coppia

Come affrontare le paure e le fobie che compromettono anche la relazione di coppia

Come affrontare le fobie che dominano la vita e rovinano le relazioni di coppia

1)Una percezione del mondo come pericoloso e di se stessi come fragili.

2)Sintomatologia caratterizzata da palpitazioni, sudorazione, sensazioni di soffocamento fino ad arrivare ad attacchi di panico.

Nessuno più dei fobici ha la consapevolezza dei possibili pericoli a cui si è esposti, nessuno più di loro avverte  la fragilità della condizione umana.

  • Si muovono acrobaticamente fra la ricerca di protezione e l’anelito all’autonomia.
  • In conflitto tra un mondo avvertito come pericoloso e il desiderio di essere liberi di esplorarlo da soli, svincolandosi da relazioni protettive.

Caratteristiche dei pazienti forbici che li differenzia da persone inibite poco esplorative, che mantengono assetti di vita fondati sulla dipendenza da altri.

  • Molti dei pazienti soprattutto claustrofobici sono persone indipendenti, insofferenti dei vincoli, amanti dei viaggi, appassionati di sport rischiosi.

 

La terapia  di coppia con i pazienti fobici.

 

Anche la scelta di partner, spesso particolarmente indipendenti, risulterebbe incomprensibile, se non viene contestualizzata.

La loro vita sentimentale, per essere compresa, deve essere contestualizzata nel conflitto tra attaccamento ed esplorazioni che li caratterizza.

 Sebbene capaci di mantenere relazioni a lungo termine, le persone con organizzazione fobica si sentono minacciate dallo stringersi di un legame.

Molti ritardano la costruzione di legami stabili mantenendo a lungo storie superficiali, o relazioni a distanza.

La costruzione del legame amoroso avviene attraverso la danza di avvicinamento e  allontanamento. Quando il legame si stringe si allontanano, fisicamente o psicologicamente, per riavvicinarsi quando il clima si raffredda. Spesso i tradimenti fungono da regolatori delle distanze. Disporre di una figura di riferimento affettivo è essenziale, non sono infatti mai davvero sole, come accade invece alle personalità narcisistiche, ma altrettanto indispensabile e sentirsi liberi da vincoli.

La regolazione delle distanze diventa quindi cruciale e a volte è all’origine di arrangiamenti sentimentali e familiari a volte creativi e rigenerative di risorse, altre volte complessi e fonte di sofferenza.

Legami protettivi, ma anche il coraggio, la curiosità, il desiderio di esplorazione giocano un ruolo centrale. I membri di queste famiglie si sentiranno, o verranno definiti, timorosi, caldi o, al contrario coraggiosi o addirittura temerari.

  • Troveranno persone disposte a proteggerli o si imbatteranno in persone bisognose di sostegno.
  • Si sposeranno con persone fragili, dipendenti, ma anche con individui liberi, talvolta insofferenti dei vincoli.
  • Soffriranno per la loro dipendenza, cercheranno in ogni modo di conquistare l’autonomia.
  • L’ammirazione, il disprezzo, i conflitti, le alleanze, l’amore e l’odio si giocheranno su temi di libertà e indipendenza.

Questo modo di organizzare significati che è stata chiamata semantica della libertà ( Ugazio 1998/2012) crea un ordine morale in cui la libertà, indipendenza, esplorazione sono valori, mentre i legami di attaccamento sono valutati in termini parzialmente negativi, in quanto associati alla dipendenza.

 

Psicoterapia dei sintomi fobici : attacco di panico e ansia

 

Di regola, nell’infanzia, nella fanciullezza e a volte anche nell’adolescenza I soggetti che diventeranno fobici si posizioneranno nel polo meno apprezzato dal suo nucleo, quello dell’attaccamento e della dipendenza.

Molti ricordano in terapia di essere stati bambini molto attaccati soprattutto ai genitori, tutt’altro che entusiasti di frequentare l’asilo nido e la scuola materna. Il forte attaccamento, la difficoltà ad allontanarsi per il bambino dal suo punto di riferimento, risponde di regola allo stato emotivo dell’adulto di riferimento, che spesso ricerca la vicinanza del bambino.

Questo stesso genitore, non diversamente dagli altri membri della famiglia, valorizza i familiari liberi, indipendenti, a volte autosufficienti. Il bambino via via che cresce, si accorge che i suoi comportamenti, che scaturiscono dal suo rapporto con l’adulto a cui è collegato e che fanno di lui un bambino sensibile, prudente, poco esplorativo sono considerati negativamente.

Mantenere la relazione significa quindi per il bambino ricevere una definizione negativa. Deriva dal fatto che la stessa figura principale di attaccamento valorizza i membri della famiglia che hanno un comportamento opposto a quello del bambino. Quindi il bambino inizia a sperimentare che esplorazioni e attaccamento si escludono reciprocamente.

Questo conflitto caratterizzerà la storia del soggetto, sarà elaborato in modi diversi, a volte verrà superato con strategie adattative creative, altre volte sarà alla base dell’esordio sintomatico che spesso irrompe proprio quando i soggetti  cercano di emanciparsi dai legami sentiti come vincolanti.

L’esordio sintomatico fa abortire i tentativi di svincolo da legami avvertiti come limitanti. Ma il soggetto fobico non si arrende e cerca disperatamente di disfarsi dei sintomi per guadagnarsi una posizione nel polo valorizzato della semantica della libertà.

La valorizzazione della libertà è all’origine dell’anticonformismo. Una delle belle qualità delle persone con orientamento fobico.

I pazienti fobici lottano contro i loro sintomi. La cosa che più desiderano è liberarsi dalle paure dagli attacchi di panico  e poter finalmente esplorare, svincolandosi da umilianti relazioni protettive. Temono anche di diventare dipendenti dal terapeuta. L’alleanza può svilupparsi soltanto se la terapia si configura come una base sicura , per l’esplorazione da cui il paziente può avvicinarsi e allontanarsi abbastanza liberamente.

Riconoscono la posizione di aiuto del terapeuta e sono generalmente collaborativi. La volontà di superare i propri sintomi, unitamente alla possibilità di costruire abbastanza facilmente l’alleanza terapeutica, spiega il successo generalmente alto delle psicoterapie con i pazienti dello spettro fobico.

La voglia di libertà dei pazienti può diventare una trappola per la terapia. Il rischio è che il terapeuta, spesso inconsapevolmente, aderisca al progetto emancipativo del paziente, segnato dalla premessa che la propria realizzazione personale e la stima di sé richiedano lo sganciamento dei legami affettivi.

I soggetti fobici sono prigionieri dell’idea di libertà come assoluta e solitaria indipendenza dalle relazioni.

Questa idea è alimentata da un mito pernicioso della nostra cultura, che contrasta con la natura sociale della nostra specie. Ed è tanto più nefasta per chi, come il soggetto fobico, proviene da una storia che lo ha reso consapevole della sua vulnerabilità e dei pericoli di cui il mondo è intriso.

