiche riconosciute dalla psichiatria e dalla psicologia, sempre di più la depressione si esprime con sintomi psichici e fisici che in apparenza, non centrano nulla con le sue tipiche manifestazioni. Una maschera attiva.
  • La depressione è sempre più diffusa a causa di stili di vita innaturali e di scelte non autentiche.
  • Quindi una cefalea frequente, colon irritabile, una gastrite, una lombalgia intensa e persistente costituiscono attualmente non più e non solo una maschera passiva dietro cui la depressione si nasconde. In quanto non riconosciuta o non accettata, ma una maschera attiva grazie alla quale la depressione trova modi nuovi di lanciare il suo allarme.
  • Mandando i suoi messaggi, seppure nell’alfabeto simbolico del corpo, non facilmente leggibile. Lo confermano le psicoterapie a indirizzo psicosomatico, durante il quale lo psicoterapeuta si accorge che il paziente, sempre più spesso, esprime u vissuto depressivo dietro un sintomo insospettabile.
  • Parlare di questo vissuto attraverso le chiavi di lettura che il sintomo offre e molto più proficuo e ci consente di affrontare in modo più ampio e concreto di tanti sintomi psichici e fisici che oggi, pur non essendo gravi, non guariscono, o fanno molto più fatica del previsto a guarire.
  • Una parte della medicina ufficiale, poco aperta alle simbolizzazioni del corpo e della psiche, non riesce in effetti a dare spiegazioni esaustive nel motivo. Per cui la cefalea di alcune persone non passa con nessun farmaco,  alcuni pazienti  con disturbo ossessivo compulsivo non rispondono agli psicofarmaci specifici.
  • Questi sintomi non passano perché non sono considerati per ciò che sono: una depressione. Una depressione che parla col linguaggio della cefalea, della fibromialgia   o della artrite reumatoide, ma sempre una depressione. Finché non le si darà voce, non si lascerà trattare.
  • Quindi, di fronte a sintomi che patologie refrattarie alle terapie chi di solito funzionano, dobbiamo pensare che, ci sia un problema depressivo: un lutto, una separazioni, una perdita di senso o di identità, un blocco nello sviluppo psicologico, un’implosione energetica, una prolungata mancanza di entusiasmo e di passioni.
  • Pur restando sotto controllo medico cerchiamo di affrontare in modo più ampio la cura di questi sintomi, aggiungendo con l’aiuto di qualche esperto riflessioni e domande agli stessi che finora non ci siamo mai fatti.
  • In fondo fare psicosomatica significa ascoltarsi di più, volendosi più bene. Guarda il sintomo con un occhio attento al più profondo.
  • Osservarsi di più in questa cultura del funzionalismo esasperato in cui si è sviluppata la tendenza inconscia di affidare ai sintomi soprattutto fisici l’espressione di sofferenze e conflitti interiori.
  • Quando un sintomo non passa, e a livello diagnostico è già stato tutto appurato, cerca di capire se nel profondo se ti senti triste, demotivata, solo, privo di senso
  • Occorre farsi queste domande quando è insorto il sintomo? Che cosa ti impedisce di fare? Che cosa ti obbliga a fare? Che emozione suscitata? Quali sogni particolari in questo periodo?
  • Prova a rispondere a queste domande, anche più volte: è già una forma di cura e dà indicazioni preziose su qualcosa di nuovo da fare e su conflitti da sbloccare e può contribuire a rendere superfluo il sintomo.
  • Riconoscere i simboli. Un passo importante verso la cura o il miglioramento dei sintomi
  • Per provare a codificare simboli che sta esprimendo. Sono utili delle letture di psicosomatica oppure un  inconsulto con esperto in questa materia. Le riflessioni che posso scaturire possono essere di grande aiuto per rendere consapevole una crisi depressiva e provare a risolverla. I disturbi esprimono il dolore dell’anima: se non trova spazio può annidarsi nel corpo.

 

tristezza

Come affrontare la Tristezza

Come affrontare la tristezza?

  •  La tristezza bussa forte solo se non la fai entrare
  •  Cosa ci impedisce di stare bene con noi stessi?

Due cose:

  • l’idea che qualcosa di noi non vada bene e  vada eliminato e il passato che diventa un fardello inutile.