Il progetto emancipativo deve perseguire con l’aiuto del terapeuta che va costruito dentro il ricco patrimonio di relazioni vitali di cui dispone, e non fuori, nella landa desolata dell’autosufficienza, come spesso desidera.

ansia liberati

Insonnia consigli e trattamento

TRATTAMENTO DELL’INSONNIA

Allo stato attuale, il trattamento di elezione per l’insonnia, secondo le linee guida internazionali, è rappresentato dalla psicoterapia cognitivo-comportamentale, che aiuta a modificare i pensieri e i comportamenti disadattivi che la innescano e la mantengono.
Indipendentemente da ciò che può avere inizialmente causato l’insonnia :

  • una perdita, forti preoccupazioni, stress, malattie,
  • ma anche eventi positivi ,
  • la sfiducia appresa nella propria capacità di dormire ,uno dei principali fattori che alimentano e perpetuano il disturbo.

Affidandosi all’aiuto di uno psicoterapeuta esperto, il paziente con insonnia cronica avrà già fatto molto per diminuire la propria preoccupata e pessimistica sfiducia, ma avrà comunque difficoltà e riluttanza ad accettare che sia possibile migliorare il proprio sonno senza ricorrere a un “eccessivo uso di farmaci”, o a qualche sortilegio.

Alcuni consigli utili

A differenza di quanto comunemente si crede, le persone non hanno bisogno di dormire 8 ore per notte.

  • Le ricerche sperimentali indicano che l’essere umano necessita di 6 ore di sonno.
  • La durata del sonno, infatti, puó variare da persona a persona, un po’ come l’altezza.
  • Ci sono persone che si sentono riposate dopo solo 4 ore di sonno e altre che hanno bisogno di almeno 10 ore.
  • Il bisogno di sonno varia inoltre con l’etá tendendo a diminuire.

Molte persone che soffrono di insonnia ritengono che dovrebbero addormentarsi subito e non svegliarsi mai durante la notte e sono in ansia se questo non accade. In realtá, chi dorme bene generalmente impiega circa mezzora per prendere sonno, svegliandosi piú volte durante la notte. Inoltre è stato osservato in diverse ricerche che le persone insonni tendono a sottostimare il loro sonno e a sovrastimare il tempo di addormentamento e i risvegli notturni.

Da queste credenze errate spesso deriva una valutazione del proprio sonno piú grave di quella che è in realtà, facendo aumentare le preoccupazioni della persona insonne. In generale, ribadiamo;

  1. dormire di meno non è problematico di per sé, e non ci sono prove di conseguenze negative in seguito a un ridotto numero di ore di sonno.
  2. Ma se si dorme per diverso tempo un numero di ore minore a quello di cui si sente la necessità, il debito di sonno aumenta e ci si sente stanchi, poco pronti a reagire e affaticati, più irritabili, ansiosi, con difficoltà di concentrazione e di memoria.

 A volte l’insonnia o lo scarso bisogno di dormire, sono indice di patologie mediche o di patologie psichiatriche anche severe. Anche per questo è sempre necessaria una consultazione diagnostica con un esperto del settore.

Di seguito sono riportate alcune regole fondamentali per una corretta igiene del sonno. Seguire tali regole puó aiutare le persone insonni a migliorare il proprio sonno:

  1. Mettersi a letto soltanto se si ha veramente sonno. É utile ridurre il tempo trascorso a letto senza dormire.
  2. Mantenere orari di addormentamento e risveglio piuttosto regolari, anche durante il week-end. Questa norma è molto importante poiché permette di mantenere un ritmo sonno-veglia regolare.
  3. Non fare sonnellini diurni. Evitare sonnellini diurni, specialmente a partire dal tardo pomeriggio. Se proprio lo si sente necessario, è concesso farne soltanto nel primissimo pomeriggio e di breve durata.
  4. Non assumere alcolici, specialmente nelle 2-3 ore precedenti il sonno. Anche se per esperienza comune il consumo di alcool viene associato ad un aumento della sonnolenza, in realtà è stato osservato come l’assunzione serale, anche di modeste quantità, disturba il sonno determinando risvegli notturni e agitazione.
  5. Non assumere sostanze eccitanti nelle 6 ore prima di andare a dormire. Sostanze eccitanti sono anche la nicotina  e la caffeina (es. caffè, coca cola, thè, ecc.) non dovrebbero essere piú assunte a partire dal pomeriggio.
  6. Evitare di fumare nell’ultima mezzora prima di andare a dormire. La nicotina è una sostanza stimolante, ed ha effetti simili a quelli della caffeina.
  7. Evitare di mangiare cioccolata e zuccheri, e di bere grosse quantità di liquidi prima di andare a dormire. Anche la cioccolata e gli zuccheri sono sostanze eccitanti e bere molto la sera può aumentare i risvegli durante la notte per lo stimolo ad urinare.
  8. Praticare attività fisica regolarmente, ma non prima di andare a dormire.
  9. Praticare esercizio fisico la mattina o nel tardo pomeriggio sembra migliorare il sonno, ma attivitá fisica medio-alta, praticata in prossimità dell’orario di addormentamento può avere effetti attivanti e ritardare l’inizio del sonno.
  10. Rendere piú confortevole possibile la camera da letto. La stanza in cui si dorme dovrebbe essere sufficientemente buia, silenziosa e di temperatura adeguata (evitare eccesso di caldo o di freddo).
  11. Usare la camera da letto solo per dormire o per l’attività sessuale. La stanza in cui si dorme dovrebbe essere utilizzata unicamente per dormire, in quanto è utile evitare attività associate alla veglia, come leggere studiare guardare la tv ecc., che potrebbero condizionare negativamente il sonno.

Trattamento dell’insonnia.

La cura dell’insonnia oggi prevede sia trattamenti farmacologici che trattamenti non- farmacologici. Mentre i trattamenti farmacologici possono essere più indicati per la cura delle insonnie occasionali o situazionali, i trattamenti non-farmacologici sono la terapia di scelta per le insonnie croniche.

Oggi, la terapia senza farmaci piú accreditata è il Trattamento Cognitivo-Comportamentale dell’insonnia (CBT – Cognitive-Behaviour Therapy).

La CBT è un intervento psicologico, basato su tecniche di comprovata efficacia per la cura dell’insonnia. L’obiettivo della CBT è quello di modificare tutti quei fattori che mantengono l’insonnia,

  • inclusi i fattori comportamentali (cattive abitudini di sonno, orari di sonno irregolari),
  • i fattori psicologici (aspettative irrealistiche sul sonno, preoccupazioni, sentimenti di impotenza sul sonno)
  • i fattori fisiologici (tensioni mentali e somatiche, iper-attivazione).

La CBT è maggiormente indicata per l’insonnia cronica, primaria ed in co-presenza con altri disturbi. In particolar modo, la terapia cognitiva avrà un ruolo rilevante in tutti quei casi in cui l’insonnia è associata ad altri disturbi come i disturbi d’ansia e dell’umore.  Ugualmente, il trattamento CBT si è dimostrato molto utile nei casi di insonnia nelle persone affette da depressione maggiore, migliorando sensibilmente la percentuale di remissione sia della sintomatologia depressiva che dell’insonnia.

Come intervenire sull’insonnia

La prima fase dell’ intervento prevede un’accurata valutazione del tipo di insonnia al fine di stabilire la tipologia di trattamento migliore per il paziente. Verranno valutati i diversi aspetti alla base dell’insonnia allo scopo di modificare tutti quei comportamenti che influenzano negativamente il sonno.

Verrà effettuato sviluppando, di volta in volta con il paziente, un protocollo d’intervento che agisca

  • sulla sintomatologia lamentata e sinergicamente su tutti gli aspetti fisiologici, cognitivi e comportamentali sottostanti al disturbo. Dal momento che, molto spesso, pensieri di tipo ansioso e le ruminazioni impediscono il rilassamento e contrastano l’insorgenza del sonno ed il suo mantenimento,
  •  tecniche cognitive e comportamentali di comprovata efficacia, come tecniche di rilassamento, controllo dello stimolo, restrizione del sonno e terapia cognitiva.

Questi interventi terapeutici possono essere utilizzati singolarmente, anche se un approccio combinato viene preferito in quanto l’insonnia può essere determinata da diversi fattori.

L’approccio più comunemente utilizzato prevede una fase di intervento comportamentale (controllo delle stimolo, restrizione del sonno, tecniche di rilassamento) combinata con una fase di intervento cognitivo (terapia cognitiva) ed educazionale (igiene del sonno).

Breve descrizione delle tecniche utilizzate

 

  • Terapia attraverso il Controllo dello stimolo
    Consite in una serie di raccomandazioni volte a rinforzare le associazioni tra il letto o la camera da letto e il sonno, e a ristabilire un adeguato ritmo sonno veglia. Esmpio:

a) andare a letto solo quando si ha sonno;

b) uscire dal letto quando non si riesce a dormire

c) usare il letto unicamente per dormire (evitare di leggere o pensare a come risolvere i propri problemi a letto)

d) svegliarsi ogni mattina alla stessa ora, e evitare i sonnellini pomeridiani.

  • Terapia attraverso la restrizione del sonno
    É un metodo attraverso il quale si riduce il tempo passato al letto in modo da renderlo il piú possibile prossimo al tempo reale di sonno. In particolare, si produce una leggera deprivazione di sonno, al fine di aumentare il bisogno di sonno e produrre una notte di sonno piú consolidata ed efficace. La finestra di sonno (il tempo a disposizione per dormire) che viene in prima istanza ridotta, viene poi gradualmente incrementata nel corso di pochi giorni o settimane fino a quando viene raggiunta una durata di sonno ottimale.
  • Tecniche di rilassamento
    Sono delle procedure cliniche che hanno lo scopo di ridurre le tensioni somatiche (esempio: rilassamento muscolare progressivo, training autogeno) o i pensieri intrusivi (esempio: meditazione “mindfulness”) che interferiscono con il sonno. La maggior parte delle tecniche di rilassamento richiedono una fase iniziale di addestramento da parte di un professionista e una pratica giornaliera per alcune settimane prima di essere efficaci.
  • Terapia cognitiva
    Consiste in una vera e propria psicoterapia che si pone l’obiettivo di allevviare le preoccupazioni eccessive e rivedere le credenze disfunzionali relative al sonno, l’insonnia e le sue consequenze diurne. Gli obiettivi specifici della terapia cognitiva includono il trattamento delle aspettative irrealistiche sul sonno, delle paure sulle possibili consequenze dell’insonnia e delle false credenze sulle cause dell’insonnia.
  • Educazione all’igiene del sonno
    La persona che soffre di insonnia viene istruita su una serie di linee guida (vedi sopra) inerenti a pratiche sulla salute e a fattori ambientali che potrebbero promuovere il sonno o interferire con esso.
  • Sospensione del trattamento farmacologico
    Nei casi in cui la persona che soffre di insonnia è sotto trattamento farmacologico (farmaci ipnotici prescritti per l’insonnia), prevediamo anche dei protocolli strutturati per una graduale sospensione del trattamento farmacologico. L’inizio del protocollo di sospensione dei farmaci ipnotici avverrà in una seconda fase della terapia dell’insonnia, e cioè quando la persona insonne avrà ristabilito in buona parte il suo ritmo sonno veglia. Questo perché la sospensione dei farmaci aumenta di per se l’insonnia. Pertanto togliere il supporto farmacologico in una fase iniziale aumenterebbe le preoccupazioni e peggiorerebbe le conseguenze negative diurne dell’insonne, in un momento in cui, molto probabilmente, non sarebbe in grado di fronteggiarle.
pessimista

Strategie nel trattamento della depressione

STRATEGIE  NEL TRATTAMENTO DELLA DEPRESSIONE

Negli ultimi decenni sulla depressione è stato scritto molto, in questo articolo vorrei limitarmi ad affrontare le strategie che hanno avuto successo nel trattamento di questa patologia.

Nel caso della depressione, la tentata soluzione più comune:

  • consiste nella tendenza del soggetto a “lamentarsi” e a fare la “vittima”, atteggiamento a cui familiari e amici vanno incontro incoraggiandolo, consolandolo e proteggendolo.

Quindi  nella prima fase della terapia in caso di depressione richiedo

  1. un  intervento specifico di tipo familiare, seguito da un processo di ristrutturazione del sistema percettivo-reattivo del paziente.
  2. Solitamente convoco tutti i familiari e li invito a partecipare alla terapia, anzi li nomino co-terapeuti.
  3. E’ fondamentale perché la terapia si svolga in modo fluido. Anche il linguaggio utilizzato dovrebbe assumere un tono collaborativo.

Al termine della seduta viene data una prescrizione:

  • Stabilire un spazio serale ben determinato di trenta minuti , in cui tutti i membri della famiglia dovranno rimanere seduti in assoluto silenzio per ascoltare le lamentele del paziente.
  • Chiedo ai familiari di rispettare il massimo silenzio sulla situazione del paziente  fino alla riunione successiva, ignorando qualunque richiesta di essere aiutato o ascoltato.
  • Nella maggioranza dei casi, la famiglia quando ritorna, riferisce  che” il paziente all’inizio si è lamentato molto ma dopo un po’ non ha trovato più niente di cui lamentarsi”, durante la seconda settimana il paziente ha smesso del tutto di lamentarsi nel corso della giornata e ha cominciato a passare il tempo facendo altre cose. La depressione si è concentrata interamente nella mezz’ora serale.

Mantengo la prescrizione e utilizzo la tecnica del “come se “:

“Ogni mattino dovrà chiedersi cosa farebbe di diverso oggi se non avesse più questo problema? Fra tutte quelle che le vengono in mente, scelga la cosa più piccola ma concreta che può mettere in pratica. Ogni giorno dovrà scegliere una cosa piccola ma concreta come se avesse già risolto il suo problema e metterla in pratica”.

Normalmente i pazienti tornano con una lista di piccole azioni che hanno fatto come se fossero guariti.

Così la depressione diminuisce, mentre aumentano le cose che il soggetto desidera fare.