Guarda i bambini, I più grandi maestri che abbiamo: ora piangono e un minuto dopo ridono. Ciò che siamo è misterioso, una parte di noi è nella luce e un’altra è immersa nel buio spesso ci sentiamo avvolti nella nebbia. Non c’è niente di sbagliato in questo: solo dal buio posso venire  cose nuove , come dalle radici dell’albero, che sono nascoste nel buio.

  • Quindi non colpevolizziamoci, se a volte siamo un mistero: ognuno ha il suo destino e voler somigliare a chi ci appare sempre coerente, uniforme, sicuro di sé è un errore di prospettiva.
  • Nessuno è così, se non per brevi periodi. Spesso ci sono periodi in cui siamo meno creativi e ricchi, a volte siamo tristi. Gli antichi romani avevano un Dio: Giano bifronte.
  • Un Dio importantissimo, si erigevano templi per lui. Questo dio aveva due volti. Sono triste? Sono allegro!  Un lato visibile, e l’altro identico si svolgeva invece nell’invisibile. 2000 anni prima che scoprissimo inconscio, I romani lo conoscevano perfettamente. Ecco cosa ci dice  Giano: “devi vedere i due volti. Se ce ne fosse solo uno, saresti finito, ridotto a una cosa,  a  un oggetto. Se sei vivo e perché ci sono entrambi
  • Se accogliamo la tristezza come una sorella: “stai un po’ qui , raccontami le tue storie”.Arriverà presto anche la sua gemella: la gioia.
  • L’anima è discontinua. Si presenta come flash. Se qualcosa torna spesso, è perché continua a bussare. Se sopporti, tieni duro, ma non accogli.
  • Accogliere la tristezza è immergersi nel silenzio che è  trasmutativo . Se torna sempre la tristezza è perché non vediamo le forze del mutamento che operano dentro di noi.
  • Ci stiamo trasformando, il nuovo zampilla come da una sorgente, ma non lo vediamo. Siamo fissati  sulle idee. Prima fra tutte le idee del passato.
  • Siamo un prodotto della vita che continuamente muta, e noi con lei. Gettiamo via quel fardello doloroso a cui siamo tanto affezionati  e che chiamiamo esperienza.
psicosomatica

I sintomi vogliono da noi una sola cosa: che smettiamo di trattarci male.

I sintomi vogliono da noi una sola cosa: che smettiamo di trattarci male.

Un attacco di panico o di colite, febbre o nausea improvvise e violente, una dermatite, un’emicrania: non arrivano a caso, ma quando stiamo tirando troppo la corda in una sola direzione, loro la allentano.

Ci sono momenti nei quali non sappiamo più dove mettere tutta la tensione che abbiamo dentro: rabbia, aggressività, rancore, ma anche esaltazione, fantasie, vergogna, paura, terrore, insicurezza.

Sintomi e malattie, non gravissime, arrivano proprio per canalizzare queste emozioni e per aiutarci a non andare incontro a guai peggiori. Un attacco di panico o un attacco colitico, ad esempio, possono esprimere la stessa esigenza di “buttare fuori “con forza, una tensione interna che aveva bisogno di trovare una via di fuga.

La psicosomatica ha da tempo messo in luce che dentro di noi, c’è una corrente di conversione continua che sposta sul piano corporeo quei contenuti psichici ad alta tonalità (emozioni, tensioni, conflitti, squilibri) che non riescono a essere elaborati dalla mente e dalla psiche. Attraverso il sistema neuro-immuno-endocrino l’energia in eccesso si condensa in sintomi che le permettono di prendere forma e di sfogarsi, mantenendo l’equilibrio psicofisico.

La psicosomatica ha ampliato e approfondito il possibile ruolo e significato della malattia, e ha compreso l’importanza dei sintomo psichici.