Dopo alcune settimane, se la terapia è stata efficace, il paziente avrà completamente smesso di lamentarsi e di “fare la vittima”.

L’obiettivo della tecnica di “come se” (Watzlawick,1990)

  • consiste nell’introdurre alcuni piccoli cambiamenti nella routine quotidiana della persona depressa.
  • Benché sia minimo, il cambiamento innescherà una reazione a catena di cambiamenti che sovvertiranno il sistema nel suo complesso.
  • Questa prescrizione è un esempio emblematico della teoria delle “catastrofi” di Thom e “dell’effetto farfalla”.
  • Se riusciamo a fare in modo che il paziente, almeno una volta al giorno, modifichi l’atteggiamento con cui costruisce la propria realtà disfunzionale, anche in contesti apparentemente non correlati.
  • Il paziente proverà un’esperienza emozionale correttiva, che potrà essere facilmente estesa introducendo ulteriori comportamenti “come se”, per costruire infine una nuova realtà funzionale che sostituisca quella precedente e disfunzionale.
  • Le piccole ma concrete  azioni “come se” sovvertono gradualmente la consueta interazione tra il soggetto e la sua realtà, conducendolo a provare qualcosa di diverso dal normale, liberandolo dal vecchio sistema percettivo-reattivo pessimista.

L’associazione di rituale familiare, congiura del silenzio e tecnica del “come se” permette di trattare con successo la maggior parte dei casi di depressione; le tre prescrizioni lavorano insieme per spezzare il  circolo vizioso precedente, riorientando le risorse del  paziente verso l’autoguarigione.

Il trattamento è piuttosto diverso per quei pazienti che vengono in terapia di propria iniziativa e non vogliono coinvolgere gli altri nei lori problemi e cercano di lottare da soli contro questo stato di impotenza.

Il primo intervento dovrebbe comunque avere lo scopo di identificare  e di conseguenza bloccare le tentate soluzioni messe in atto dal paziente per superare lo stato depressivo, e allo stesso tempo stabilire con precisione e consolidare le strategie funzionali che possono aiutarlo a uscire da un labirinto apparentemente senza uscita.

E’ fondamentale lavorare con le sensazioni e non sul piano razionale: altrimenti continuerebbero a ricadere nelle solite trappole.

Vengono utilizzate due strategie :

  •  Oltre al “Come se”
  • la prescrizione del “come peggiorare” , che è una strategia orientata al problema che mira a svelare le tentate soluzioni messe in atto che mantengono e peggiorano il problema

 

Di solito l’effetto di queste due prescrizioni sono sufficienti per indurre nel paziente esperienze emozionali correttive, che sbloccano la situazione.

abbuffarsi

Disturbi da Alimentazione incontrollata.

DISTURBO DA ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA

(BINGE EATING)

Il binge eating è connotato dall’alternarsi di periodi  di astinenza o di  regime ipercontrollato nel rapporto con il cibo e periodi di intensa trasgressione, in cui la persona si abbandona completamente al piacere delle abbuffate.

La tentata soluzione di digiunare e di sforzarsi di mantenere l’autocontrollo viene bloccata da una conseguente perdita del controllo. Paradossalmente, più la persona si costringe a mantenere il controllo, più finisce per perderlo.

Ancora una volta, la tentata soluzione non fa che complicare il problema.

Psicoterapia

Per liberare il paziente da questo circolo vizioso, utilizziamo una manovra di ristrutturazione simile alla “paura dell’aiuto”.

  • Il terapeuta strategico induce la paziente a temere il digiuno anziché l’abbuffata.
  • Il terapeuta porta la paziente a sentire e percepire che, anche se il digiuno può sembrare il modo migliore per perdere peso, in realtà, quando evita di mangiare, si sta preparando alla prossima abbuffata, che le farà perdere il controllo e la farà ingrassare ancora di più.

Il dialogo terapeutico viene utilizzato in modo da condurre con dolcezza la paziente a capire cosa sta mantenendo e peggiorando il problema

Tramite le domande e la ristrutturazione con parafrasi, la paziente scopre da sé  che quanto ha fatto finora per risolvere il problema, ossia digiunare o saltare i pasti, ha prolungato la sua sofferenza, e che prima o poi cadrà di nuovo in tentazione. Cercare di interrompere le abbuffate è inutile, perché a quel punto la paziente ha già perso il controllo.

Un’altra tentata soluzione che deve essere ristrutturata è la convinzione errata secondo cui per perdere peso è necessario mangiare solo e esclusivamente cibi con pochi grassi e poco appetitosi.

In simile regime alimentare può essere mantenuto per pochi giorni, ma col tempo la paziente proverà un desiderio sempre più intenso di cedere ai cosidetti “peccati di gola“, con il risultato disastroso di perdere il controllo e di abbuffarsi.

Il segreto, che in realtà non è affatto tale, è mangiare solo ed esclusivamente ciò che si desidera e che ci piace di più. Solo così è possibile gratificarsi ed evitare le abbuffate e anche  di vomitare fra un pasto e l’altro.

Di nuovo , la tentata soluzione aggrava il problema.

L’intervento principale del terapeuta ruota intorno alla ristrutturazione delle tentate soluzioni che inducono la paziente ad abbuffarsi, portandola a mangiare meno e con più gusto e a smettere di vedere nel cibo il peggior nemico. Questo le permetterà di mantenere un aspetto fisico gradevole.

paura pubblico

Strategie per la paura di parlare in pubblico

STRATEGIE PER LE PAURE DI PARLARE IN PUBBLICO

PATOLOGIE DA BLOCCO PERFORMANCE

Con questa espressione ci riferiamo a tutti i comportamenti bloccati dall’ansia o dalla paura di fallire del soggetto. Questi disturbi includono:

  • l’ansia di parlare in pubblico,
  • il vuoto in occasione di esami o colloqui,
  • i fallimenti in ambito sportivo o le “defaillance sessuali”

Sono i blocchi di  performance in cui l’individuo si sente messo alla prova.

Nell’esperienza terapeutica il blocco della performance è molto simile a quella dei disturbi fobico-ossessivi.

Infatti la principale tentata soluzione che mantiene il problema consiste nel cercare di conservare il controllo, che al contrario provoca una perdita di controllo. Si tratta della stessa tentata soluzione tipica degli attacchi di panico.

La strategia terapeutica

La terapia consiste nell’allenare il paziente a perdere volontariamente il controllo in modo che, paradossalmente, sia in grado di mantenerlo.

In altre parole, capovolgiamo il sistema percettivo-reattivo del paziente portandolo all’autoannullamento. Nella pratica, ricorriamo alle prescrizioni progressive della mezz’ora della “peggiore fantasia”, per prevedere e gestire la situazione temuta. Di solito questa strategia permette ai pazienti di superare il problema e di sbloccare le proprie risorse personali.

Nel mio studio ho seguito un paziente che negli ultimi mesi aveva organizzato il proprio lavoro in modo da non dover parlare in pubblico, evitando che gli altri notassero il suo disagio. Dopo aver raccolto tutte le informazioni necessarie, è stato dato al paziente delle prescrizioni.

I pazienti vengono invitati a seguire dei compiti ogni giorno fino alla presentazione temuta. Durante le successive sedute, il paziente riferì di aver seguito le istruzioni . Disse di aver evocato tutte le sue paure; ogni giorno era riuscito a pensare a una serie di cose che sarebbero potute andare male durante la presentazione, ma stranamente ogni giorno si sentiva meno ansioso e più sicuro di farcela. Il giorno della convention, un’ora prima dell’intervento aveva ripassato mentalmente il discorso cercando di mettersi paura, ma si era sentito così tranquillo che, al momento di parlare, non aveva avuto bisogno di dire che non stava bene. La presentazione si era svolta senza problemi.

obici

Liberarsi dalle paure che bloccano la propria vita

LIBERARSI DALLE PAURE CHE BLOCCANO LA VITA

PAZIENTE  FOBICO

  1. Una percezione del mondo come pericoloso e di se stessi come fragili.
  2.  Sintomatologia caratterizzata da palpitazioni, sudorazione,
  3.  Sensazioni di soffocamento fino ad arrivare ad attacchi di panico.

Nessuno più dei fobici ha la consapevolezza dei possibili pericoli a cui si è esposti, nessuno più di loro avverte  la fragilità della condizione umana.


  • CONFLITTO PSICOLOGICO

Si muovono acrobaticamente fra ricerca di protezione e anelito all’autonomia.

Il conflitto tra un mondo avvertito come pericoloso e il desiderio di essere liberi di esplorarlo da soli, svincolandosi da relazioni protettive, caratterizza i pazienti forbici differenziandoli da persone inibite poco esplorative, che mantengono assetti di vita fondati sulla dipendenza da altri.

Molti dei pazienti soprattutto claustrofobici sono persone indipendenti, insofferenti dei vincoli, amanti dei viaggi, appassionati di sport rischiosi. Anche la scelta di partner, spesso particolarmente indipendenti, risulterebbe incomprensibile, se non viene contestualizzata.

  • LA LORO VITA SENTIMENTALE

Per essere capita, deve essere contestualizzata nel conflitto tra attaccamento ed esplorazioni che li caratterizza. Sebbene capaci di mantenere relazioni a lungo termine, le persone con organizzazione fobica si sentono minacciate dallo stringersi di un legame.

Molti ritardano la costruzione di legami stabili mantenendo a lungo storie superficiali, o relazioni a distanza. La costruzione del legame amoroso avviene attraverso la danza di avvicinamento e  allontanamenti. Quando il legame si stringe si allontanano, fisicamente o psicologicamente, per riavvicinarsi quando il clima si raffredda.

Spesso i tradimenti fungono da regolatori delle distanze.

Disporre di una figura di riferimento affettivo è essenziale, non sono, infatti mai davvero sole, come accade invece alle personalità narcisistiche, ma altrettanto indispensabile e sentirsi liberi da vincoli.

La regolazione delle distanze diventa quindi cruciale e a volte è all’origine di arrangiamenti sentimentali e familiari a volte creativi e rigenerative di risorse, altre volte complessi e fonte di sofferenza.

  • La relazioni con i genitori e rapporti nella  famiglia .

Legami protettivi, ma anche il coraggio, la curiosità, il desiderio di esplorazione giocano un ruolo centrale.

I membri di queste famiglie si sentiranno, o verranno definiti, timorosi, caldi o, al contrario coraggiosi o addirittura temerari. Troveranno persone disposte a proteggerli o si imbatteranno in persone bisognose di sostegno.

Si sposeranno con persone fragili, dipendenti, ma anche con individui liberi, talvolta insofferenti dei vincoli. Soffriranno per la loro dipendenza, cercheranno in ogni modo di conquistare l’autonomia.

L’ammirazione, il disprezzo, i conflitti, le alleanze, l’amore e l’odio si giocheranno su temi di libertà e indipendenza. Questo modo di organizzare significati che è stata chiamata semantica della libertà ( Ugazio 1998/2012).

Crea un ordine morale in cui la libertà, indipendenza, esplorazione sono valori, mentre i legami di attaccamento sono valutati in termini parzialmente negativi, in quanto associati alla dipendenza.

  • STORIA DELL’INFANZIA E ADOLESCENZA

Di regola, nell’infanzia, nella fanciullezza e a volte anche nell’adolescenza , i soggetti che diventeranno fobici si posizioneranno nel polo meno apprezzato nel suo nucleo, quello dell’attaccamento e della dipendenza.  Molti ricordano in terapia di essere stati bambini molto attaccati soprattutto ai genitori, tutt’altro che entusiasti di frequentare l’asilo nido e la scuola materna.

Il forte attaccamento, la difficoltà ad allontanarsi per bambino dal suo punto di riferimento, risponde di regola allo stato emotivo dell’adulto di riferimento, spesso bisogno della vicinanza del bambino. Questo stesso genitore, non diversamente dagli altri membri della famiglia, valorizza i familiari liberi, indipendenti, a volte autosufficienti.

Il bambino via via che cresce, si accorge che i suoi comportamenti, che scaturiscono dal suo rapporto con l’adulto a cui è collegato e che fanno di lui un bambino sensibile, prudente, poco esplorativo sono considerati negativamente.

Mantenere la relazione significa quindi per il bambino ricevere una definizione negativa.

Deriva dal fatto che la stessa figura principale di attaccamento valorizza membri della famiglia che hanno un comportamento opposto a quello del bambino. Quindi il bambino inizia a sperimentare che esplorazioni e attaccamento si escludono reciprocamente.

Questo conflitto caratterizzerà la storia del soggetto, sarà elaborato in modi diversi, a volte verrà superato con strategie adattative creative, altre volte sarà alla base dell’esordio sintomatico che spesso irrompe proprio quando i soggetti  cercano di emanciparsi dai legami sentiti come vincolanti.

L’esordio sintomatico fa abortire i tentativi di svincolo da legami avvertiti come limitanti.

LA PSICOTERAPIA

Ma il soggetto fobico non si arrende e cerca disperatamente di disfarsi dei sintomi per guadagnarsi una posizione nel polo valorizzato della semantica della libertà. La valorizzazione della libertà è all’origine dell’anticonformismo. Una delle belle qualità delle persone con orientamento fobico.

I pazienti fobici lottano contro i loro sintomi. La cosa che più desiderano è liberarsi dalle paure dagli attacchi di panico  e poter finalmente esplorare, svincolandosi da umilianti relazioni protettive.

Temono anche di diventare dipendenti dal terapeuta.

L’alleanza può svilupparsi soltanto se la terapia si configura come una base sicura , per l’esplorazione da cui il paziente può avvicinarsi e allontanarsi abbastanza liberamente.

  1. Riconoscono la posizione di aiuto del terapeuta e
  2. Sono generalmente collaborativi.
  3. La volontà di superare i propri sintomi, unitamente alla possibilità di costruire abbastanza facilmente l’alleanza terapeutica,
  4. il successo è generalmente alto delle psicoterapie con i pazienti dello spettro fobico

La voglia di libertà dei pazienti può diventare una trappola per la terapia. Il rischio è che il terapeuta, spesso inconsapevolmente, aderisca al progetto emancipativo del paziente, segnato dalla premessa che la propria realizzazione personale e la stima di sé richiedano lo sganciamento dei legami affettivi.