  • Nei bambini piccoli senza saperlo usano l’intero corpo come se fosse un cervello, utilizzando organi e tessuti come se fossero funzioni psichiche e mentali, in grado di elaborare, di far vivere quel determinato vissuto problematico, troppo grande per le capacità mentali del momento.
  • Molte dermatiti della prima infanzia, ad esempio, mantengono l’equilibrio psicofisico del bambino nei momenti di insicurezza e di tensione, permettendogli di dar voce, in chiave simbolica, al suo problema.
  • Con la crescita diventa meno evidente, ma si mantiene intatta e quando serve, entra in azione. Spesso ci esponiamo a situazioni per le quali pensiamo di essere equipaggiate (decisioni improvvise, litigi, cambiamenti) ma ecco iniziare le difficoltà: l’emotività, i dubbi, i rimpianti, il sentirsi in colpa, la rabbia ci fanno vacillare.
  • Un sintomo arriva e attrae tutta la nostra attenzione, alleggerisce la tensione interna , con il suo dolore o bruciore o prurito “urla” quello che abbiamo dentro. Senza scompensare il nostro equilibrio complessivo.
  • Se di fronte a situazioni importanti diventiamo sempre più sintomatici, dobbiamo dedurre che tendiamo a sottovalutare le contrarietà, le paure, le resistenze, le ferite che ci portiamo dietro.
  • La loro comparsa invita a non sottoporci a troppa fatica, a troppe responsabilità, a esprimere le contrarietà e ad essere consapevoli delle proprie emozioni.
  • I sintomi ci avvisano che dobbiamo avere più rispetto per il nostro mondo interiore. Possiamo sviluppare un atteggiamento più consapevole verso i sintomi che ci colpiscono. Devono certo essere curati, ma l’atteggiamento dello schiacciarli senza ascoltarli fa sì che, ad ogni occasione, debbano aumentare di intensità o cambiare sede. Il sintomo porta con sé un messaggio che arriva dalle sagge profondità biologiche del nostro essere, deve essere ascoltato e, se possibile, tradotto in un atteggiamento pratico, a vantaggio della qualità della vita e delle relazioni.
  • L’identità è una percezione dinamica in continuo cambiamento. Quindi questi sintomi costituiscono uno strumento prezioso per tenerci aggiornati su ciò che siamo oggi, su quello che oggi possiamo o non possiamo fare, su ciò che ci interessa oppure no. Provenendo da milioni di anni di evoluzione, ci parlano della nostra identità attuale. Ascoltarli significa rinforzarla e proteggerla.

In che modo i disturbi ci salvano dai conflitti interni?

  • Attacchi colitici : svolgono le funzioni di sfogo immediato di emozioni molto intense, soprattutto negative, paura , rabbia, forte contrarietà e senso di vergogna. Le scariche permettono un subitaneo riequilibrio psichico
  • Reflusso gastro-esofageo: quando ogni giorno ci sono troppe cose che ci contrariano, il reflusso si fa carico di esprimere quel di più che rischierebbe di farci dire cose gravi che potrebbero ritorcersi contro di noi.
  • Sindromi febbrili: quando un sovraccarico emotivo, magari associato a notevole stress fisico, rischia di mandarci in tilt, febbre alta e spossatezza ci difendono, fermandoci e permettendoci di far calare la tensione.
  • Attacco di panico : a volte è l’unica opzione per ridurre drasticamente l’accumulo di energie e di emozioni che altrimenti potrebbe creare patologie fisiche o sintomi psicotici.
  • Cefalea ed emicrania: interviene come supporto quando la mente è troppo carica di emozioni, pensieri e preoccupazioni. Non a caso spesso alcuni mal di testa insorgono in seguito a degli stress psico –
  • Nausea e vomito: non associati a problemi organici si incaricano di esprimere il rifiuto viscerale verso una situazione relazionale percepita come indigeribile, inaccettabile. Ci fanno resistere ancora un pò, ma dovremo cedere.
  • Bronchite acuta: si convoglia il bisogno di staccarsi dalla realtà per elaborare le difficoltà che stiamo incontrando nelle relazioni, e che non sono chiare neanche a noi

 

Benessere

Maggior benessere migliorando la comunicazione con se stessi e con gli altri

I livello di benessere  interiormente è il risultato del nostro modo di comunicare.

 

  1. Quel che facciamo nel corso dell’esistenza è determinato dal nostro modo di comunicare. Nel mondo moderno, la qualità della vita è tutt’uno con la qualità delle comunicazioni.

Tutti noi produciamo due forme di comunicazione che plasmano le nostre esperienze esistenziali.

  • In primo luogo ci dedichiamo a comunicazioni interne. Sono le cose che immaginiamo, diciamo e sentiamo nel nostro intimo, quel che pensiamo e diciamo a noi stessi.
  • In secondo luogo sperimentiamo comunicazioni esterne: parole, tonalità, espressioni facciali, azioni fisiche.

2) Comunicazione è potere che significa alla lettera “facoltà d’agire”.