I soggetti fobici sono prigionieri dell’idea di libertà come assoluta e solitaria indipendenza dalle relazioni.

Questa idea è alimentata da un mito pernicioso della nostra cultura, che contrasta con la natura sociale della nostra specie. Ed è tanto più nefasta per chi, come il soggetto fobico, proviene da una storia che lo ha reso consapevole della sua vulnerabilità e dei pericoli di cui il mondo è intriso.

Il progetto emancipativo deve perseguire con l’aiuto del terapeuta che va costruito dentro il ricco patrimonio di relazioni vitali di cui dispone, e non fuori, nella landa desolata dell’autosufficienza, come spesso desidera.

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Come litigare bene in coppia

                                                            IMPARIAMO A LITIGARE BENE

Non è vero che i litigi distruggono la copia. Anzi le copie che non lo fanno mai si spengono.

Ma in qualche caso posso diventare un problema: quando sono la spia di una situazione bloccata da cui non si sa come uscire.

  • All’inizio nello stato nascente,  la coppia si sente davvero unica, dotata di forze straordinarie, con capacità di affrontare il tempo le difficoltà in modo diverso. Non è superbia: inizialmente la coppia ha la possibilità di uscire dagli automatismi stereotipati che colpiscono quasi tutte le relazioni.
  • Solo che in effetti, nell’arco di un tempo più o meno lungo, spesso si finisce nel gran calderone dei conflitti insolubili.
  • Si diventa la classica coppia con argomenti “ a rischio”, sui quali si discute e si litiga sempre allo stesso modo, e si finisce con lo stesso finale in cui non si è risolto niente. Ci si è detto cose brutte e si è aggiunto al rapporto un altro tassello di rabbia e  di malessere. È sorprendente vedere come si cada, con frequenza, nelle stesse frasi negli stessi schemi deleteri.

 

 Una cosa è certa: per uscire da queste situazioni bisogna volerlo.

Voltare lo sguardo pensando che possono sistemarsi spinge quasi sempre all’                                                                                                                                                                                                                                                                                instaurarsi cronico di un rapporto conflittuale, che fa male a tutti, figli compresi, oppure a una separazione mal gestita e piena d’astio. Qualsiasi coppia può avere momenti di aspro confronto, che però portano spesso a un risultato, al superamento del problema.

La prima cosa da fare è comprendere che questi scontri verbali, che vanno in scena sempre allo stesso modo, non sono semplici litigi, bensì la rappresentazione teatrale di un blocco psicologico di coppia.

È come se la coppia fosse un singolo organismo, una persona, e avesse dei “complessi” cioè dei problemi fissi che ruotano sempre intorno gli stessi temi.

                                                                                  Il LITIGIO NELLA COPPIA.

In pratica non sono i due partner, presi individualmente, ad avere un problema, ma l’organismo-coppia nato dalla relazione quotidiana tra i due. Magari con altri partner non avrebbero queste micidiali discussioni, ma qui si, perché è lo specifico incastro di personalità a crearli.

  • Come una singola persona su certi temi cade sempre nelle stesse scelte e negli stessi comportamenti sbagliati, così la coppia, su certi temi, non riesce ad uscire dai soliti schemi fallimentari. Comprenderlo è determinante, innanzitutto perché consente di non attribuire all’altro la colpa di tutto, ma di considerarlo un problema condiviso, cui entrambi hanno un contributo notevole attraverso le proprie fragilità, nevrosi, paure e tramite pregiudizi.
  • Dobbiamo chiederci quali sia veramente la causa di discussioni così bellicose, partendo dal presupposto che uno schema errato che si ripete di continuo non può che avere una casa inconscia, che va scoperta.                                                                                                              I temi che scottano.
  • Esempio: siamo così sicuri che le classiche, estenuanti discussioni sui rispettivi suoceri riguarda veramente i suoceri, i loro clienti, la loro invadenza o assenza? La consueta chiazzata sulla gestione economica riguarda davvero i conti di casa?                                               Certo i problemi ci sono, ma chiediamoci:
  • perché su alcuni temi importanti si litiga e su altri no, benché ci siano vedute  opposte? Perché ci si scada fin da subito fino a perdere razionalità dialogo? Il solito litigio nasconde qualcosa d’altro. Qualcosa che riguarda il modo in cui la coppia è strutturata, il modo in cui vive, il suo ecosistema interno: ci sono punti che sono tossici per entrambi, di fronte ai quali la coppia vacilla.
  • Sulla questione suoceri, ad esempio,  il problema può consistere nel fatto che la coppia non è abbastanza autonoma psicologicamente o economicamente, che è ancora troppo figlia ma vuole fare l’adulta, e qualsiasi piccola cosa mette in luce le enormi difficoltà di entrambi in tal senso. Altrimenti nessuna invadenza potrebbe suscitare litigio, ma semmai complicità.

Dallo scontro la rinascita.

  1. Anche la questione conti può rivelare un insospettato risvolto: questa coppia è generosa con se stessa?
  2. I due sanno darsi l’un l’altro con  gratuità? C’è un problema di fiducia? C’è la voglia di  dominarsi e controllarsi?
  3. Come si vede, analizzare i litigi in questo modo cambia completamente il piano, spostandolo sulla verità interna a quella specifica copia, con il suo peculiare equilibrio.
  4. Ciò non significa che uno dei due partner non porta il proprio contributo di nevrosi e di retaggi del passato, ma che, per evitare di discutere a schema fisso e a risultato nullo.
  5. È fondamentale andare la radice dei problemi avere il coraggio di affrontarlo, anche se, di solito, è molto più scomodo del problema ufficiale per cui si litiga. Più scomodo perché porta entrambi su temi di fronte ai quali bisogna togliere ogni maschera e mettersi davvero in gioco, senza strategie di potere o gioco di forza, come singoli o come coppia. Ma assai vantaggioso, quando riesci, perché grazie a questo dialogo la copia può approdare a un nuovo equilibrio e a una migliore qualità dello stare insieme.

                                                             Un percorso di rinascita che potete fare assieme.

  1. Chiedere complicità
  • Discussioni litigi si fanno in due. Se affrontati in due, si risolvono prima e meglio. Chiedo al partner di seguirti nel cambiamento: potrebbe essere davvero la svolta giusta. Tuttavia, nonostante gli intenti, non è detto che uno ci riesca fin da subito. L’emotività e i pregiudizi possono essere più forti. Ma tu cambia ugualmente. A volte basta che cambi uno dei due.
  1. Uscite dall’automatismo. Non aspettate ancora una discussione estrema. Orientate subito la mente, con determinazione, sulla frase: “la prossima volta finirà in modo “. E immaginate di imprimervela dentro di voi. Quando arriva la discussione, fate riferimento a quell’intento senza mollarlo mai. Pensatelo mentre discutete, impegnatevi ad argomentare in modo più lucido.
  2. Individuate lo schema sbagliato. Ogni coppia ha i suoi litigi tipici. Individuare lo schema fisso: quando parte l’emotività, quando iniziano le frecciate, quando arrivano le solite frasi con il solito finale. Questo è l’automatismo in cui non dovete cadere, ed è necessario conoscerlo bene, per evitare di ricalcarlo come al solito

                                                                                          Provate a fare un buon litigio

  1. Non coinvolgente altri. La discussione il copia è un fatto privato e deve risolversi privatamente. Inutile e dannoso cercare rinforzi.
  1. Non discutete davanti figli. Litigare davanti a loro produce effetti negativi: li inquieta, Li terrorizza, insegna loro modalità.
  2. Non urlate. Se c’è animosità non si può evitare di Sant’Anna voce, ma bisogna evitare l’urlo perché rende tutto irrecuperabile.
  1. Non ricorrete all’insulto. Chi insulta ferisce, non può né avere ragione e né risolvere le cose. Si può discutere intensamente ma civilmente.
  2. Non discutete per sfogarvi. Molti cercano i litigi di coppia per sfogare tensioni frustrazioni in altri ambiti. Niente di più sbagliato.
  3. Fate elenco delle frasi  che, durante le solite discussioni, emergono con consolante puntualità. Il consueto frasario che non riporta nessuna parte e avvelena il rapporto. Osservate, sia da solo sia con il partner, con un po’ di autoironia anche con la serietà di chi intende cambiare le cose.
  4. Mentalmente, trovami altri, sempre di tipo critico, ma costruttive e rispettose con cui sostituirle. La frecciata e insù. Devono essere eliminati, il sarcasmo può trasformarsi in un’analisi critica ben fatta e la provocazione
pessimismo

Come superare il pessimismo

 Come superare il pessimismo patologico

“E’ andata male ieri, quindi andrà male domani” è il ragionamento di chi vede sempre tutto nero. Un’idea che condiziona la vita e la peggiora nettamente.

Scopriamo come rompere l’incantesimo

Il pessimismo non  funziona: non propone niente di risolutivo, non aiuta ad attingere alle risorse disponibili, si oppone a peso morto ai tentativi di cambiamento.

 Ma non solo: si presenta come ideologia latente della persona, segue come un’ombra le sue azioni, le influenza in modo negativo e poi spinge a trarre le solite,fallimentari conclusioni. Naturalmente esiste anche un pessimismo creativo: letteratura e cinema utilizzano spesso una visione negativa della vita. Tanto che viene da pensare che sia una delle manifestazioni essenziali del pensiero umano

Il pessimismo esiste da quando esiste la coscienza, perciò dobbiamo dedurre che funziona come elemento necessario per lo sviluppo del pensiero autonomo e della consapevolezza. Tuttavia, oltre a questo pessimismo naturale ne esiste un altro, molto meno filosofico.

 Anzi, è altamente distruttivo e rischia davvero di rovinare l’esistenza di chi lo produce ovviamente senza che ve ne sia consapevolezza. Parliamo di quella matassa di pensieri fallimentari e svilenti che, rigorosamente, invade la mente di alcune persone nel momento  in cui qualcosa della vita non va per il verso giusto.

Non è quindi una filosofia di vita, né una visione del mondo, bensì l’invasione da parte di un flusso di conclusioni che ruotano intorno al concetto grezzo e acritico, di “fallimento totale”. La persona viene lasciata dal partner oppure è un momento difficile della coppia? Ecco subito aprirsi in automatico, un ventaglio di pensieri : “la mia vita è finita,… non sarò mai capace di avere una relazione,.. sono io ad essere sbagliato, fallito in tutto”. La persona va incontro a una crisi  lavorativa o anche un semplice errore professionale. Ecco ripartire lo stesso ventaglio. Il pensiero: “ho fallito in tutto” .

  •  Il disfattista trae una conclusione sul passato sul presente: tutto quello che si è fatto non è servito a niente, non è andato bene, non ho alcuna chance di riscatto. La sensazione di fallimento non è relegata all’ambito in cui ci si trova in difficoltà, ma a tutti gli ambiti la singola crisi, singola battuta d’arresto riverberano sull’intero valore della persona.
  • Il disfattismo banalizza il passato, annienta il presente, impedisce il futuro, coinvolge tutto e trascina tutto nel baratro. Chi lo vive ne viene stravolto, resta immobilizzato, avendo ogni volta, la sensazione globale che è stato “tutto inutile”. Si potrebbe dire che il pessimismo diventa patologico quando influenza in modo così decisivo i momenti di difficoltà.
  • Il pessimismo normale infatti non paralizza, certamente ostacola, rende le azioni più farraginose, ma permette comunque di fare tentativi, sebbene senza entusiasmo. Il pessimismo patologico invece blocca con forza.
  • La persona, invasa dal flusso di pensieri, non può realmente affrontare la vera difficoltà.  Quindi ogni crisi e  difficoltà diventano ancora più grandi.
  1.  Affrontare la vita.

È dunque necessario provare a liberarsi da questa pesante zavorra che condiziona l’esistenza. Il primo passo è sicuramente quello di chiedersi se, per caso, dietro tutta questa negatività non vi sia proprio la paura di crescere, di affrontare la vita è di prendersi la reale responsabilità della propria trama e quindi, al contempo, se non vi sia un’infantile non accettazione della vita nelle sue varie, complicate manifestazioni.

Dire che è tutto finito, in fondo è più facile rispetto all’affrontare le crisi a viso aperto.

Può essere giunto il momento di iniziare a vivere e a smettere di nascondersi nella tana delle disfattismo. Il vaccino al pessimismo è accorgersi che tutto è ancora possibile. Purtroppo il pessimismo, soprattutto quello intenso è contagioso per chi ci vive accanto, si rischia di convincere qualcuno di creare  un’atmosfera negativa .

2. Esci dal “  bianco e nero”.  Chi di fronte al fallimento o una crisi, sviluppa un  grande pessimismo patologico, che non gli fa vedere eventuali problemi. Occorre uscire dalla visione dualistica,  dall’alternanza tra i due estremi. Stai nella realtà della sua mutevolezza, altrimenti non potrai mai affrontarla al meglio delle tua possibilità. Le visioni statiche ti limitano, perché la vita si nutre di imprevisto.

 Per superare tutta questa negatività, che spesso è il timore del nuovo, occorre ritrovare, giorno per giorno, il filo della propria trama e il piacere della scoperta. Quando allontani alcune frasi il cervello apri le finestre e fai scorrere aria nuova: frasi autosvilenti: sono” un fallimento totale”; “non riesco a far andare bene niente” “sono io essere sbagliato”.

Frasi sfiduciate: “ciò provato ma non funziona e non funzionerà mai. Ma chi potrà mai interessare?”

Frasi apocalittiche: “è tutto finito ormai non c’è più niente da fare. Le possibilità sono esaurite”.

 Frasi rassegnate:” Non potrà che andar male; a me le cose non possono andare bene. Certe cose non possono cambiare.”