  • Quelli che hanno imparato a servirsene in maniera efficace possono mutare la propria esperienza del mondo e l’esperienza che il mondo di loro.
  • Non c’è comportamento e sentimento che non abbia le proprie radici in una forma di comunicazione.
  • Ogni comunicazione è un’azione, una causa che produce effetti. E ha qualche conseguenza per noi e per gli altri.

Un attento esame ci rivela che la dote massima di cui dispongono gli individui di successo consiste nella loro capacità di decidersi all’azione.

3) I livello di successo cui si perviene interiormente, felicità , gioia ecc, è il risultato del nostro modo di comunicare. Infatti  è la nostra interpretazione di quel che ci accade che determina come ci sentiamo.

  • La maggior parte di noi considera i propri stati d’animo e i propri pensieri alla stregua di cose che sfuggono al nostro controllo.
  • La verità è che si può controllare la propria attività mentale e i propri comportamenti. E’ un potere di cui possiamo riappropriarci, mutando immediatamente la nostra esperienza del mondo

 ES: Depressione

Occorre tener presenti che emozioni come la depressione non accadono ma li  creiamo mediante specifiche azioni mentali e fisiche. Per essere depressi bisogna dirsi certe cose con il tono di voce appropriato, bisogna far proprio un atteggiamento somatico e un modo di respirare specifici.

  • Ci sono individui che ne ricavano vantaggi secondari come attenzione simpatia ecc.  Questo stile di comunicazione diventa la loro condizione esistenziale naturale anche se inefficace.

Dal nostro livello di padronanza della comunicazione col nostro mondo interiore e con il mondo esterno. Dipenderà il livello del proprio successo con gli altri e sul piano personale, emozionale, sociale e finanziario

 

separazioni

Come riconoscere la “Sindrome di alienazione parentale” o ” P.A.S.

Come riconoscere la” sindrome di alienazione parentale” o ” P.A.S”e come aiutare i propri figli.

Le osservazioni ed i colloqui clinici, in una perizia psicologica, permetto di  evidenziare  la presenza di   elementi di  Pas (Parental Alienation Syndrome).

Riferimento diagnostico preciso, il termine PAS può essere utilizzato come termine appropriatamente descrittivo e classificatorio.

Iidentificato  scientificamente  da Gardner  come “sindrome di alienazione genitoriale” o “PAS” (Parental Alienation Syndrome)  che consiste nel fatto che solo uno dei partner è considerato responsabile del fallimento  e/o della crisi di coppia e che pertanto nei suoi confronti vengono messe in atto, in modo conscio ed inconscio, tutta una serie di manovre per impedirgli lo svolgimento del ruolo genitoriale.

La sua principale manifestazione e’ la campagna di denigrazione assunta e compiuta dal figlio nei confronti di  un genitore, una campagna che non ha giustificazione né appoggio su fatti concreti.

Essa deriva dalla svalutazione da parte di uno dei genitore, che fornisce gli elementi di  squalifica al figlio per una sistematica denigrazione del genitore .

Si chiarisce quindi che la PAS non può essere sinonimo solo di “lavaggio del cervello”, ma di collaborazione,  in quanto l’elemento chiave appare il personale contributo del figlio alla colpevolizzazione del genitore.

La PAS è caratterizzata da un gruppo di sintomi che di solito sono manifestati   dal  figlio.

Questi includono:

1-  Una campagna di denigrazione, assunta dal bambino .

Per es: Le espressioni e le decisioni di allontanamento  descrivono come il bambino faccia propria e sostenga la critica verso un genitore.

2-  Razionalizzazioni deboli, assurde o futili per spiegare la denigrazione. Motivazioni illogiche, insensate e superficiali

Per es:  negare  elementi di rapporto positivo tra sé e il genitore, anche riferiti al passato e all’esperienze recenti .

3-  Mancanza di ambivalenza, ovvero il genitore assente è descritto come “tutto negativo”, quello presente come “tutto positivo”.

Questa polarizzazione degli affetti e dei comportamenti non può essere considerata una valida proposta educativa, infatti può trasformarsi in un giudizio  estremamente categorico verso la realtà e verso e relazioni, e diventa sempre più difficile poter introdurre elementi di autocritica ed, ancora di più, esprimere, giudizi sereni rispetto allead aspetti criticabili della madre, o positivi verso il padre.