3.  Per evitare di essere attaccato da questi pensieri. Occorre astenersi dal recitare il proprio dolore. Spesso il pessimismo acuto porta con se aspetti di autocompiacimento,  ci si atteggia in modo teatrale quasi si stesse interpretando la parte drammatica. Così si trasforma un momento parziale di difficoltà in un’identità fissa. Evitiamo di crogiolarci, perché potenziamo il pessimismo ricreando un attaccamento proprio verso i pensieri che ci trascinano in giù. Scegliere libri e film di tipi diversi, spesso senza accorgercene privilegiamo lettura impronta nichilista e film drammatici. Sebbene espresse artisticamente, entro in noi. Diversifichiamo la scelta. Frequentate persone costruttive. Per un buon equilibrio psichico, se siamo tendenzialmente pessimisti. La frequentazione dovrebbero prevedere una buona percentuale di persone dall’ aspetto costruttivo, il cui rapporto con la realtà è ben presente e c’è fiducia nel futuro.

Psicodiagnosi

L’importanza di una diagnosi accurata per iniziare una psicoterapia

Una diagnosi accurata per iniziare una  Psicoterapia.

 

Prima di intraprendere qualsiasi trattamento terapeutico o di sostegno è importante capire con accuratezza la natura del problema presentato dal paziente.

Per questo motivo i primi colloqui sono finalizzati ad una valutazione psicodiagnostica. Quindi, alla raccolta di informazioni sia sulla storia personale e medica, sia sulla sintomatologia di chi richiede l’intervento terapeutico.

L’obiettivo della diagnosi non è quello di dare un’etichetta alla problematica portata dal cliente.

La diagnosi serve per capire le aree di potenzialità della persona, fare più chiarezza e aver diretto accesso alle sue risorse e con lui poter decidere quale intervento sia il più indicato.

Un corretto processo di valutazione, quindi, prevede la formulazione di una diagnosi da parte del clinico, ossia l’identificazione del disturbo di cui soffre il paziente.

  1. La psicodiagnosi serve tanto allo psicologo che al cliente perché permette di comprendere meglio la totalità della persona. In tutta la sua complessità: nei suoi punti di forza, risorse, aree problematiche e deficit.
  • L’obiettivo della psicodiagnosi è quello di avere una visione globale della personalità del paziente, per orientarsi più facilmente nel suo mondo interiore.
  • Volendo fare un paragone sarebbe come camminare per una città dopo averne studiato la mappa. Lo sforzo diagnostico è quello di trovare la terapia utile per quella persona. Non per il sintomo che presenta il cliente ma perché lui è storicamente e strutturalmente organizzato in un certo modo.

 

 2. Un’adeguata valutazione del problema del paziente consente di capire:

  • Il tipo di disturbo presentato e la gravità con cui si manifesta.
  • Quanto la sintomatologia del disturbo interferisce sul funzionamento affettivo, sociale e lavorativo della persona.
  • Se è possibile delineare un programma di trattamento adeguato al problema ed, eventualmente, che tipo di trattamento intraprendere.

 

3. Di solito la conoscenza della propria diagnosi aiuta il paziente a comprendere meglio che cosa sta succedendo e lo rassicura, poiché si rende conto che ciò di cui soffre è un fenomeno circoscritto, conosciuto e curabile.

La formulazione della diagnosi, inoltre, consente al terapeuta di seguire dei protocolli per la cura di quello specifico disturbo, incrementando così la probabilità che il trattamento risulti efficace.
La valutazione psicodiagnostica è un processo complesso dal momento che diversi disturbi possono presentare la medesima sintomatologia.

Lo studio di Psicologia e Psicoterapia della Dott.ssa Gussoni Nicoletta ha messo a punto una procedura di valutazione psicodiagnostica che prevede:

  • un primo colloquio clinico
  • la somministrazione di strumenti psicodiagnostici standardizzati

 

 

depressione tristezza

Esistono metodi rapidi per allontanare i disturbi come ansia, depressione , fobie..?

Ho sempre pensato che la psicoterapia doveva essere la casa del mistero, piuttosto che offrire una serie di ricette o di consigli banali.

 

Molti mi domandano se esistono metodi rapidi per allontanare i disturbi come l’ansia, il panico, l’insonnia ostinata, le paure.

Quanto tempo ci vuole per guarire?

E’ una domanda che ricorre spesso. Per la verità, secondo la mia esperienza, più c’è ostinazione, sforzo di uscire da un disagio e più questo aumenta e si cronicizza. Sembra un paradosso, ma la forza di volontà non serve a niente per guarire i disturbi dell’anima. Anzi spesso li peggiora.

Meglio accettare inizialmente  “ il senso di impotenza”, meglio dire all’ansia ”Fai di me ciò che vuoi”  Questo è lo stato dell’animo più terapeutico.

Prigionieri come siamo dell’io e delle sue proiezioni, del personaggio in cui ci siamo identificati, potrei dire che dentro di noi si compie una sorte di grande inganno.

Il grande inganno si realizza quando recitiamo un personaggio che non ha niente a che vedere con noi stessi, con le nostre aspirazioni, con i nostri desideri, con quello che siamo veramente.

L’anima , questa forza che ci identifica e ci  costruisce giorno dopo giorno , sa la inganniamo non ha risorse per intervenire.

  1. Esempio di inganno ; presentarsi agli altri  in base a come gli altri vogliono o desiderano da m. Un rapporto che stabilisco con me stesso fatto di parole che non sono chiare

Quando le relazioni seguono aspettative e progetti è come se stessimo ripetendo uno schema e finiamo per imbrigliare i nostri comportamenti e quelli dell’altro

La sola domanda da farsi in ogni rapporto :

quali nuove capacità sta facendo emergere in me? Come mi sta aiutando a crescere?

La psicologia dell’aspettativa è malata e ci fa ammalare e blocca lo sviluppo personale

Siamo convinti di sapere in via definitiva chi siamo e dove dobbiamo andare.

In realtà ci trattiamo come robot che devono eseguire un programma prestabilito, quindi il risultato è l’infelicità e l’insorgere di disagi come depressione , ansia e disturbi psicosomatici

La psicologia dell’aspettative si compone di quattro aspetti:

  • le auto definizioni. “ Io sono fatto così..…”
  • L’idea di essere la propria storia: “ sono così perché da piccola è successo che…”
  • Le convinzioni rigide sul mondo e la vita: cosa è giusto e cosa è sbagliato
  • Il progetto di felicità costruito su convinzioni. “Sarò felice quando avrò realizzato i miei modelli”

Spegnere le aspettative esterne non significa cedere al fatalismo o alla rassegnazione.  Al contrario significa affinare i sensi e percepire con lucidità emozioni e desideri . Solo così puoi ascoltarti e scoprire cosa vuoi e cosa fa per te.

  • Trasformare un sintomo in un’immagine, che ci può mostrare come dietro un’ossessione può nascondersi un rito antico.
  • Occorre stare attenti per vedere se nei sintomi non si nasconde un percorso verso la propria individuazione.
  • Vedere l’”altrove” in ogni disturbo, in ogni disagio; questo ci rende unici