4-Estensione dell’ ostilità alla famiglia allargata ed agli amici del genitore alienato.

 5- Scenari presi a prestito, ovvero affermazioni confezionate che non possono venire direttamente dal figlio, ma risultano mutuati, con termini e circostanze, da altri e non frutto delle esperienze dirette.

Per Es:  non parla di sé quanto dei problemi pendenti tra madre e padre

6- Fenomeno del pensatore indipendente, ovvero la pretesa di aver elaborato da solo i termini della denigrazione, senza il contributo del genitore alienante.

7- Assenza del senso di colpa

Per Es: Dimostrare  e cercare di apparire pervicacemente convinto delle proprie ragioni.

La presenza di questi elementi  e quindi di un fenomeno dispercettivo in termini di realtà, richiede presa di coscienza e consapevolezza, innanzitutto da entrambi le parti. Necessita inoltre di attenta guida da parte degli operatori che intervengono sul caso, coniugata in particolare all’ affiancamento ed ascolto da parte di uno psicoterapeuta infantile esperto.

Pertanto solo una rete integrata di interventi a più livelli appare poter consentire lo sblocco di una situazione che appare gravemente dannosa per lo sviluppo psico-affettivo di un bambino.

 

 

 

psicosomatica

Quando trattenere troppo, emozioni o stati d’animo, fa ammalare

Quando il trattenere emozioni o sentimenti  fa ammalare

 

Ipertensione, dermatite, cefalea hanno un tratto in comune; una diffusa tendenza a trattenere emozioni o sentimenti considerati sconvenienti.

Prima che diventi una patologia psichica o fisica, c’è un periodo nel quale si manifestano sintomi transitori che suonano come campanelli d’allarme.

Se li ascoltiamo nel modo giusto e cambiamo di conseguenza atteggiamento, ci danno la possibilità di evitare la malattia:

  • Il sistema nervoso sovraccarico di energia, anche di contenuti inespressi, al punto che qualsiasi altra richiesta gli suona come inopportuna
  • Tutta la vita che non riesce a emergere implode su se stessa, dando una sensazione di spossatezza ed un lieve atteggiamento depressivo.
  • Difficoltà ad addormentarsi. Poiché anche solo inconsciamente, percepiamo di non aver veramente vissuto durante il giorno. non vogliamo cedere alla notte per esprimere almeno qualcosa di noi.

E’ significativo il fatto che il 95% delle ipertensioni arteriose venga chiamato, dalla medicina ufficiale , ipertensione essenziale, che significa assenza di una causa organica evidente.

A parte i casi legati all’ereditarietà,  si può far riferimento al fatto che l’essenza della persona “non esce”, non ha spazio nel quotidiano. Il soggetto magari vive molto intensamente ma una parte importante della sua natura non si manifesta.

A rimanere trattenute possono essere

  • Innanzitutto emozioni; rabbia, gioia, commozione
  • Sentimenti: d’ amore, d’affetto e d’odio,
  • Anche opinioni, contrarietà, rifiuto, progetti, desideri e fantasie e la spontaneità

Ma perché molti si trattengono così tanto ?

Paradossalmente la causa principale sembra risiedere proprio nell’eccesso di comunicazione.

Infatti tutta questa possibilità espressiva “nell’epoca delle chat e dei social”, impedisce di selezionare nel modo migliore le cose che sono veramente  da dire.

L’importanza attribuita all’immagine di se, è diventata così prioritaria che molti, a costo dimostrarsi nel modo socialmente più accettabile, finiscono per rimuovere dalle relazioni gli aspetti, seppure importanti, che potrebbero intaccarla.

La persona trattenuta non è una che non parla o che ha una scarsa vita di relazione.

Il  problema risiede principalmente nel non accorgersi di mettere in atto questo comportamento.

E’ ad esempio, il caso di una donna che trattiene la sua libido: energia legata al piacere , dell’entusiasmo e della soddisfazione.In nome di obiettivi di carriere da raggiungere a ogni costo per qualche forma di narcisismo, oppure in nome di una dedizione totale alla famiglia, per un arcaico ma ancora attuale atteggiamento sacrificale.

Questa donna sta trattenendo gran parte della sua energia vitale che riguarda se stessa, cioè la parte che esprime la sua natura, la sua essenza, la sua tendenza a divenire e a evolversi, e che avrebbe la necessità di esprimersi.

  1. Come intervenire, non bisogna stressarsi più di quanto già non lo si è. Non occorre aumentare la quantità di comunicazione.
  2. E’ fondamentale invece iniziare ad ascoltarsi meglio, nell’interiorità e nel corpo. Per sentire se dentro di noi vi sia una tensione, una pressione, un borbottio, come metafora la pentola di fagioli che bolle sul fuoco oppure una marcata insofferenza, una scontentezza cronica.
  3. Cercare di leggerla , cioè capire da dove arrivi, quale parte di noi sta cercando di farsi largo attraverso la coltre di negazione dentro la quale l’abbiamo avvolta.
  1. Se avete difficoltà a individuare la parte di sé trattenuta. Fondamentale è l’ interpretazione dei segni, psichici e fisici,anche con l’aiuto di una psicoterapia, che spontaneamente si manifestano. Sono, al contempo sia dei surrogati della parte non vissuta sia delle richieste di attenzione di questa parte che non vuole essere trascurata.
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Come affrontare una consulenza tecnica nelle separazioni

Consulenze tecniche nelle separazioni

L’IMPORTANZA DEL COLLOQUIO

Per quanto concerne la parte individuale con ciascun genitore viene utilizzato come strumento di indagine l’ascolto diretto delle persone coinvolte.

  • Il colloquio è lo strumento principe di qualsiasi consultazione e indagine (A.Semi, Tecnica del colloquio, 1993) .
  • Il colloquio dunque può essere definito “un particolare tipo di strumento caratterizzato da uno scambio verbale in una situazione dinamica di interazioni che permetta lo svilupparsi di un processo di conoscenza”.
  • Per facilitare la comunicazione e il processo di conoscenza il conduttore oltre a usare tecniche non direttive, deve esimersi da qualsiasi forma di giudizio al fine di non dare nulla per scontato
  •  Lo strumento del colloquio  permette l’ascolto diretto degli attori coinvolti e il conseguente processo di conoscenza degli elementi, che sono stati raccolti nelle diverse attività esplicate, riportati al fine di poter rispondere al quesito demandato dal giudice e in particolare alla conoscenza dei minori, alla cornice di dinamiche familiari nelle quali sono coinvolti e la rappresentazione mentale e reale che ogni genitore ha dei propri figli.
  • Attraverso il colloquio si cerca di arrivare alla raccolta di elementi che possano fornire aspetti valutativi delle dinamiche relazionali; il paradigma sistemico relazionale sostiene infatti, in base a molte ricerche effettuate in tal senso, l’importanza di comprendere ciò che avviene nelle famiglie separate, ovvero la co-costruzione di dinamiche triangolari.
  • Nei colloqui individuali con gli adulti si possono osservate la capacità o meno di dialogare, l’entità e la modalità attraverso la quale si esprime il conflitto, capacità di negoziali e soprattutto la volontà di ascoltare le ragioni dell’altro. Si ha la possibilità di osservare la reciproca disponibilità all’ascolto e la reciproca valutazione della idoneità genitoriale. Identificando  le modalità educative criticate o apprezzate dell’altro. La disponibilità all’ascolto ci informa anche sulle capacità dei genitori di ascoltare i figli.
  • I colloqui individuali nelle situazioni più conflittuali può essere utilizzato per “evacuare” i contenuti più aspri, le reciproche denigrazioni e accuse prima di cercare di stimolare le parti in causa a riflettere sui problemi irrisolti con le figure genitoriali, che sono stati “trasferiti” sul rapporto coniugale.

L’Utilizzo come “linee guida” di indagine il nuovo strumento di valutazione della competenze genitoriali messo a punto di Camerini, De Leo et al. (2008) non solo  per una pura valutazione della capacità genitoriali,  ma anche per esplorare la relazione genitori figli, all’interno di una cornice teorica ben definita. Tale teoria esplora le capacità relative a tre diverse aree di funzionamento:

a) supporto sociale e capacità organizzativa: capacità di promuovere, accompagnare e sostenere i processi di sviluppo e di socializzazione e di adattamento all’ambiente esterno (coping);

b) protezione: capacità di proteggere e di tutelare il bambino nell’ambiente familiare, scolastico e sociale;

c) calore ed empatia (care): capacità di riconoscere i bisogni emotivi/affettivi del figlio e di fornire i supporti necessari